Mar 30

Per aver successo online ci sono troppe cose da considerare. Poche persone fanno bene questo lavoro.
Adwords, surveys, split testing, product development, landing page optimization, conversion tracking,
copywriting -una lista senza fine. Per far bene questo lavoro c’è un buon consiglio: lavorare un po’ di meno. Il che significa fare non tutto insieme, ma una cosa alla volta.

Per la stragrande maggioranza di businesses il % di fallimento è di 90%.

Aggiungi qualcosa di unico al tuo business, qualcosa che nessun altro ha. Cuci questa unicità a una nicchia molto piccola. Se vendi sapone, capisci senza ombra di dubbio che non puoi dominare il mercato di internet in questa nicchia. Almeno ora. Allora fai in modo di dominare l’internet mercato nella nicchia sapone al limone con crema, per esempio. Nessuno guarda in questa direzione perchè è non molto richiesto. Allora mettiti là e scala tu questa montagna. Diventa tu il padrone. Incomincia costruire il tuo impero da questo punto.

E’ proprio questo che si deve fare nel Adwords oggi. Dove i prezzi sono ancora abbordabili e nessuno pretende di dominare.

Il migliore strumento che conosco io per trovare queste nicchie è (scusami, ci sarà fra poco l’indirizzo)

Promuovere il tuo libro
compra il nome di dominio con il titolo di tuo libro
apri un blog con lo stesso nome on Blogger e WP, aggiungilo poi al tuo sito
scrivi alcuni articoli sul tema e SUBMIT nelle direzioni interessate
vedi se si puo creare una rete di lettori
Fatti sentire a qulli che ascoltano radio, guardano TV, leggono i giornali locali
Vistaprint.com ti faranno i biglietti da visita gratuite in cambio di un link
crea un marketing plan
organizza competizioni -questi sono migliori modi di promuovere il tuo business.
Vedi se puoi diventare membro di gruppi (Google, Yahoo Groups) con reativi temi
non dimenticare di ringraziare quelli che ti hanno aiutato
chiedi che ti scrivono ricenzioni
partecipa ai eventi locali della tua zona
non dimenticare di aggiunggere il tuo libro alla firma dei mails
tieni tutto relativo al tuo libro (descrizione,bio,interviews,CD ect) nel sito se te lo chiedono.
registra il sito in Google, MSN, Alexa, Yahoo, and DMOZ
scrivi uno grande press release e mandalo ai free online press release sites
crea tua propria email newsletter
Crea un gruppo di domande e risposte e mettili nel sito
Nel Audio Acrobat ( al mese) registra i tuoi audio prodotti da vedere nel sito.
Vedi se i tuoi amici possono creare una book party per il tuo libro in casa loro
Manda il tuo libro nei vari cataloghi
Ciedi nei negozi se loro vogliono il tuo libro. Potrebbero anche prenderlo.
Aggiungilo al Google Book Search
organizza scambio links con autori simili
My Space market
scrivi un articolo “So You’d Like To…” per Amazon.com
chiedi i tuoi amici e familiari di raccontare di tuo libro nelle mails a 5 amici loro.
Lashia volantino, bigliettino ect dappertutto dove vai
Se il tema del tuo libro è nelle media, chiedi al editore di aggiungere la tua opinione (e promuovere il tuo libro)
Librerie locali amano autori locali. Passa là ed offriti ad organizzare un evento legato al tuo libro.
Iscriviti ai calendari di eventi online (Chase’s Calendar )
Organizza letture pubbliche nelle schuole ect se  è adatto
cerca i posti (clubs) dove si può incontrare i giornalisti
Trova una celebrità del tuo settore con il particolare interesse per il tuo tema e chiedi per una testimonianza or quello che ti serve. Non ti preoccupare. Il peggio che ti può capitare è che la celebrità ti dice no.
Scrivi articoli per i giornali del settore
Incomincia scrivere il secondo libro. A volte questo è il modo migliore di promuovere il primo.

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Il Mondo Mistico Delle Pietre Semipreziose

Mystic Gemstones

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Mar 30

Picchetto 24 ore su 24 davanti alla fabbrica di None (Torino) per fermare Merloni decisi a delocalizzare. Questa ennesima storia di deindustrializzazione insegna ancora una volta che la brutalità di oggi ha un retroterra nella fuga dalla realtà dei pavidi governi in mano agli uomini del PD di oggi.

Prodi battezzò la delocalizzazione Indesit

30 maggio 2007, Varsavia: Vittorio Merloni firma un accordo per aprire stabilimenti del suo gruppo in Polonia con il Ministro Polacco Wozniak, con la benedizione di Romano Prodi, allora Presidente del Consiglio. Una delle conseguenze di questo accordo è la decisione di Indesit di chiudere lo stabilimento di None in provincia di Torino e di licenziare 600 dipendenti. Quando un primo ministro cerca di favorire, attraverso il proprio ruolo politico, l’insediamento di industrie nazionali all’estero dovrebbe innanzitutto preoccuparsi di inserire negli accordi una clausola che vieti all’azienda coinvolta di licenziare nel proprio Paese. La tanto citata "responsabilità sociale delle aziende" richiederebbe che gli investimenti all’estero producano posti di lavoro aggiuntivi e non sostitutivi. Che questo spesso non avvenga è sotto gli occhi di tutti. Ma quando gli investimenti all’estero sono facilitati dall’uso di fondi europei o da soldi pubblici o dalla mediazione dei governi quella dovrebbe essere la regola. Altrimenti il risultato finale è molto semplice e drammatico: i proprietari dell’azienda moltiplicano i propri profitti, 600 famiglie restano senza lavoro (senza contare le possibili ricadute sull’indotto) e si scatena la guerra tra poveri, tra lavoratori italiani e polacchi. Queste possibili conseguenze sono facilmente intuibili da chiunque, a maggior ragione avrebbero dovuto essere una priorità per un Presidente del Consiglio di un governo di centrosinistra. La totale sovrapposizione tra la destra e la Confindustria è cosa assolutamente evidente. Ma purtroppo questa vicenda dimostra quanto siano stretti anche i rapporti tra la dirigenza del Pd e settori importanti di Confindustria e del capitalismo italiano. E questa è senza dubbio stata una delle ragioni principali delle contraddizioni esplosive e irrisolvibili del governo Prodi 2006-2008.Il fatto che Maria Paola Merloni sia oggi deputata del Pd ne è solo un’ulteriore conferma.Non si può stare contemporaneamente con i capitalisti e con i lavoratori, come afferma il Pd. È necessario scegliere, altrimenti alla fine a pagare sono i più deboli, e in una situazione di crisi il prezzo da pagare rischia di essere molto alto: la disoccupazione, come nel caso Indesit.

Vittorio Agnoletto

Parlamentare europeo di  Rifondazione Comunista/SinistraEuropea

(Immagine tratte dal sito del Ministero dell’Economia polacco www.mg.gov.pl)

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Mar 30

Atti di persecuzione sessista nei luoghi di lavoro

Lo “scandalo etico del capitalismo contemporaneo”, secondo la felice epressione di J. P. Fitoussi, consiste certamente nella globalizzazione della povertà, con la precisazione doverosa che il fenomeno opprime con pesi differenziati le donne e gli uomini in ogni luogo del pianeta, anche nella porzione di Occidente in cui viviamo.

Secondo accreditate rilevazioni statistiche, anche in Europa la povertà è femminile e in Italia lo è particolarmente, posto che per le donne l’occupazione raggiunge solo il 46% contro una media europea del 57%, mentre il loro livello retributivo, in media, non raggiunge neppure il 75% di quello maschile.

Le pressioni normative – poco contrastate- provenienti dall’Unione europea in tema di relazioni industriali, vanno tutte nel senso di aumentare la flessibilità del lavoro derogando dalle più favorevoli regole nazionali. Si manifesta da gran tempo un’Europa a-sociale che presenta il conto della crisi ai soggetti svantaggiati, destinati a pagare in termini di disoccupazione, di lavoro intermittente e precario scarsamente retribuito, di orari orari flessibili (prolungati o accorciati a discrezione), pensioni cancellate.

E’ la legge patriarcale/mercantile, strutturata sull’ordine maschile/proprietario che prevede la disponibiltà degli esseri umani posti in situazione di subalternità dalla concentrazione del potere nelle direzioni di impresa, che rende le vite femminili soggette al bisogno e ai molti conseguenti soprusi.

Per il sistema la normalità è costituita dal lavoro produttivo retribuito per il maschio adulto e dal lavoro di riproduzione sociale gratuito -presentato come doverosa cura famigliare- per la donna. Una suddivisione gerarchica del lavoro domestico ed extradomestico che contribuisce alla ricchezza della nazione, mentre indebolisce e svalorizza la posizione della donna sul mercato del lavoro; la rende ricattabile e violabile.

Come risulta dalle rilevazioni del comitato Pari Opportunità presso la Commisssione europea in campo lavorativo (sistema di “flexsecurity” e pari opportunità) non c’è legge o codice di parità che tenga; se la costituzione materiale nega al soggetto femminile il fondamentale diritto al pari valore, si crea un piano inclinato negativo: dai quotidiani gesti spregiativi alla persecuzione con atti di costrizione e di violenza in famiglia e nei luoghi sociali soprattutto per quelle che hanno deciso di reggere il filo della propria vita in autonomia rispetto ai ruoli imposti dalla tradizione.

Queste considerazioni racchiudono in sé la storia del “mobbing”, un fenomeno per decenni sommerso e negato in Italia, ove soprusi, atti di persecuzione e vessazione contro donne lavoratrici ad opera di uomini (colleghi, superiori, datori di lavoro) si verificano da sempre, ma non esiste una legge organica che preveda e punisca tali comportamenti, anche se negli ultimi lustri alcune sentenze della magistratura hanno creato un sistema piuttosto coerente di regole giuridiche cui richiamarsi.

Va detto che il “mobbing”, come altre forme di violenza, può considerarsi quale “manifestazione di potere relazionale storicamente diseguale fra donne e uomini…..uno dei principali meccanismi sociali attraverso i quali le donne sono costrette ad occupare una posizione subordinata rispetto agli uomini” (Comitato europeo per l’eguaglianza fra donne e uomini, CEDAW 2006)

Le forme note di “mobbing” sono diverse, alcune decisamente subdole ed è importante riconoscerle tempestivamente, ammettendo prima di tutto con se stesse di esserne diventate il bersaglio.

Nel luogo di lavoro possono verificarsi soprusi a carattere prevalentemente fisico ovvero psicologico contro la donna presa di mira: nel primo caso l’autore può essere l’imprenditore o un lavoratore sovraordinato (“mobbing verticale”) oppure un collega di pari livello (“mobbing orizzontale”); nel secondo caso l’autore è quasi sempre un superiore o il datore di lavoro (“mobbing verticale”), cioè uno che, per il ruolo ricoperto, possiede strumenti di pressione nei confronti della vittima designata.

Spesso l’attività di “mobbing” sconfina con vari reati (molestie, ingiurie, violenza privata, lesioni personali, violenza sessuale ecc) allorchè i soprusi si manifestino attraverso commenti ingiuriosi a sfondo sessista, toccamenti non voluti in zone erogene, fino a veri e propri assalti fisici e a violenza sessuale.

In genere, l’autore di “mobbing fisico” necessita di un luogo sufficientemente appartato per compiere la violenza impunemente: i casi più frequenti sono quelli del capo che convoca la lavoratrice sottoposta e la tormenta con atti a sfondo sessuale chiaramente non graditi, ricorrendo anche a ricatti più o meno espliciti relativi al rapporto di lavoro (conferma di contratto a termine ovvero minaccia di licenziamento, passaggio da part time a full time o viceversa, riconoscimento di un superiore inquadramento o dequalificazione ecc). Nel caso di lavoratore pari grado, l’attacco sarà, invece, prevalentemente svolto attraverso palpeggiamenti subdoli e insulti sessisti che tendono a mortificare la donna, isolandola rispetto alla generalità dei colleghi. Chiaramente, un evento più raro perchè pericoloso per l’autore a causa di possibili testimoni delle malefatte.

Il “mobbing psicologico” consiste normalmente nella sistematica svalutazione dell’operato della vittima, accompagnato da ripetuti commenti negativi, richiami e sanzioni disciplinari, dequalificazione e demansionamento rispetto a compiti precedentemente svolti, spesso come forma di ritorsione a seguito di assenze per malattia o per maternità. Soprattutto in quest’ultimo caso non è raro che la donna, rientrando al lavoro, trovi i suoi compiti precedenti assegnati ad altri, oppure si trovi preposto un collega precedentemente pari grado o persino un neo assunto (magari da lei stessa formato) che le faccia sentire tutto il peso dell’autorità acquisita. Spesso questi attacchi sono organizzati più o meno direttamente dall’imprenditore e sono finalizzati a fiaccare la resistenza della lavoratrice, inducendola a dimissioni solo apparentemente volontarie.

La circostanza non è ignota, tant’è che fin dalla legge n. 1204/1971 (confermata dalla L. n. 151/2001) le dimissioni delle lavoratrici madri devono essere convalidate dal Ministero del Lavoro che, recentemente, ha predisposto un apposito questionario per gli Ispettorati provinciali del Lavoro (cfr. Il Sole 24 Ore 11.3.2009).

Il “mobbing” va considerato violenza sessista perchè è praticato da uomini e subito da donne; ha l’effetto di provocare nella vittima disturbi psicofisici anche gravi, inviando contemporaneamente il messaggio che il luogo di lavoro è territorio del potere di un sesso contro l’altro. Va contrastato con strategie di resistenza attiva, qualunque sia la forma di lavoro anche precario in cui ci sitrova: la sottomissione impedirà definitivamente una efficace difesa della vittima verso un aggressore reso sempre più baldanzoso.

Se il “mobbing” è praticato da colleghi (anche preposti), va immediatamente denunciato al datore di lavoro, ad altri colleghi, sindacalisti, amici e famigliari. Se è praticato dal datore di lavoro la denuncia immediata è essenziale per procurarsi testimoni che saranno per lo più indiretti. In ogni caso, è importante ricorrere al medico per la certificazione di eventuali lesioni fisiche (ematomi) o di disturbi psicologici (ansia, depressione) come reazione emotiva allo stress.

Per il “mobbing” psicologico la giurisprudenza richiede una certa durata nel tempo del comportamento lesivo, quindi è consigliabile tenere un diario giornaliero in cui descrivere i comportamenti mobizzanti chiedendo sistematicamente per iscritto la conferma scritta delle disposizioni ritenute vessatorie: anche se non si ottiene risposta, vale comunque la richiesta come indizio.

E’ soprattutto necessaria una constatazione medica precisa e protratta nel tempo delle conseguenze fisiche e psichiche delle vessazioni subite.

Un rapporto di lavoro inquinato da “mobbing” è già virtualmente finito: meglio concluderlo rendendo possibile una richiesta di risarcimento dei danni (biologico, psicofisico, relazionale) che consentire, con il silenzio, la beffa dell’impunità per l’aggressore, magari attraverso la responsabilizzazione della vittima, incolpata del torto subito.

Maria Grazia Campari

www.womenews.net

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Mar 30

A noi il lutto, a loro i profitti“ 

Vergognatevi. Siete responsabili, Governo, Confindustria e quante e quanti oggi plaudono, di quello che accadrà. Degli infortuni, delle malattie e dei lutti, che le modifiche al Testo Unico sulla Sicurezza, potranno provocare. Se diventeranno definitive, perché prima che questo avvenga, in molti si attiveranno per bloccarle, nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle istituzioni. Si attiveranno più di quanto non sia avvenuto finora, per far crescere l’indignazione e il contrasto all’ennesima manomissione dei diritti che state compiendo.

Roberta Fantozzi (segreteria Rifondazione Comunista)

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IL TESTO DEL DECRETO APPROVATO DAL GOVERNO

Nota. Pubblichiamo la versione del decreto “correttivo del
d.lgs81/2008 approvato stamane dal Consiglio dei Ministri.
Il documento richiede un’analisi approfondita comma per
comma perchè, a prima vista, ci pare che  molte “trappole”
siano  disseminate in quasi tutti gli articoli.

SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE DISPOSIZIONI:
INTEGRATIVE E CORRETTIVE AL DECRETO LEGISLATIVO 2008 N.81
RECANTE: ATTUAZIONE DELL’ARTICOLO DELLA LEGGE 3 AGOSTO 2007,
N.123, IN MATERIA DI SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI
LAVORO.

IL TESTO su:

http://www.diario-prevenzione.net/diarioprevenzione/html/modules.php?name=New…

 

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Mar 10

I prodotti Herbalife possono agevolare lo snellimento o la perdita di peso, se inseriti nell'ambito di una dieta ipocalorica controllata. Anche se alcuni prodotti Herbalife possono essere utilizzati in sostituzione di un pasto, essi non sono tuttavia destinati ad essere usati come sostituti dell'intera dieta di una persona, e dovrebbero essere integrati da almeno un pasto completo quotidiano.
I prodotti sono notificati al Ministero della Salute. La notifica non implica accettazione, da parte del Ministero della Salute, di qualsivoglia messaggio a carattere pubblicitario.
I prodotti non sono medicinali e non sono trattamento o cura di malattie.

Tutti o quasi, sanno che lavorare da casa è oggi in una fase di forte evoluzione e intraprendenza.
Fino a qualche anno fa una famiglia poteva vivere agiatamente in presenza di uno stipendio, ora è diventato molto difficile anche con due e le cause di questo fenomeno sono molteplici.
In primis aumenta di anno in anno il costo dei beni di prima necessità, chi fa la spesa tutti i giorni lo sa, anche le spese mediche, i trasporti e molti altri servizi aumentano generalmente di più di quanto aumentano i nostri stipendi. E c'è anche un altro motivo.
Per questo motivo Herbalife propone un sistema di lavoro da casa particolarmente utile ed efficace: provare per credere!

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale »

Mar 30

Paradisi banchieri e affari

Un’analisi dei meccanismi truffaldini [ma legali] usati dalle banche e dai paradisi fiscali per fare una valanga alla faccia del fisco. E in appendice un documento: gli stipendi dei manager bancari più pagati

Periodicamente, ogni cinque o dieci anni, si tenta o si finge di scatenare una guerra nei confronti dei Paradisi fiscali, stilando burocraticamente liste nere dei paesi non collaborativi con l’Ocse, e liste bianche dei paesi che preannunciano possibili adeguamenti nella gestione del denaro anonimo. Questa volta l’attacco ai forzieri offshore è stato sferrato da Nicolas Sarhozy e Angela Merkel assieme a Josè Emanuel Barroso, presidente della Commissione. Nel mirino vi sono trilioni di dollari: una montagna d’oro proveniente da narcotraffici, dittatori e migliaia di semplici evasori, che hanno trovato riparo in Svizzera [29 per cento] a Jersey e Man [23 per cento] o in Lussemburgo. Questi soldi sono stati in gran parte investiti in floride industrie. Da notare che il reddito procapite di Jersey e Man, isolette situate rispettivamente nel Canale della Manica e nel Mar d’Irlanda, è il doppio di quello degli inglesi.

Tutto è nato quando, un mese fa, Ubs, la più grande agenzia finanziaria del mondo, ha girato al Tesoro degli Stati uniti i nomi di 300 cittadini statunitensi che avevano occultato i loro miliardi di dollari in un conto svizzero. In questo modo è stato evitato un processo criminale a New York. Come in altre recenti occasioni, la Svizzera e altri paradisi fiscali, esclusi dalla «lista nera», hanno promesso di allentare il segreto bancario, oggetto degli attacchi dei paesi europei. Ma non si sa con quale esito, poiché le gattopardesche misure promesse alla fine potranno risultare quasi inutili.

Attualmente infatti la Federazione elvetica e altri paesi proprietari degli opachi forzieri, i cosiddetti paradisi «buoni», si sono dichiarati disponibili a collaborare con i paesi dell’Ocse soltanto in caso di frode fiscale.

L’evasione fiscale, considerata soltanto un reato amministrativo, trova invece una forte resistenza. Quanto al segreto bancario, strumento che attira i più grandi capitali, è talmente protetto che se qualcuno osa intaccarlo rischia sei mesi di carcere. Per difendersi dal pericolo della fuga di capitali, la Svizzera le sta studiando tutte, arrivando a chiedere persino il boicottaggio delle auto tedesche, quelle della nazione più attiva nel chiedere più trasparenza. Mentre il ministro delle Finanze di Berlino ha ricevuto una valanga di lettere anonime con minacce e insulti.

La Svizzera d’altra parte ha già fatto presente che l’addio al segreto bancario potrebbe avere tempi lunghi. Nel frattempo il Tesoro degli Stati uniti conferma una mancanza di entrate fiscali di 100 miliardi annui, e quello di Londra di almeno 6 miliardi fuggiti in paradiso. Da sottolineare che anche i paesi in via di sviluppo hanno subito un furto di 124 miliardi di dollari, destinati ad aiuti umanitari. Si tratta di uno scippo planetario.

Soltanto la minaccia di qualche cambiamento che possa alterare la sicurezza dei forzieri, la nuova frontiera per far sparire i soldi dei big e dei banchieri si sta spostando infatti ai paesi dell’est ed asiatici. Hong Kong e Singapore incominciano ad essere i luoghi più ambiti per incanalare i torrenti di denaro anonimo. Moldavia, Repubblica Ceca, Slovacchia e anche Russia sono paesi nei quali è più comodo operare il riciclaggio di denaro sporco; mentre in Asia e nei Caraibi [ad esempio nelle trenta isolette situate attorno a St Vincent] le informazioni sulle numerose società offshore non possono per legge essere passate a nessuna autorità fiscale straniera.

In questo periodo di disastro economico mondiale e di scarsa liquidità delle banche, lo stesso Obama sta prendendo misure contro la finanza offshore, tanto che alcuni paradisi, tra cui Jersey, si aspettano dagli Stati uniti un uragano che ne scalfisca l’impenetrabilità. La domanda è se questo uragano arriverà nei territori controllati da Londra. Come è noto l’Inghilterra e soprattutto la City di Londra potrebbe infatti essere considerata la madre di tutti i «paradisi». La City regna infatti incontrastata sull’arcipelago offshore, dalle remote isole Cayman alla più vicina Man e le isole del canale, dove tra l’altro sono stati pubblicati i bandi miliardari per ospitare una ventina di nuovi casinò virtuali, che operano su Internet in completa esenzione fiscale e sotto controlli irrilevanti. Fino all’altro ieri in Gran Bretagna, con 100 sterline, si poteva fondare per telefono una società e metterla al riparo da occhi indiscreti.

Un altro problema è costituito dalle banche. In Lussemburgo ad esempio molte banche italiane [San Paolo, Comit, Unicredito, Popolare Emilia, Bnl, Banca di Roma] supportavano le centinaia di società come Pirelli, Mondatori, Merloni, Lucchini, Autogrill, Valentino, tutte situate con le loro succursali al n. 13 del Boulevard Prince Henry.

Molti paradisi, tra i quali principalmente Lussemburgo, si sono specializzati nella gestione dei patrimoni di queste società e hanno sviluppato secondo le tecniche più sofisticate [e spesso truffaldine] l’attività della gestione dei fondi di investimenti, con i famosi derivati ed altri titoli «stracciati».

Ma per rendere concreta la lotta ai paradisi fiscali sarebbe forse necessario che nel prossimo aprile il G20 prevedesse per i paesi che mantengono il segreto bancario, nonché per le banche che continuano ad avere succursali negli stessi paesi, l’applicazione di grosse sanzioni. Per non parlare delle forze Onu e delle Forze Nato [attualmente rimaste inattive e senza compiti precisi] che potrebbero autoritariamente porre i sigilli a quelle organizzazioni fuorilegge che nei paradisi fiscali favoriscono il riciclaggio e l’illegale accoglimento dell’oro rapinato dai dittatori del mondo a danno di popolazioni ridotte in miseria. E’troppo pretendere questo, in un mondo globalizzato dove l’illegalità finanziaria è la maggior causa della crisi?

Meccanismi truffaldini, Draghi permettendo

Edizioni speciali del TG e intere pagine dei quotidiani sono soliti evidenziare le storie più segrete di sportivi, attori, cantanti, imprenditori, quando costoro siano stati pizzicati dalla Finanza per evasioni fiscali di qualche milione di euro. Basterà ricordare i casi di Valentino Rossi, Ornella Muti, Leonardo Del Vecchio [patron di Luxottica]. Cifre rispettabili certo, ma certamente inferiori a quella di oltre 4 miliardi di euro. Quando i truffatori del fisco sono grandi banche, accusate di aver messo in piedi circa 4,3 miliardi di euro, lo Stato diventa distratto e reticente, e molti giornalisti smemorati e colpevoli di omissione. Lehman Brothers, Goldman Sachs e J.P. Morgan, alcune tra le principali banche d’affari mondiali, hanno frodato il fisco italiano per la somma di 4,3 miliardi di euro, l’ammontare di una mezza legge finanziaria. Ma stranamente nessuno ne ha parlato, forse per non disturbare il manovratore, ossia il governatore della Banca d’Italia Draghi implicato fino al collo nello scandalo. (cfr. La Repubblica delle Banche di Elio Lannutti/ed.Arianna).

Nessun telegiornale e nessun organo di stampa hanno fiatato [ad eccezione di un breve articolo apparso su L’Espresso che segnalava la notizia non ripresa da nessun giornale]. Ma che cosa avevano fatto le banche? Avevano architettato una colossale truffa ai danni dello Stato italiano, consumata attraverso i pacchetti azionari di investitori di ogni angolo del mondo: europei, americani, asiatici, australiani. Per riuscire a spillar denaro, sottraendolo al fisco, era stato loro sufficiente chiedere il rimborso del credito di imposta sui dividendi delle società italiane, facendo credere di averne diritto. La scoperta della truffa sui rimborsi – nome in codice «Easy Credit»- risale al 2005 quando, dopo una indagine sulle richieste di rimborso inoltrate da società inglesi, il gruppo repressioni frodi della Guardia di Finanza di Roma ha trasmesso un rapporto alla Procura di Pescara, competente per territorio. Secondo la legge il diritto al credito d’imposta sui dividendi spetta unicamente alle società e agli enti residenti in Italia. L’inchiesta è andata avanti, ma dopo anni non sembra essere giunta a qualche sentenza.

Secondo la trasmissione Report ogni banca d’affari avrebbe nel proprio organico degli organismi semiclandestini [taxtrade] per organizzare operazioni antifisco.

Anatomia di una truffa

Ecco come Primo De Nicola, giornalista dell’Espresso descrive il meccanismo delle truffe operate dalle suddette tre banche d’affari.

Gli istituti si sono fatte prestare temporaneamente – in ogni angolo del mondo – da fondi di investimento e da banche delle più svariate nazionalità, dei pacchetti azionari, in maniera che, al momento dello stacco del dividendo delle società italiane, queste azioni risultassero delle loro filiali inglesi: Lehman Brothers Europe, Goldman Sach International e J.P. Morgan SEcurities Limited, tutte e tre con sede a Londra e perciò titolate a chiedere il rimborso. Una volta incassato il dividendo e maturato il credito, tempo qualche settimana, i titoli azionari venivano restituiti ai legittimi proprietari.

Un caso tra i tanti. Il 23 marzo 2001, Banca Intesa riceve dalla Deutsche Bank di Londra l’ordine di prelevare 3 milioni di azioni Eni da un proprio conto, per girarle a quello della Lehman Brothers Unternational acceso presso la Citibank di Milano.

Il 5 maggio, puntualmente, le azioni entrano sul conto milanese della Lehman. Il 18 giugno avviene lo stacco del dividendo Eni e meno di un mese dopo, maturato il diritto al rimborso, le azioni fanno il percorso inverso rientrando sul conto londinese di Deutsche Bank. In quei giorni sono state fatte migliaia di operazioni di questo genere. Lehman Brothers International Europe, per esempio, rispetto a una giacenza media nell’intero arco del 2001 di 5 milioni e 400mila azioni Eni, nel mese di giugno vedeva il numero dei titoli petroliferi registrati sul proprio conto milanese superare i 155 milioni.

Una grande performance, ma non la sola. Anche Golman Sachs e J.P.Morgan sono state attivissime: La prima, rispetto a una giacenza media annuale di meno di 50 mila titoli Eni, sempre nel giugno 2001 arrivava a possederne 3555 milioni. La lista degli accusati potrebbe essere molto lunga, con un totale di circa 4.500 soggetti finanziari, quali Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Glopal Markets Limited e la svizzera Ubs.

Se un povero pensionato, costretto a fare il secondo lavoro in nero per sbarcare il lunario, è scoperto, viene subito messo alla gogna e denunciato. Se un piccolo commerciante non dà la ricevuta fiscale per un modesto importo, viene pesantemente multato e rischia anche la chiusura dell’attività commerciale. Le grandi banche d’affari, invece, se frodano il fisco per 4,3 miliardi di euro, vengono addirittura premiate, perché contigue con il governo e con il ministero dell’Economia.

Lo scandalo delle maggiori banche d’affari che hanno frodato il fisco italiano, quindi la totalità dei cittadini, per un controvalore di 4,3 miliardi di euro, come risulta dall’indagine della Procura di Pescara, è una delle grandi vergogne del governo. Mario Draghi inoltre non ha mai chiarito la genesi della gigantesca frode fiscale ai danni dello Stato per 4,3 miliardi di euro da parte di quelle stesse banche di affari che oggi vigila. Per tali fatti, in un paese normale, avrebbe come minimo dovuto rassegnare le sue irrevocabili dimissioni, se non altro per rispetto verso quei cittadini che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo.

Ipoteche per vecchi

Una curiosità da segnalare tra i comportamenti legali organizzati da moltissime banche,sono le cosiddette «ipoteche per vecchi». A persone molto anziane gli istituti bancari prospettano delle soluzioni interessanti per venire incontro ai loro bisogni di case in proprietà. Si tratta di mutui particolari [con i quali vengono acquistati gli appartamenti] in cambio dell’imposizione di una ipoteca sulla casa a favore della banca. Niente rimborsi di rate, niente spese! Solo che le rate e le spese verranno poi caricate sugli eredi, i quali si troveranno improvvisamente a pagare non solo gli interessi ma gli interessi sugli interessi [per le rate non pagate dal proprietario nel frattempo passato a miglior vita]. L’improvviso carico delle somme ingenti potrà portare in breve tempo al pignoramento e all’esproprio della casa. Pare che la pretesa degli interessi sugli interessi [anatocismo] in questi casi sia perfettamente legale

Le stock option

Secondo un documento di Bankitalia, in due anni [2005 e 2006] è stato denunciato che una decina tra le maggiori banche italiane hanno assegnato ai loro manager 400 milioni di euro, di cui 273 milioni sotto forma di stock option, il resto in azioni gratuite.

Tentiamo ora di fare un sintetico elenco dei manager bancari più pagati [elaborazione su fonte Sole 24 0re]:

Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia fino al 31 maggio 2007 37.405.281 euro [di cui 31.226.105 di indennità per risoluzione rapporto di lavoro e 1.277.831 Tfr)

Gesare Geronzi, Presidente di Capitalia fino al 30 settembre 2007, 23.648.266 euro [di cui 20 milioni quale emolumento straordinario che costituisce anche premio alla carriera], vicepresidente di Mediobanca per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2007 375.000 euro: TOTALE 24.023.266.

Giovanni Bazoli, indennità speciale di fine mandato quale presidente dell’ex Banca Intesa 10.000.000 di euro, per consigliere di amministrazione di Intesa San Paolo 1.364.000, vicepresidente Banca lombarda 37.499, e Ubi Banca 67.659: TOTALE 10.935.430

Gabriele Galatei, presidente Mediobanca fino al 2 luglio 2007 11.000.000, vicepresidente Rcs 19.000, TOTALE 11.19.000

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit 9.427.000 (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni)

Giampiero Auletta, amministratore delegato di Ubi Banca TOTALE 5.700.000

Antoine Bernheim, presidente Generali 4.835.009,consigliere Mediobanca 398.000. vice presidente di Intesa San Paolo 358.000. TOTALE 5.591.009

Ezio Paolo Reggio,amministratore delegato della Cattolica fino al 12 giugno 2007 4.893.151

Corrado Passera amministratore delegato e direttore generale Intesa San Paolo 3.522.000

Pietro Modiano , direttore generale Intesa San Paolo 3.505.000

Corrado Faissola, amministratore delegato ex Banca Lombarda e vicepresidente Ubi Banca 3.033.000

Nereo Dacci , ammin. Delegato Banco Desio 2.986.573

Aureliano Benedetti, presidente della Cassa di Risparmio di Firenze 2.633.200

Francesco Micheli,direttore generale Intesa San Paolo 2.503.000

Emilio Zanetti presidente ex Bpu e presidente Ubi Banca 2.421.000

Fabio Innocenzi,amministratore delegato Banco Popolare 2.286.000 e vicepresidente Banca Italease 45.000 totale 2.331.000

Antonio Vigni, direttore generale Banca Mps 2.325.650

Giovanni Battista Mazzucchelli, direttore generale Cattolica 2.038.794

Dieter Rampl presidente Unicrerdit 1.567.000, consigliere di amministrazione Mediobanca 342.000, Totale 1.909.000

Lino Moscatelli, direttore generale Cassa di Risparmio Firenze 1.781.768

Guido Leoni, amministratore delegato Banca popolare Emilia-Romagna 1.668.000

Giuseppe Grassano , direttore generale Banca Popolare Intra 1.630.000

Carmine Lavanda, direttore generale Capitalia 1.606.000

Romano Nobile

www.carta.org

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Mar 30

SANITA’, MALAPOLITICA  E INFORMAZIONE

In questo Parlamento senza i comunisti è sempre piu’ forte il rapporto d’interesse tra pubblico e privato, con la complicità dei grossi e grassi media.

Lo si deduce dalle intenzioni che il governo intende trasformare in provvedimenti di legge, con i quali si chiuderebbe definitivamente la lunga storia della Riforma 833 del 1978.

Il processo alla rivoluzionaria Riforma del sistema feudale che regnava in Italia è stato istruito da anni dai provvedimenti che le Regioni come la Lombardia hanno messo in atto senza soluzione di continuità. E’ stata una strategia precisa, e vincente, rendere artificialmente complesse e contraddittorie le attività amministrative, per ritagliarsi spazi di profitto e di malaffare, in particolare stringendo patti di commistione con imprese e corporazioni private e religiose.

Oggi ancor di più che nella suicidata Prima Repubblica, domani ancora peggio con il federalismo.

Sappiamo tutti che il compito del giornalismo obiettivo dovrebbe essere quello di controllare puntigliosamente l’operato degli amministratori pubblici e delle attività private. Lo dovrebbe fare non solo un servizio pubblico come la RAI ma anche gli stessi quotidiani che si dichiarano indipendenti dai partiti, se non fosse che determinano le decisioni della politica di potere per conto degli interessi dei loro editori. Una conferma?

Qualcuno ha mai letto una campagna di stampa per abolire il rapporto di convenzione tra sanità pubblica e privata? Noi no, perché una proposta del genere abolirebbe gli enormi illeciti affaristici e prosciugherebbe l’acqua in cui nuotano i pescecani della sanità privata.

 

Anzi, la logica è quella denunciata da Donato Greco, ex direttore del “Centro prevenzione malattie” del Ministero della Salute: Lasciate che si ammalino, qualcuno ci guadagnerà!

Non poteva essere altrimenti, perché - come dice lo stesso Greco in un’intervista all’Espresso - basta vedere come sono organizzati i comitati consultivi del Ministero: c’è una presenza determinante di industrie farmaceutiche, aziende biotecnologiche, cliniche private.

E’ stato sostituito da Fabrizio Oleari, che teorizza la “predizione clinica”, ossia di diffondere la diagnosi precoce per intervenire quando ci ammaliamo.

Se non ho capito male, essendo queste indagini diagnostiche costosissime, tenendo conto del voluto declino del servizio sanitario nazionale, conoscendo le programmate infinite liste di attesa, risulta fin troppo evidente il favore alle migliaia di laboratori privati che fanno a pagamento questo tipo di indagini.

E’ la conferma che è in atto uno strisciante progetto di privatizzazione della salute mediante la delega alle assicurazioni, la qual’cosa non è affatto malvista dalle lobbies mediche. Dalla teoria alla prassi il passo è breve, si comincia con l’esclusione dai nuovi Lea molte delle prestazioni diagnostiche di base, specialmente in ambito radiologico, costringendo i cittadini a pagare di tasca propria delle semplici radiografie mentre indagini più costose (Tac, risonanza magnetica, etc.) rimarranno a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Infine, c’è il core-business dentro le mura pubbliche con la "libera professione intramuraria" o intramoenia con un regime di doppia lista d’attesa (certamente tripla con quella confidenziale e clientelare.

Pare immorale questa politica? Che importa, con questo Parlamento tutto diventa legale!

franco cilenti

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Mar 30

CNOPUS  coordinamento Nazionale operatori professionali  unita’ spinali

4 aprile 

Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale

Cari amici e colleghi,

Il 4 aprile 2009 si celebra in tutta Italia la Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale promossa dalla FAIP (Federazione Associazioni Italiane Paratetraplegici) con l’obiettivo di promuovere una corretta informazione sulle lesioni midollari e sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni italiane, sulla necessità di investire maggiormente nella ricerca.  Ricerca che sappia rispondere con serietà alle domande di salute e di benessere, per tante donne e uomini, che vedono improvvisamente cambiare la loro vita, a seguito di una lesione spinale.

Per approfondire i temi della ricerca, sabato 4 aprile FAIP,  propone a Milano, al Centro Congressi Atahotel Quark (Via Lampedusa 11/A) un convegno di respiro internazionale dal titolo “Mettiamo in piedi la ricerca”, di cui vi alleghiamo il programma. L’invito è  rivolto a tutte le persone che operano nell’ambito  delle lesioni midollari, in quanto sarà un momento molto importante di informazione sullo stato attuale  della ricerca in materia di lesione al midollo spinale.

Un cordiale saluto

IL DIRETTIVO CNOPUS

www.cnopus.altervista.org

IL PROGRAMMA

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Mar 30

Vi scrivo da… Chilongwe

Cari amici (vicini?? e) lontani,

ecco un altro dei miei frettolosi monodiari, scritto alla fine di una intensa missione. Di nuovo nell’emisfero australe, a correre per cinque settimane nel paese chiamato la “casa dei sassi”. Proprio questo vuol dire “Zimbabwe” in shona, la lingua indigena. Mica pensavate che io mi trovassi a Matera, vero?!?!

Il paese delle pietre, sapete perché? Perché qui le attività vulcaniche di epoche fa hanno formato e lasciato gigantesche gocce di materia fossile. Estrusioni magmatiche, vento, pioggia e altri agenti atmosferici (NON certo il gelo, visto che in certi posti dormiamo con 38 gradi in stanza) hanno smussato spigoli minerali fin troppo accuratamente. E questi sassi stanno su, impilati uno sull’altro, contro ogni scommessa gravitazionale.

Il paese dei sassi sì, ma anche il paese delle nuvole. Finalmente nel mio peregrinare per e con MSF in luoghi sempre disgraziati, ho trovato un posto in cui il turismo era un’attività fiorente prima che la crisi investisse questo paese. Così si possono contemplare i famosi paesaggi africani che uno puo’ figurarsi nel turisticamente inflazionato Kenya. Il cielo qui non è solo la cornice superiore di un paesaggio che mai annoia, ma un vero e proprio gioiello che regala spettacolari tramonti, arcobaleni in cui per la prima volta sono riuscita a contare tutti e 7 i colori (mai visti prima l’indaco e il violetto!), ancora arcobaleni paralleli (due in un sol colpo, neanche fossero stati disegnati col compasso!!!). Per non parlare della vegetazione poi: cactus alti come baobab, baobab alti come arcobaleni.

Se lo Zimbabwe è il paese dei sassi e delle nuovole, bisognerebbe chiamarlo anche il paese dei suoi impossibili equilibri naturali ma anche e soprattutto quello degli squilibri socio-finanziari. Tanto per darvi un’idea sui costi: le tasse scolastiche ammontano a 300 dollari, il rilascio del passaporto (il più caro al mondo) a 700 dollari e un bullone a 3 dollari. Considerate che 3 dollari sono pure lo stipendio mensile medio locale, per i fortunati che hanno un lavoro in una nazione in cui la disoccupazione supera il 90%.

Già, sembra facile ora poter parlare di dollari, ma sino a qualche settimana fa non si poteva scambiare né utilizzare valuta straniera. Bisognava per forza usare la moneta locale, con un’inflazione che fa addirittura ridere chi non deve arrangiarsi con l’economia locale. Il nostro povero responsabile della finanza più che la calcolatrice usa un diagramma a triangolo rettangolo per aggiungere più facilmente un imprecisato numero di zeri ai costi locali, ogni ora, ogni giorno. Ciò che vale la mattina, il pomeriggio è carta straccia. Qui si parla di trilioni per comprare il pane, le banconote giacciono inutilizzate sui pavimenti dei supermercati!!!

Definirei lo Zimbabwe un Myanmar africano: la gente è stata forzatamente costretta a ripiegare su una vita povera ed ignorante, mentre nel passato avevano accesso a risorse, istruzione, lavoro, assistenza sanitaria, economia di esportazione. Viaggiando nelle zone rurali del paese, incontro persone che parlano l’inglese meglio di me anche in remoti villaggi attorniati solo da colline montuose e campi di grano. Harare, la capitale, sembra una città europea calata in un clima tropicale: palazzi di vetro, pali della luce, ville con piscine, aiuole curate, cestini dell’immondizia per le strade! Non proprio ciò che mi sono abituata a vedere sinora in altre capitali africane: Freetown, Monrovia, Maputo.

…Questa missione rispetta per me la legge del contrappasso: esattamente un anno fa, quando mi trovavo in Mozambico per un’altra epidemia di colera, ero contenta di non essere qui in Zimbabwe, vista la disastrosa situazione in cui il paese versava (e versa). Gli espatriati che avevo incrociato a Maputo di ritorno da qui mi raccontavano favole di scaffali vuoti e costi proibitivi. Ebbene, eccomi ora davanti agli scaffali vuoti: vengono riempiti a ondate di prodotti comunque troppo cari per la popolazione. Vi si trova troppo shampoo ma non dentifricio, tanti fagioli in scatola ma non carne. Tutto sembra improvvisato, e tutto arriva dall’estero.

E pensare che lo Zimbabwe nel passato aveva una capacità produttiva agricola che poteva soddisfare gran parte della domanda proveniente da molti altri paesi africani, soprattutto ciò che concerne il fabbisogno di grano.

La crisi economica in Zimbabwe ha fatto cambiare tutto: il tipo di agricoltura non più orientato all’esportazione ma al consumo casalingo, l’irrigazione bloccata perché ci sono le infrastrutture idrauliche ed elettriche ma mancano l’elettricità e la manutenzione, il cambiamento climatico. Anni molto secchi hanno fatto sì che al posto del grano si dovesse coltivare il sorgo, che è molto più resistente alla siccità ma anche molto meno nutriente e gradevole al gusto. I pascoli per il bestiame sono impoveriti e l’erba non fa più ingrassare le mucche, che sono davvero magre! A volte rimane solo il nome: “Angus ranch”, un’area in cui fino a qualche anno fa c’erano i bianchi, che sono stati cacciati da un giorno all’altro. E una sana bistecca al sangue la vedrò solo quando tornerò in Europa!

 

…Nelle grandi città dello Zimbabwe splendono insegne di SPAR, i supermercati locali, il cui logo ricorda quelli europei. Ci sono entrata due volte in un mese e mezzo, proprio e solo perché dovevo comprarmi la prima volta il dentifricio e la seconda le batterie per il GPS. La fila per pagare alle casse ti sembra piuttosto naturale. Ma la seconda fila, quella dopo aver ricevuto lo scontrino per aspettare il resto, non sei pronta ad affrontarla. Devi aspettare il resto, se non vuoi che il tuo cambio dei 10 dollari ti venga reso in una quantità di leccalecca e caramelle da far paura anche al più spregiudicato dentista. Il denaro spicciolo non circola e la cassiera deve accumulare banconote da un dollaro prima di poterti dare il dovuto. Ma come sempre tutti hanno banconote di taglia grossa e si arriva alla situazione di impasse che tutti si guardano intorno sventolando 20 e 50 dollari.

Nel frattempo maestri, poliziotti, personale medico, soldati, scioperano assiduamente. Perché andare a lavorare se il costo del trasporto giornaliero è superiore al tuo stipendio mensile? Per curare i malati di colera? Sì, magari, peccato che tanto il Ministero della sanità non rifornisca di medicine le strutture cliniche. E quindi perché essere presenti nei centri di salute? Per vedere arrivare persone agonizzanti dopo un penoso viaggio in carriola, e rimandarli subito a casa perché non c’è nemmeno la varechina per disinfettare per terra?!

Lo sciopero dei maestri ha per noi il vantaggio che le scuole non vengano riaperte, come d’uso, all’inizio dell’anno: questo ci aiuterà a scongiurare il pericolo che bambini provenienti da diverse zone, che dovrebbero condividere toilette e mensa, non vengano in contatto l’uno con l’altro, diminuendo parzialmente il rischio di epidemie.

Per di più i bimbi che possono essere mandati a scuola non sono poi tanti. Molti di loro li incontriamo a pascolare il loro scarno bestiame, fatto sempre di mucche, capre e qualche asino: ecco come spendono il loro tempo le nuove generazioni invece che andare a scuola, visto che i genitori non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche. Pure per le nostre indicazioni stradali, quando siamo persi in mezzo a campi di mais e colline sassose, quando non sappiamo se infilarci in una traccia piena di cespugli verso la direzione giusta, o in una strada più larga ma dalla parte opposta a quella in cui dobbiamo dirigerci, ci affidiamo a bambini pastori. Il modo in cui contemplano stupefatti il movimento delle ruote delle nostre auto li fa sembrare più piccoli di quelli che sono, ma la lunga frusta che maneggiano abilmente e fieramente li fa sembrare già molto adulti.

Quando passiamo con le nostre macchine rumorose e ingombranti c’è sempre il rischio che qualche mucca o capra si faccia cogliere dal panico ed inizi a cambiare improvvisamente direzione col rischio di essere investita. O col rischio per noi che decida di non cambiare direzione e correre davanti a noi, costretti a seguirla. Un vitellino spaventato al passaggio della nostra vettura saltella in mezzo alle capre: sembra che si creda uno di loro, ed infatti è così! L’autista mi spiega che i vitellini vengono svezzati facendoli dormire con le capre, perché così la mattina la mucca avrà a disposizione latte a sufficienza per sfamare almeno un po’ la famiglia “umana”.

In un villaggio nel sud-est del paese colpito dall’epidemia di colera, durante una sessione di educazione igienica (non si puo’ chiamare promozione, visto che si deve partire da zero), mentre enfatizziamo il fatto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare, una signora secca alza la mano: “io non mi lavo le mani prima di mangiare, perche’ non ho nulla da mangiare”. Solita reazione africana, tutti scoppiano a ridere. Non so come le persone in Africa trovino sempre e comunque la forza di ironizzare sulla propria condizione.

Già, qui la gente ha fame e tra lo stomaco vuoto oggi e il colera domani, la loro priorità non è sicuramente la nostra (quella di prevenire il colera): tanti cercano di farsi ricoverare nei nostri centri di trattamento del colera, giusto per ottenere qualche pasto offerto gratuitamente. Ma per far ciò devono farsi svariate ore a piedi perché le cliniche sono perle rare.

Ricordo in particolare un incontro: una vecchierella attraversa un fiume dove sto facendo dei test su come purificare l’acqua con della semplice candeggina (ebbene sì, tanti anni di studi ingegneristici “matti e disperati” per finire a purificare acqua di fiume per persone che non parlano la mia lingua, cosa posso farci?!). La donna saltella per avvicinarsi a me evitando i posti più profondi. Mi urla “Magadi, magadi!” che significa “Come stai?” in shona, e al contempo batte una mano sull’altra come se stesse formando una palla: e’ il tradizionale segno di saluto. Poi inizia una lunga discussione e la mia faccia diventa un punto di domanda. L’autista che mi accompagna (e che uso come traduttore/collaboratore, visto che si annoia ad aspettarmi in macchina), mi dice che la donna mi sta ringraziando perché aveva il colera ma è arrivata in tempo in una delle nostre cliniche e ora sta bene! Davanti alle donne che ho incuriosito per i miei rudi esperimenti di potabilizzazione dell’acqua, le stringo la mano e l’abbraccio, per dimostrare loro che il contatto epidermico non trasmette il colera, e che una semplice prevenzione rende molto, ma molto difficile prendersi il colera!

 

Dall’inizio dell’epidemia, cioè a fine novembre scorso, ci sono stati quasi quattromila morti di colera. Quattromila morti, quattromila battaglie perse: sarebbe cosi’ semplice ed efficace essere curati, se per arrivare alla clinica non servissero 4 ore di trasporto in carretti trainati da asini. O se alla clinica non ci fosse una farmacia vuota.

…Mi dirigo in una località chiamata Chilongwe, durata 9 ore a causa di un ponte inondato che non giudichiamo sicuro per essere attraversato con le macchine. Aggiriamo l’ostacolo viaggiando per ore nel cuore delle piantagioni di canna da zucchero e non so come l’autista sappia decidere i bivi perché tutto appare molto uguale. Le coperte che stiamo trasportando per i pazienti non attutiscono abbastanza gli spigoli metallici della land cruiser, e più viaggiamo più li percepisco numerosi e pungenti. Almeno il classico pitstop per la pipi’ rende sempre, se non proprio felici, almeno un po’ più sereni.

Arriviamo verso le sei del pomeriggio, e per ragioni di sicurezza MSF impone (in tutte le sue missioni) di non viaggiare quando fa buio. Con l’antropologa decidiamo di andare a fare solo una breve ispezione nel villaggio da cui vengono molti casi di colera. Lasciamo il logista e l’infermiera a correre nell’area attorno alla clinica, che ben presto verra’ trasformata in un “campeggio colerico”. I nostri colleghi poveretti non hanno nemmeno il tempo di disperarsi per la situazione a cui ormai hanno fatto l’abitudine: pieno di gente seduta seminuda per terra che vomita acqua, uomini donne vecchi bambini, tutti con gli stessi sintomi, i più severamente deidratati con le flebo appese alle ringhiere delle finestre.

Vicino all’esistente clinica condotta dal locale Ministero della salute qualche settimana fa MSF aveva già installato una tenda e portato medicine, secchi e letti, ma l’esplosione di nuovi casi in altri villaggi vicini ha richiesto un intervento più massiccio di quello già incominciato.

L’antropologa e io ci spostiamo solo di qualche centinaia di metri, ma già tutti ci corrono dietro per dirci che, a causa della scarsezza di soluzione reidratante (praticamente la sola unica cura contro il colera!!), molti pazienti sono stati rifiutati alla clinica o sono stati mandati a casa dopo poche ore di ricovero. Il che vuol dire che già in un paio di case accanto a cui passiamo, troviamo persone che giacciono spossate sulle stuoie, coperte di mosche.

Va bene, abbiamo capito abbastanza e ho visto l’unico pozzo da cui la popolazione di 3 villaggi, circa 2000 persone, attinge l’acqua. Per me sarà facile l’indomani organizzare una clorinazione sistematica dell’acqua in tutti i secchi delle persone che arrivano lì. Basterà una sola persona, un po’ di cloro, una bottiglia per preparare la “soluzione madre” e una siringa. Gli ingegneri devono trovare soluzioni semplici ma di grande impatto e poco costose, no?!

Decidiamo di tornare indietro ma rimaniamo impantanate nel fango con la macchina. Chi spinge? L’autista deve guidare, l’antropologa ha le ciabatte…. mentre la watsan (io) ha gli stivali di gomma. Scendo ma da sola posso solo far retrocedere la macchina invece che superare la malefica pozza. Arriva gentilmente un signore ad aiutarmi, ma nulla da fare. Alla fine siamo in 3 quando le ruote scavalcano la melma e tutti rischiamo di finire a musata per l’improvvisa mancanza di appoggio delle mani.

Arriviamo giusto in tempo alla clinica, dove servono più braccia per spostare lo scheletro della tenda di quasi 50 metri quadri che sarà il nuovo reparto per i casi più gravi. Ancora installazione di recinti temporanei, montaggio dei letti, distribuzione di secchi, etc etc.

Verso le 22, logista, infermiera, antropologa, autisti e staff medico nazionale, tutti riusciamo a riunirci per la cena. Spaghetti cinesi liofilizzati cotti nell’acqua fatta bollire su un improvvisato falò. Il vento inizia a soffiare forte da tutte le direzioni, impossibile evitare il fumo del fuoco perché dove ci si sposta, lui arriva. Alle 22.05 inizia uno scroscio di pioggia che a me fa perdere totalmente l’interesse per il cibo. Alle 22.30 tutto passa, usciamo dalla nostra tenda (questa volta un semplice igloo!) montata per la notte vicino alla clinica.

La pioggia è passata, ma i conati di vomito dei pazienti a poche decine di metri da noi rende drammatico anche un cielo stellatissimo e fanno perdere l’interesse per contemplare Orione capovolto.

 

In queste circostanze epidemiche il nostro epidemiologo, un dottore australiano, viene usato come “cane da fiuto” per scovare posti particolarmente a rischio di contagio, che finora sono stati graziati dall’epidemia. Andiamo alla ricerca delle zone in cui possiamo prevedere e temere un maggior numero di casi, vuoi per la carenza di acqua e di igiene, vuoi per la distanza dalle strutture sanitarie, vuoi perche’ circondati da villaggi in cui la malattia ha gia’ fatto il suo decorso e molto probabilmente e’ stata introdotta da qualche portatore sano anche in zone rimaste per ora senza casi. Per la notte riusciamo sempre ad accamparci in vecchi lodge che evidentemente vantano una gloriosa storia di caccia grossa: ci sono ancora grossi ganci, sistemi di carrucole, ripari di paglia a protezione di mensole e rastrelliere, che non riesco a capire a cosa servano.

L’epidemiologo, 2 infermieri, la logista, una promotrice dell’igiene, l’autista ed io scorrazziamo nel sud est del paese per qualche giorno. La sera lo staff nazionale prepara molto gentilmente la cena. Democraticamente uomini e donne si aiutano in cucina. Per farmi piacere mi cucinano pure la pasta… peccato che altrettanto democraticamente adottino gli stessi tempi di cottura per riso e spaghetti, quindi la pasta risulta un soffice blocco compatto! Ma la stanchezza della giornata spesa a correre di qua e là, a fare test sulla qualità dell’acqua al bordo dei fiumi, a individuare i villaggi e a cercare i capi villaggio per chiedere quanti casi di colera hanno avuto e da dove attingono l’acqua per bere, ha il sopravvento su tutto, pure sul deisderio di una pasta al dente. Mi addormento sempre molto, troppo rapidamente, provando un sottile sadico piacere nel vedere che le zanzare se ne stanno a proboscide asciutta in inutile attesa del mio sangue sul lato esterno della mia zanzariera. La mattina partiamo presto. Scopriamo i babbuini in mezzo a un cespuglio, partiamo e zebre, cervi e antilopi se la danno a gambe levate al passaggio della nostra macchina.

 

Tutto ciò può suonare come una favola ben congetturata. Ma io davanti a queste realtà mi chiedo spesso: che farei io, se abitassi qui? Che fareste voi, se abitaste in Zimbabwe? Credo che faremmo esattamente come fanno loro: andremmo a cercar miglior fortuna in qualche altro paese. Come ad esempio il confinante e benestante Sud Africa.

Francesca

watsan

www.medicisenzafrontiere.it

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Mar 30

Il Nobel  a Berlusconi

 

Prima di Berlusconi è stata la signora Melba Ruffo, in televisione a Domenica In, ad affermare che per uscire dalla crisi bisogna lavorare di più. La sua idea allora non riscosse un grande successo, non se ne colse la genialità. Non conosciamo le fonti che ispirano le acute intuizioni del Presidente del Consiglio, ma lui oggi ripete lo stesso concetto fornendogli quell’autorevolezza che prima mancava.

Lavorare di più per uscire dalla crisi, dunque. Bene, vediamo in concreto che significa, senza i soliti pregiudizi ideologici.

Immaginiamo che, prima di tutto, si pensi di far lavorare di più chi ha perso o rischia di perdere il posto, o chi è da lungo tempo in Cassa integrazione. Quindi i lavoratori della Fiat di Pomigliano, i tessili di Prato, le lavoratrici della Indesit di Torino, i cassintegrati dell’Alitalia, i precari pubblici e privati che rischiano di scomparire dal ruolino dell’occupazione, e tante e tanti altri. Secondo dati che il governo considera allarmistici, ma che tutte le fonti confermano, entro la fine dell’anno avremo oltre 500 mila cassaintegrati e altrettanti disoccupati in più. Far lavorare di più un milione di persone che non lavora affatto non dovrebbe essere difficile per il cavalier Berlusconi, visto che sulla promessa di un milione di posti di lavoro ha fondato la sua discesa nel campo della politica.

Ma come, dove? Sono lavori pubblici, quelli che vengono offerti? E’ la costruzione del Ponte di Messina? E’ la stanza in più nell’appartamento che ogni famiglia, anche nei palazzi a venti piani, potrà costruire secondo un’altra promessa del Presidente del Consiglio?

Una promessa che solo incalliti detrattori possono trovare in contrasto con le leggi urbanistiche e anche con quelle della fisica. E’ un impegno che otterrà dalla Confindustria della signora Marcegaglia, che ha chiesto e ottenuto recentemente "soldi veri" dal governo? Non è chiaro.

A meno che il lavoro in più a cui potrebbe dedicarsi questo milione di persone non sia il lavoro nero, quello che secondo un altro acuto comunicatore, il ministro Brunetta, costituirebbe un vero e proprio ammortizzatore sociale.

Ma forse stiamo equivocando. Berlusconi parlava di far lavorare di più quelli che ancora lavorano. Qui facciamo fatica a capire come e cosa ci guadagnano i disoccupati, a cui governo e imprese non offrono lavoro dignitoso, se gli occupati lavorano di più. Secondo noi così si aggrava la crisi, ma il nostro è probabilmente un vecchio schematismo ideologico e anche matematico, che non crede che in economia si possano moltiplicare i pani e i pesci. Come invece hanno creduto coloro che hanno comprato i derivati e i vari titoli spazzatura e che erano convinti che l’economia non fosse più sottoposta ad alcuna legge.

Comprendiamo che alla parola legge il Presidente Berlusconi abbia una reazione stizzita. Ma stia tranquillo, la violazione delle leggi dell’economia non è reato da nessuna parte e anche coloro che negli Stati Uniti hanno pensato di poter vendere e comprare all’infinito il Colosseo, la stanno facendo quasi tutti franca.

Secondo noi, quando un’economia è depressa o in crisi, sarebbe necessario, prima di tutto, redistribuire il lavoro e i redditi, invece che accumulare disuguaglianza tra chi può lavorare e chi no e, ancor di più, tra chi è ricco e chi no. Però è difficile far intendere il concetto di redistribuzione a chi pensa che sia offensivo anche solo sospettare che i ricchi non siano tali per diritto divino.

Allora il cavalier Berlusconi provi a spiegarci in concreto come funziona il meccanismo per cui se io lavoro il doppio e tu lavori niente, abbiamo un lavoro per uno. Provi a superare il significato profondo del sonetto di Trilussa e magari potrà concorrere al Nobel per l’economia. In fondo, nel passato, quel premio l’hanno ottenuto persone che avevano idee più strambe e anche più dannose delle sue.

Giorgio Cremaschi

Liberazione

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Mar 30

UOMINI E NO

Se anche il popolo di Israele dimentica la tragedia del suo popolo siamo proprio sull’orlo della barbarie. Non importa se sono settori giovanili o militari estremisti e la libertà del mercato a far precipitare nell’inciviltà la stessa cultura degli ebrei, questa volta non c’è l’ipocrita scusa dei degli stupidi missili di Hamas.

La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz.

Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.

E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.

Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.

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Mar 30

I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto

Mentre il Papa visita l’Africa e fa affermazioni su contraccezione, AIDS, aborto e salute riproduttiva, le donne africane continuano a morire di AIDS, di aborto e di parto. I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto 23 marzo 2009. A chi piace (…)

I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto 23 marzo 2009. A chi piace usare il preservativo durante un rapporto sessuale? Probabilmente a nessuno.

Però in molti contesti, e in particolare là dove l’Aids è una pandemia che miete vittime quotidianamente e rende orfani migliaia di bambini, il preservativo è una necessità, l’unico modo per esercitare il proprio diritto alla salute e alla vita.

“I preservativi maschili e femminili sono uno strumento essenziale e sicuro per prevenire la trasmissione dell’HIV/AIDS, oltre che per consentire alle coppie di pianificare le gravidanze e distanziare le nascite”, sottolinea Daniela Colombo, presidente di AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, “aumentando la possibilità di avere una gravidanza e un parto sicuri e evitando il ricorso all’aborto in caso di gravidanze non volute”.

Mentre il Papa visita l’Africa e fa affermazioni su contraccezione, AIDS, aborto e salute riproduttiva, le donne africane continuano a morire di AIDS, di aborto e di parto.

I numeri parlano chiaro: nei paesi in cui la diffusione dell’HIV ha raggiunto cifre altissime, molto spesso è stata riscontrata anche una percentuale elevata di “fabbisogno insoddisfatto” di contraccettivi.

In Botswana, ad esempio, paese dove gli adulti (15-49 anni) che convivono con HIV e AIDS sono il 23,9%, le donne dai 15 ai 49 anni sposate che, pur desiderandolo, non hanno accesso ai contraccettivi moderni sono il 44,7%, secondo i dati diffusi nel 2007 da UNAIDS e dalla Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite.

Delle 529.000 morti per cause legate alla gravidanza e al parto che avvengono ogni anno nel mondo, 79.000 sono provocate da aborti clandestini e in condizioni non sicure (dati UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione).

È solo attraverso l’uso della contraccezione, compreso l’uso dei preservativi maschili e femminili, che le gravidanze possono essere pianificate, evitando il ricorso all’aborto.

L’OMS, Organizzazione mondiale della sanità, stima che il 97% degli aborti non sicuri avviene nei paesi in via di sviluppo.

Assicurare che il fabbisogno di contraccettivi sia soddisfatto e che tutti gli aborti siano sicuri consentirebbe di ridurre drasticamente la mortalità materna e di proteggere la salute delle donne.

“L’insufficienza dei finanziamenti per prodotti di consumo e servizi per la salute sessuale e riproduttiva è uno degli ostacoli maggiori”, afferma Colombo, alla luce dell’esperienza maturata da AIDOS nei Centri per la salute delle donne realizzati in numerosi paesi, dalla Palestina al Nepal, dal Burkina Faso al Venezuela.

L’UNFPA stima che per soddisfare il fabbisogno di contraccettivi e preservativi – nel 2005 – sarebbero stati necessari circa 1.300 milioni di dollari, ma gli aiuti allo sviluppo finalizzati a questo scopo ammontavano a poco più di 200 milioni.

Secondo l’UNFPA, ogni milione di dollari in meno di finanziamenti per i contraccettivi porta a 360 mila gravidanze non desiderate, 150 mila aborti, 800 decessi di donne e 11 mila decessi infantili in più.

Per quanto riguarda l’HIV, si stima che la prevenzione sia fino a 28 volte più vantaggiosa, dal punto di vista economico, della cura, che deve rimanere una priorità essenziale per i 33 milioni di persone che nel mondo vivono con l’HIV.

Redazione

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Mar 30

Testamento biologico: un orrore di disegno

di legge

Direttive o dichiarazioni anticipate? La differenza non è da poco, perché le prime esprimono una volontà, le seconde un’opinione; le prime chiedono rispetto, le seconde “vanno tenuto in conto”.

Comincia con un conflitto fra parole la distanza dell’Italia dalla comunità scientifica (e giuridica) internazionale. Il Comitato Nazionale di Bioetica infatti nel suo parere sull’argomento adotterà il termine “dichiarazioni” (ripreso nel disegno di legge del governo) quando la letteratura internazionale parla di advance directives, direttive anticipate. Nel linguaggio comune invece, grazie ai media, è prevalso il termine “testamento biologico”. Traduzione impropria dell’inglese living will, testamento sulla vita o sul vivente; che sia perché dalle nostre parti la vita biologica vale più della vita personale?

Ma di cosa si tratta concretamente? Le direttive anticipate (DA) rispondono al desiderio di estendere le preferenze e i valori che hanno indirizzato tutta una vita a una fase in cui non si è più in grado di esprimerle. Immaginare, mentre si è in buona salute trattamenti e cure che possono allungare la vita e valutare se siamo disposti a vivere in condizioni di dipendenza e sofferenza è faticoso in una civiltà che ancora non riconosce la cura come un bisogno di tutti e un’attività cui riconoscere valore, materiale e simbolico e non è facile nemmeno pensare a una malattia che potrebbe portarci alla morte, in una civiltà dove la morte non violenta è rimossa e quella violenta ridotta a icona.

E tuttavia a molti è capitato di essere chiamati dai medici al letto di una persona cara per contribuire a decisioni difficili, anche per gli operatori della salute. Può succedere per un evento acuto, per esempio un ictus o un grave trauma, o per una malattia che –come la demenza- comporta un lento declino della capacità. Per questo molti chiedono di poter dire anticipatamente come affrontare gli ultimi mesi di vita.

Nei paesi sviluppati l’allungamento della vita e la disponibilità di cure adeguate consegna il tempo e il modo del morire (come del nascere) alla medicina; sempre più parliamo di “processo del morire” che può essere sospeso, dilatato, accelerato. Già, ma a chi affidare le decisioni al proposito?

In tempi antichi l’approssimarsi della morte allontanava il medico, che –accettando il limite anche della propria “arte”- lasciava che il processo si concludesse “secondo natura”. Oggi la maggior parte delle morti avviene in ospedale e il loro modo e momento è influenzato da decisioni mediche in non meno del 25% dei pazienti ricoverati nei reparti di degenza ordinaria e nel 70-80% dei casi nei reparti di terapia intensiva. Se a questo aggiungiamo che all’approssimarsi della fine della vita ben l’85% delle persone perdono la capacità di comprendere le informazioni e di comunicare le proprie preferenze, di dare cioè il proprio consenso informato, si comprende l’importanza di strumenti che possono aiutare medici e famigliari non tanto a decidere “per” il malato quanto “con” il malato, sulla base delle preferenze e dei valori espressi quando è ancora in grado di farlo.

Se partiamo dall’idea infatti che ciascuno è libero di disporre di sé in merito a interventi terapeutici o assistenziali, la possibilità di esprimerle per tempo anche ai propri cari (proprio con ha fatto Eluana) eviterà che vengano fatte (da altri, famigliari o medici) scelte che per eccesso o per difetto sono contrarie al modo di intendere la vita di quella singola persona. In un recente incontro su questo tema, mi ha colpito il racconto di una “figlia” che raccontava come i suoi genitori avessero consegnato a lei volontà opposte: l’uno rifiutava ogni trattamento in caso di malattia terminale (salvo le cure palliative), l’altra chiedeva di “fare tutto il possibile” per mantenerla in vita.

La legge in discussione in parlamento può garantire il rispetto di opzioni diverse e tanto distanti?

Il primo articolo (un po’ come nella legge 40) pone le premesse perché ciò non avvenga. Con un’interpretazione discutibile degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione infatti, dichiara (art 1, comma 4) che “La Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui il titolare non sia più in grado di intendere e di volere”. Il corsivo (mio) sottolinea la gravità dell’affermazione: la vita non è disponibile a chi la vive. Tanto che (art 1, comma 5) “La Repubblica … garantisce la partecipazione del paziente all’identificazione delle cure mediche più appropriate, riconoscendo come prioritaria l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente” ma si affretta nei successivi articoli (e in particolare nel quinto – “Contenuti e limiti delle dichiarazioni anticipate di trattamento”)- a elencare le proibizioni a medici e malati.

E’ vero che (art 5, comma 4) “ può essere esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, futili, sperimentali, altamente invasive e invalidanti” ma evita di ricordare che la decisione sui trattamenti (se siano futili o sproporzionati o gravosi) non può prescindere dal coinvolgimento dell’interessato.

Per spiegare meglio questo concetto ricorrerò a un esempio (che traggo da uno scritto di Defanti sul cosiddetto accanimento terapeutico): “in un paziente operato di un tumore maligno del polmone si manifesta una metastasi a carico della colonna vertebrale che comprime il midollo spinale e provoca la paralisi degli arti inferiori e della vescica oltre ad intensi dolori … Mettiamo ora che, a seguito di un cateterismo vescicale, reso necessario dalla paralisi, subentri una grave infezione con setticemia. Il malato è altamente febbrile e a rischio di vita. Se non trattato tempestivamente con terapie antibiotiche mirate e a dosi massicce è probabile che vada incontro alla morte. Se viene trattato secondo le regole dell’arte, ha buone probabilità di guarire dall’infezione e di sopravvivere per qualche settimana o magari per qualche mese, ma sempre paralizzato e sopportando intensi dolori e il disagio di altre complicazioni dovute alla paralisi degli arti inferiori.” Come giudicare e soprattutto a chi il compito di giudicare se il ricorso agli antibiotici in un caso di questo genere sia futile o sproporzionato?

Molte persone sarebbero inclini a pensare che la somministrazione degli antibiotici rientri nella categoria dell’accanimento terapeutico, in quanto il suo risultato consente sì di prolungare la vita, ma rischia di aggravare-prolungare la sofferenza del malato; eppure … la terapia antibiotica è molto probabilmente efficace, non è sperimentale,e non è particolarmente gravosa. Il giudizio sulla sua opportunità non può dunque venire che dalla persona malata, dalle sue preferenze. L’art 3 -“divieto di accanimento terapeutico”- suona pertanto grottesco e infatti al comma 2 precisa: “Il divieto di accanimento terapeutico non può legittimare attività che direttamente o indirettamente, per loro natura o nelle intenzioni di chi li richiede o li pone in essere, configurino pratiche di carattere eutanasico o di abbandono terapeutico”.

Ma non basta (ancora). La Sig.ra Maria che decise di non farsi amputare la gamba pur sapendo di andare incontro alla morte, sulla base di questa legge, una volta incosciente, sarebbe stata obbligata a subire l’amputazione, intervento efficace ma sproporzionato agli occhi della signora, non a quelli dei medici. Il principio di indisponibilità della vita introdotto nel ddl è così un attentato non solo alle disposizioni anticipate di trattamento ma allo stesso consenso informato cosicchè il diritto alla salute si tradurrà in un obbligo al trattamento.

Con il comma 6 dell’art 5 entriamo nell’assurdo: la discussione sulla natura della nutrizione e idratazione artificiali. Malgrado il diverso avviso delle Società scientifiche italiana e europea di nutrizione (SINPE e ESPEN), i difensori della vita anche contro chi la vive sostengono che siano semplici misure d’assistenza: “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. Ma questo è sufficiente a dichiarale obbligatorie? L’alimentazione naturale si può rifiutare – lo sciopero della fame è un diritto garantito– e nessuna azione può essere imposta, salvo esplicito ricorso a una forma di violenza.

L’art 6 giunge a imporre una revisione triennale delle direttive anticipate: “Salvo che il soggetto sia divenuto incapace, la Dichiarazione ha validità di tre anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia. La DAT può essere indefinitivamente rinnovata, con la forma prescritta nei commi precedenti” cioè dal notaio! Anche se un emendamento fa riferimento al medico curante piuttosto che al notaio e a 5 anni invece di 3, questo genere di obbligo avrà l’effetto di rendere più complicata e improbabile la stesura della direttive.

Il fiduciario (Art 7, comma 4) “in stretta collaborazione con il medico curante con il quale realizza l’alleanza terapeutica, si impegna a garantire che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dalla persona nella Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. Un modo elegante per dire che le direttive anticipate non vincolano né il fiduciario e ancor meno il medico che (Art 8, comma 4 e 5): “4. Nel caso in cui le DAT non siano più corrispondenti agli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche … può disattenderle, motivando la decisone nella cartella clinica. 5. Nel caso di controversia tra fiduciario ed il medico curante, la questione è sottoposta alla valutazione di un collegio di medici: medico legale, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia, designati dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero. Tale parere non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico”.

Insomma questa legge rende le direttive anticipate complicate e inutili. Ma ridurrà gli spazi già esigui di libertà in ossequio agli imperativi Vaticani: “Spetta alla politica approvare e varare senza lungaggini o strumentali tentennamenti un in equivoco dispositivo di legge che preservi il paese da altra analoghe avventure”. L’avventura è quella di Eluana, che ha atteso 17 anni per vedere rispettata la proprie volontà e che ha potuto morire prima dell’approvazione di questa legge.

Maddalena Gasparini

www.womenews.net

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Mar 30

No al razzismo contro i Rom, L’acqua è di tutti.

Firma l’appello

A Roma, nel quartiere di Montesacro, il presidente del municipio IV ha chiuso le fontanelle pubbliche perchè i Rom non possano più utilizzarle.  Un’iniziativa per contrastare una scelta razzista.

A Montesacro, il Presidente del IV Municipio ha chiuso delle fontanelle perché dei Rom che vivono per strada, quelli che non hanno la possibilità di vivere in campi più o meno attrezzati dal Comune e che non hanno dunque l’accesso all’acqua potabile, “infastidivano” riempiendo presso di esse i cassoni dei loro camper.

E’ forse utile sapere che, tra i Rom, ve ne sono molti di origine ex-jugoslava che sono privi di documenti perché il loro paese di origine non esistono più e le anagrafi dei nuovi paesi nati in seguito alle guerre degli anni ‘90, che già avevano portato alla distruzione di molti documenti, sono state rifatte su base etnica (la Serbia ai Serbi, la Croazia ai Croati etc.) e i Rom ne sono stati esclusi.

Molti di loro, dunque, fuggiti verso la fine del regime titino e in seguito alla sua caduta, si sono trovati in un nuovo paese mentre quello vecchio gli si disintegrava alle spalle e li lasciava senza radici giuridiche.

Essi si sono trovati così esclusi dal sistema delle cittadinanze: senza più una cittadinanza di provenienza riconosciuta, non potevano chiedere quella del paese di accoglienza né per se stessi né per i loro figli nati in questo e giunti in alcuni casi fino alla terza generazione. Per cambiare cittadinanza, infatti, bisogna averne una di provenienza e i figli, in Italia, prendono quella dei genitori. Le anagrafi italiane, dunque, li iscrivono come appartenenti ai paesi della ex-Jugoslavia (per non iscriverli come italiani).

In queste condizioni, queste persone, prive di documenti e di identità giuridica, non hanno la possibilità di chiedere un permesso di soggiorno né un cambio di cittadinanza né l’apolidia perché ciò presuppone una cittadinanza di provenienza. Paradossalmente, senza una cittadinanza di provenienza, non si può neanche essere espulsi. Queste persone, dunque, non hanno sostanzialmente la possibilità di un lavoro regolare né, ad esempio, di affittare o comprare una casa o una macchina né di accendere un’utenza qualsiasi.

Nel caso dell’acqua, dunque, il loro unico accesso a questa fonte primaria di sopravvivenza è fornito dall’erogazione pubblica, negando la quale, si nega sostanzialmente loro il diritto alla vita.

Tanto premesso noi cittadini e cittadine romane ci rivolgiamo al Presidente del IV Municipio  chiedendo il ripristino immediato dell’erogazione dell’acqua delle fontanelle chiuse arbitrariamente come misure di contrasto alla presenza nei pressi di alcune famiglie Rom che vi si approvvigionavano di acqua potabile per le più elementari necessità di sopravvivenza.

Firmare l’appello e mandare una mail all’indirizzo: ilmondoiniv@gmail.com

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Mar 30

Bombe sulla Serbia,

i misteri irrisolti

A dieci anni dai bombardamenti Nato sulla Serbia restano crimini impuniti e uranio impoverito: la denuncia di Amnesty e le storie nascoste della «missione di pace». Le domande dell’Osservatorio dei Balcani

In occasione del decimo anniversario dell’inizio dei bombardamenti della Nato sulla Serbia, Amnesty International denuncia che «la maggior parte dei responsabili delle sparizioni e dei sequestri di persone di etnia albanese e serba deve ancora affrontare la giustizia ». L’associazione per i diritti umani ha pertanto rinnovato la richiesta di misure urgenti per risolvere l’enorme problema dei crimini di guerra e dell’impunità per le violazioni dei diritti umani verificatesi dal marzo al giugno 1999.

«Tanto le autorità kosovare che quelle serbe sono venute meno al dovere di avviare indagini indipendenti, approfondite e imparziali. Solo una manciata di responsabili di sparizioni e sequestri è stata portata in giudizio», ha affermato Nicola Duckworth di Amnesty International. La storia di questi ultimi dieci anni è piena di esumazioni prive di documentazione, informazioni andate perse, interferenze politiche nel sistema giudiziario, indagini abbandonate e attività duplicate, svolte senza coordinamento da organismi differenti. Tutto questo ha impedito a molti dei parenti delle migliaia di persone scomparse di riavere i resti dei propri cari e, nella maggioranza dei casi, ha significato l’impossibilità di accedere alla giustizia. Secondo le cifre fornite da Amnesty, nel 1999, oltre 3000 cittadini di etnia albanese furono vittime di sparizione a opera della polizia, dell’esercito e di gruppi paramilitari serbi; altri vennero sequestrati dai gruppi armati dell’opposizione kosovara. Circa 800 tra serbi, rom e appartenenti ad altre minoranze vennero a loro volta rapiti dall’Esercito di liberazione del Kosovo, in molti casi sotto gli occhi della forza di peacekeeping a guida Nato, dopo che il conflitto armato internazionale era cessato. 1900 famiglie serbe e kosovare ancora aspettano notizie sul destino dei propri cari. Amnesty International ha incontrato molte di esse nel febbraio di quest’anno, a dieci anni di distanza dalla propria missione effettuata nel 1999, all’indomani della fine del conflitto.

«A oggi, solo la metà dei corpi degli scomparsi è stata restituita alle famiglie per la sepoltura», ha detto Duckworth. «Queste famiglie sono a loro volta vittime di una continua violazione del diritto a conoscere la sorte dei propri congiunti. Non è stato loro garantito l’accesso alla giustizia né tanto meno a un risarcimento o a una riparazione giudiziaria». Amnesty International ha chiesto alle autorità della Serbia e del Kosovo, nonché alla missione Eulex dell’Unione europea, di cooperare sul piano giudiziario per informare le famiglie sulla sorte dei propri cari e portare i responsabili delle violazioni dei diritti umani di fronte alla giustizia.

L’Osservatorio sui Balcani - la cui nascita risale proprio a quei giorni per offrire uno spazio di informazione e riflessione - dedica uno speciale dossier «1999-2009: Dopo le bombe» che ripercorre e analizza i fatti oltre a fornire una dettagliata cronologia degli eventi. «Il 24 marzo ricorrono i dieci anni dall’intervento Nato sulla Repubblica federale di Jugoslavia.

Dieci anni dopo ci ricordiamo, noi in Serbia, noi in Europa, perché è stata bombardata l’ultima Jugoslavia? Siamo a conoscenza delle conseguenze di quello che è accaduto e abbiamo imparato qualcosa?», scrive da Belgrado Danijela Nenadic. «Non sono sicura di voler essere in Serbia il 24 marzo. Mi prende un crampo allo stomaco quando penso a quella data» - scrive la giornalista nel riportare che il 60 percento dei cittadini della Serbia è favorevole all’entrata nell’Unione europea. «Ma il nostro posto non è nella Nato. Solo il 20 percento dei cittadini appoggia l’ingresso della Serbia in questa alleanza. I motivi di certo sono noti a tutti. E saranno del tutto evidenti il 24 marzo 2009». «Ma né allora né nell’immediato futuro - conclude la giornalista - mi aspetto che si parli apertamente del bombardamento della Serbia, ne qui né in Europa. Su tutto ciò è più facile tacere. Come se nulla fosse successo».

Per l”Osservatorio sui Balcani la Nato impiegò proiettili e bombe all’uranio impoverito. Due ricercatori hanno elaborato un documento nel quale cercano di ricostruire quali effetti hanno avuto i bombardamenti sulla popolazione. E voci sempre insistenti parlano di rifiuti radioattivi in Bosnia Erzegovina: non si tratterebbe solo delle conseguenze dei bombardamenti.

La Nato ha ammesso l’uso di proiettili all’uranio impoverito durante la campagna, e alcuni giornali italiani hanno riportato la notizia della morte di 45 soldati italiani e dell’ammalarsi di cancro di altri 515 soldati. «Dieci anni dopo, il mondo ha il diritto di sapere cosa è realmente accaduto e quali sono le conseguenze di tali atti» - ha dichiarato Alessandro di Meo di Un ponte per…. Se la verità sulle vittime militari sta lentamente venendo fuori in Italia in conseguenza di proprio del sorprendente aumento dei morti e degli ammalati di cancro tra i soldati che parteciparono al Kfor.

www.Unimondo.org

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Mar 30

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, da Istanbul, invia questo messaggio di forza e di speranza a tutti i territori in lotta, che oggi festeggiano questo storico

22 marzo 2009.

In contemporanea al controfurm, che in questi giorni ha ospitato più volte delegazioni di parlamentari curdi, ieri è stata anche la giornata del Newroz. Alla festa per eccellenza della popolazione curda, vicino ad Istanbul hanno partecipato oltre 100.000 persone. Era presente anche una delegazione italiana, che ha affisso il proprio striscione sotto il palco principale in difesa della Vallata di Hasankayef, in segno di solidarietà e in appoggio alla lotta contro la costruzione delle dighe in Turchia, in particolare la diga di Llisu, nel Kurdistan turco.

E poco fuori la città, in 100mila festeggiano il Newroz kurdo, con la partecipazione di una delegazione italiana.

“Non importa quello che succederà oggi, ultimo giorno del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua. Abbiamo detto chiaramente in faccia a questi signori che il Forum è illegittimo, indemocratico, scorretto. Sono imbarazzati, disorganizzati, confusi. Qualsiasi cosa accada oggi, noi abbiamo vinto”.

E’ Maude Barlow che parla. La rappresentante dell’Onu,  e attivista per la difesa dell’acqua, ha tenuto ieri un incontro con i movimenti provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Istanbul per il Forum Alternativo dell’Acqua.

Attraverso le tante figure – istituzionali e non – che per tutta la settimana hanno partecipato ai lavori del vertice mondiale dissentendo fortemente dai contenuti e dall’impostazione, e partecipando contemporaneamente e in maniera costruttiva alle iniziative del Forum alternativo, il movimento globale per l’acqua pubblica e come diritto umano, può dire di aver registrato una grande vittoria.

Anche il Ministro dell’Acqua boliviano, Renè Orellana, presente agli incontri del Controforum con una delegazione, ha sottolineato quanto siano profonde le divisioni fra gli stati partecipanti al Forum ufficiale.

Sono emerse le contraddizioni di un incontro che per anni è riuscito a sostenere l’ambiguità del Consiglio Mondiale dell’Acqua, organismo privato strettamente connesso alla Banca Mondiale e alle multinazionali dell’acqua.

E la forza di un movimento mondiale che ha saputo farsi ascoltare.

“Abbiamo fatto grandi passi in avanti – ha continuato Maude Barlow – stiamo andando tutti verso la stessa direzione. Grazie per la lotta fatta. Grazie ai movimenti latinoamericani che per primi l’hanno cominciata. Andiamo avanti assieme. Questa settimana è stata storica”.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

Istanbul, 22 marzo 2009

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Mar 30

La vagina dentata

"Denti" è un film horror. Cioè: è horror per quelli ai quali spaventa l’idea di scoprire che una vagina può azionare dei denti quando di sente infastidita da qualcosa. Personalmente ho riso alle lacrime. Quindi è una commedia. Una commedia horror.

Il film di Mitchell Lichtenstein prende ampiamente spunto dal mito della "vagina dentata". E’ una intelligente proposta che parla di sessualità adolescenziale, di terrorismo psicologico moralista, sullo sfondo: un panorama di quelli americani tutti prati verdi e laghi limpidi interrotto da due ciminiere industriali che vomitano fumi neri e inquinamento con il quale gli abitanti della storia convivono senza alcun problema. Le ciminiere ci sono sempre, quasi fossero un altro protagonista, un personaggio tra i personaggi.

Lei, la protagonista, è una attivista di una di quelle sette per la purezza e la verginità fino al matrimonio che vanno di moda in america (da noi non servono, basta il papa e il movimento per la vita). Con l’adolescenza arrivano le prime voglie, le curiosità e tutte sono fraintese, forzate, sfruttate da ragazzi o uomini che vedono materializzarsi una delle paure più ancestrali che li accompagna per tutta la vita.

La vagina con i denti è un simbolo che ci è stato attribuito nella storia per dare un nome all’ansia da castrazione, alla paura della perdita dell’attrezzo che più di qualunque altro viene considerato importante per il genere maschile. Senza il pene un uomo cos’e'?

La vagina della protagonista è una potente arma respingente degli intrusi. Accetta chi la conquista e la seduce e mozzica quelli che tentano di stuprarla o molestarla. Mente e vagina  agiscono all’unisono. Per ogni pene mozzato nessuna macchia di sangue sporcherà la ragazza. Lei resterà pura. Esilarante la scena nella quale un cane mangia quel che resta di un pene mentre il suo padrone (del cane e del pene) perde la spocchia assieme alla speranza di vederselo riattaccare.

E’ un film che sono certa piacerà moltissimo a quelle che pensano alla giustizialista castrazione chimica come soluzione semplificatrice ad un più ampio problema che è costituito da una diffusissima cultura dello stupro.

E’ un film che è piaciuto molto anche a me per altri motivi: tra le cose evidenti dice qualcosa di molto importante. A giocare al terrore sessuofobico si creano mostri repressi e persone penecentriche (androcentriche per i più colti).

Eve Ensler nei suoi "Monologhi della vagina" [guarda il video] ci ricorda come il pene sia considerato uno status symbol mentre la vagina sia persino impronunciabile a tal punto che le donne la chiamano in mille modi diversi, riferimenti allusivi come "cosina" o "la’ sotto", pur di non definirla precisamente per quello che è.

Il film "Denti" ci fa ridere dei pregiudizi, li ridicolizza, li distrugge. Perciò mi sembra un buon lavoro. Dopo le ultime notizie a proposito di stupri italici è terapeutico guardare un film così. Buona visione.

http://femminismo-a-sud.noblogs.org

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Mar 30

Dall’estrema destra slogan choc contro

i disabili

E’ successo alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non.

Appena lo vede e capisce quello che c´è scritto sopra Davide si mette a piangere. Si guarda intorno: tra i suoi amici facce smarrite, espressioni incredule. E laggiù, sotto quello striscione su cui è scritto "Travestiti da disabili, ma con le pance piene, siete sempre e solo iene", indifferenza e tracotanza. Piange. E tra le lacrime dice: «Io non sono travestito da disabile. Io sono Down».

È successo sabato, alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non che in questi mesi hanno lavorato insieme: erano più di 300 con le loro famiglie e i loro amici. Stavano tutti percorrendo il Sentiero delle Stelle o il Giardino delle Farfalle, i due progetti realizzati insieme, quand´ecco che sono arrivati: 20 persone di Casa Pound e del Blocco Studentesco. Hanno innalzato il loro striscione mentre noi scout, racconta Virgilio, «ci siamo messi intorno all´ingresso. Alcuni di quei ragazzi, infatti, sono noti nel quartiere: teste calde, pronti a menare le mani».

Andrea Antonini, consigliere de La Destra del XX municipio e coordinatore regionale di Casa Pound Italia, ha poi spiegato che la protesta è nata per la «finta inaugurazione di un centro disabili», che la giunta Veltroni, «per il tramite della sua delegata alla disabilità, Ileana Argentin» ha voluto assegnando «uno dei pochi spazi pubblici del XX Municipio», «non si sa bene su quali basi», visto che da quando ha inaugurato (ottobre 2008) non ha fatto «un solo giorno di attività finalizzata all´accoglienza dei disabili».

«Usare questo atteggiamento demagogico e presentarsi in quel modo davanti a ragazzi con sofferenze vere è una vergogna» ha detto Ileana Argentin. «Un atteggiamento che esprime solo arretratezza culturale e assoluta mancanza di solidarietà». Flavia Caruso, ideatrice della cooperativa (e madre di un ragazzo Down di 15 anni), nonché naturalista e responsabile dei progetti di educazione e formazione ambientale dell´ufficio scolastico regionale del Lazio, ha poi spiegato che «quando individuammo questo terreno era in completo stato di abbandono. C´era un capannone ricoperto di eternit (amianto) e per il resto l´area era un vero immondezzaio. Era il 2005. Alla fine siamo entrati nell´ottobre dello scorso anno, pochi mesi fa. Non abbiamo finanziamenti, si regge tutto sul volontariato. Tra i soci» continua la Caruso, «ci sono anche disabili. Il nostro obiettivo è l´integrazione: far lavorare insieme disabili e non. Come è successo con il Sentiero delle Stelle, realizzato da scout e Down».

 

Rori Cappelli

23 marzo 2009

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Mar 30

CONTRO

IL NUCLEARE,  

AD ALESSANDRIA

ED IN OGNI LUOGO

Per impedire il deposito nucleare ad Alessandria bisogna  presentare

il ricorso al Tar del Lazio, entro fine mese.

Per presentare il ricorso necessitano 4.000 euro per le spese legali.

I tempi sono strettissimi. Invitiamo perciò tutti a segnalare urgentemente

la somma con cui sono disponibili a contribuire. Pubblicheremo di volta in

volta l’elenco dei sottoscrittori.

Poi, appena raggiungeremo i 4.000 euro, indicheremo  le modalità

per il versamento del contributo.

Se non li raggiungeremo, le generazioni presenti e future alessandrine

si terranno il deposito nucleare, radioattivo per 26.000.000.000 di Bequerel

(26 miliardi, iniziali). Dunque dipende da noi tentare di impedirlo.

A questo punto l’invito a contribuire diventa pressante.

Sarebbe una grave iattura fallire l’obbiettivo proprio quando si è ad un passo,

e sarebbe un  brutto segnale per la nostra battaglia contro il rilancio del

nucleare in Italia.  

Manca infatti una settimana alla scadenza del 31 marzo e

la sottoscrizione non ha ancora raggiunto i 4.000 euro indispensabili

per le spese legali del ricorso al Tar Lazio. Siamo a quota 3.428 euro.

Primi promotori:

Legambiente Piemonte Settore Energia

Medicina democratica 

Associazione dei Comitati della Fraschetta

Pro Natura Piemonte

Rete ambientalista della provincia di Alessandria

Progetto ambiente

AFA Amici delle ferrovie e dell’ambiente

Gevam onlus

Rete nazionale Rifiuti zero

Circolo alessandrino movimento Decrescita Felice                                                                                                                                                           

Partecipa a questa battaglia contro il nucleare in Italia!

Aderisci. Diffondi questo appello.

contattare:

linobalzamedicinadem@libero.it

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Mar 30

Due morti (e 18 feriti) alla messa del Papa

Il buon Dio, che ovviamente segue con grande sollecitudine il suo rappresentante in terra, e naturalmente non si nuove foglia che Dio non voglia, ha condannato a morte due poveri deficienti che si accalcavano per vedere il Papa in Angola, e dei diciotto feriti gravi si occuperà dopo essersi consultato con la divina provvidenza. Probabilmente li condannerà a morte perché il loro cuore non era puro, avevano nascosto simpatie islamiche.

E’ singolare che i miracoli non avvengano mai quando vi è una massiccia presenza di preti e sarebbero utili a salvare vite, ma vogliamo interpretare che queste morti assurde, che saranno immediatamente dimenticate, vogliono gettare una ombra di morte sulla dichiarazione papale fatta in Camerum, che ci spiegava che i preservativi non servono a salvare la vita, anzi aggravano il problema dell’AIDS. Per la mia sensibilità “maledetto sedicesimo” ha passato il segno, condanna a morte quegli idioti che daranno retta alle sue parole, e mi sento autorizzato a qualunque insulto e denigrazione contro questo “difensore della vita”.

Berlusconi invece, completamente disinteressato all’appoggio elettorale della Chiesa, approva le parole del Papa e difende il suo “insostituibile ruolo nella società”.

Per noi laici questo Papa va benissimo, sputtana la Chiesa come le migliaia di preti pedofili pizzicati a molestare sessualmente i giovanissimi, ha scontentato ebrei e musulmani, e se fossi in lui comincerei a stare attento al sapore dei cibi consumati, buona parte della Curia gli è contraria e quelli conoscono bene come fargli fare la fine di Papa Luciani.

Paolo De gregorio

22 marzo 2009

www.bellaciao.org

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Mar 30

Cari Hermanos,

il nostro adagio "RESTIAMO UMANI" , diventa

un libro. 

E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro, scritto al meglio delle mie possibilità, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito  piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate, o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna  all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso, sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,  impregnate di fosforo bianco,  taglienti di schegge d’esplosivo.

Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri  delle nostre urla di terrore, e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori  che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro, vicino alla portata dei bambini, di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza. In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia. Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore, vale dire Vittorio Arrigoni, me medesimo,

andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage, affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una  serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.

Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :"e’ arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare"), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede, da qui nasce la mia scommessa,  sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno  dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.

Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di  volontariato, di vita, di sbronza.

E più in là ancora, proporlo a biblioteche, agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà. Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet) e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi,  legarsi.

Non siamo pochi, siamo tanti,  e possiamo davvero contare, credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto, e fra due settimane nelle librerie. Confido in voi, che confidate in me, non per i morti ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Mar 30

Lavoro: il governo non manometta il testo unico sulla sicurezza

Il governo ha annunciato, ma speriamo si tratti di un falso annuncio, che nel prossimo Consiglio dei Ministri intenderebbe manomettere il testo unico per la sicurezza sul lavoro approvato nel precedente governo e peraltro in larga parte ancora disatteso. Si parla insistentemente di un’ulteriore riduzione delle sanzioni e delle pene peraltro molto esigue che vengono in molti  casi sostanzialmente aggirate per mancanza dei necessari controlli.

Intenzioni che non ci piacciono affatto e che sono in assoluta sintonia con le posizioni piu volte espresse dalla parte più aggressiva della Confindustria. Qualche giorno fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha fatto di questo tema un tratto distintivo del suo mandato aveva invitato tutti a non abbassare la guardia anche e soprattutto in questo periodo di grave crisi economica e sociale.

I provvedimenti annunciati al di là delle giustificazioni fornite non vanno in questa direzione. Per queste ragioni Articolo21 ha deciso di lanciare una campagna e una raccolta di firme per chiedere al governo di non assumere questa decisione e di non portare questi provvedimenti al prossimo Consiglio dei Ministri.

http://www.articolo21.info/16/appello/lavoro-il-governo-non-manometta-il-testo-unico.html

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Mar 30

Keplero ha pubblicato un link, segnalatomi poi anche da Marcello Seri, relativo a uno studio compiuto da alcuni studenti del Liceo Scientifico “A. Vallisneri” di Lucca: analizzando le registrazioni in mp3 delle comunicazioni tra Neil Armstrong (sulla luna) e il controllo di Houston (sulla terra) hanno notato che le parole trasmesse da Houston, riecheggiando all’interno del casco dell’astronauta, rientravano nel suo microfono e venivano ritrasmesse a terra, creando un’eco.

Misurando il ritardo dell’eco, gli studenti sono stati in grado di misurare la distanza terra-luna.

Usando poi le registrazioni della missione Apollo 17 (che è rimasta sulla superficie lunare per circa trecento ore) gli studenti sono riusciti a misurare anche l’eccentricità dell’orbita lunare. Non male, eh?

(Guardando il testo dell’articolo, vedo che ha partecipato anche il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Massa: onore anche a loro)

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Mar 30

Me lo avevano detto che i libri di Terry Pratchett sono suddivisi in varie saghe, pur essendo ambientati sempre nello stesso mondo. Mi avevano anche detto che un profano non dovrebbe leggerli partendo dalla prima, quella di Scuotivento. Io però sono molto puntiglioso su queste cose: devo partire dall’inizio e procedere in ordine (anche se, davanti alla saga di Guerre Stellari o la ciclo della Fondazione di Asimov mi trovo un po’ a disagio).

Insomma, sono partito proprio dalla saga di Scuotivento, che mi ha divertito, ma niente di più. Poi sono passato alla saga delle streghe, molto carina; poi Morte, uno dei personaggi migliori del mondo disco. Poi, finalmente, sono arrivato ai romanzi della Guardia: spettacolari.

Image of A me le guardie!Image of Uomini d'armeImage of Piedi d'argilla

Oltre al livello dell’umorismo c’è dell’altro. Per esempio, la discussione sull’ateismo messa in bocca al golem di Piedi d’argilla è molto seria, e così pure il tema dell’uguaglianza tra “diversi” di Uomini d’arme. La biblioteca di Modena li classifica come libri per ragazzi, ma non è assolutamente così. I ragazzi certamente si divertiranno, ma gli adulti potranno fare anche riflessioni più profonde (pur continuando a divertirsi, naturalmente).

In più, i romanzi della Guardia sono gialli: c’è un morto, c’è un’indagine, c’è la soluzione finale. Ma per me questo è un aspetto secondario, a me interessano le storie che si evolvono, le relazioni tra i personaggi, mi interessa sapere se lui ama lei, se si rivedranno, se questo è davvero buono e quello davvero cattivo. Temo che questo sia indice di vecchiaia, ma forse no. C’è stato un periodo della mia vita in cui guardavo Sentieri, per dire.

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Mar 30

(Di solito non lo sono, simpatici…)

Consideriamo le prime cifre dei numeri 2n: 1, 2, 4, 8, 1, 3, 6, 1, 2, 5, 1, 2, 4, …

In questa successione compare la cifra 7? E quale cifra si incontra più spesso: 7 o 8? E quanto più spesso?

Dopo averlo risolto (o prima di risolverlo) (o invece di risolverlo…) date un’occhiata alle Dense Potenze di marcellosblog.

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Mar 30

Questo pomeriggio ho accompagnato alcuni studenti a una gara a squadre di matematica. I testi dei problemi erano tutti sulla falsariga di questo (che è il primo quesito):

1. La luce sulla cima
Il robot paranoico Marvin è sul bordo del cornicione della torre A della Megadodo Publications, la casa editrice della Guida Galattica per AutoStoppisti (G2AS) a 78 metri di altezza, ha appena terminato la discussione esistenziale con il Frogstar Robot Tank e guarda verso la vetta dell’unica collina di Ursa Minor B. In effetti, guarda proprio la luce in cima dell’antenna sulla vetta della collina: per farlo, alza la testa di 30 gradi. Sapendo che la collina è alta 856 m, l’antenna è alta 6 m e gli occhi di Marvin sono a 2 m dal cornicione, qual è la distanza in metri tra gli occhi di Marvin e la cima dell’antenna?

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Mar 30

Oggi, giornata nella quale si festeggia il Pi Day approssimato per eccesso, vi segnalo che ieri è uscito l’undicesimo Carnevale della Matematica e vi omaggio con la seguente frazione:

59946682763143137809392908831860261770944188707458
————————————————–
19081621767431898279289737232615955683911919747559

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Mar 30

Ho scritto a Knuth segnalandogli un errore in un suo libro.

Mi ha risposto in modo molto gentile spiegandomi che non avevo ben colto una nuance della lingua inglese. Insomma, l’errore non c’era.

Stavo pensando di rispondergli che, no, in effetti non avrei mai pensato di essere in grado di trovare un errore in uno dei suoi libri, ma speravo lo stesso di ricevere uno dei suoi famosi assegni da incorniciare.

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Mar 30


Un accanito modellista ha costruito un dodecaedro di Rubik: qui tutte le fasi della costruzione.

Alcune statistiche:

Il dodecaedro è fatto con 975 pezzi;
ogni faccia ha 101 adesivi, per un totale di 1212;
sono state impiegate 20 ore per fare il master e gli stampi;
12 ore per le fusioni di tutti i pezzi;
30 ore per ripulire i pezzi e sabbiarli;
7 ore per l’assemblaggio;
6 ore per incollare gli adesivi.

E poi dicono a cosa serve la matematica.

(via)

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Mar 30

“Allora, ci siete tutti?”.

“Boh, prof. Sì, cioè, no, insomma…”.

“Vabbè, ho capito. Alice?”.

“Presente”.

“Bruno?”.

“Sì”.

“Carlo?”.

“Qui”.

“Dario?”.

“Quo”.

“Erio?”.

“Qua”.

“…”.

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Mar 30

La Wolfram Research ha da tempo pubblicato un sito sulla matematica di Numb3rs (telefilm che riprende a essere trasmesso in Italia da domani sera). Dall’inizio della quinta stagione il sito si è arricchito: a ogni puntata è associato anche un quesito matematico. Questo è un classico, ma non l’avevo ancora visto sotto forma di animazione.

(Via 360)

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Mar 30

Alcuni problemi che sembrano difficili da risolvere hanno una soluzione facile se si fanno alcune considerazioni di similitudine e di dimensione.

Per esempio: gli animali di un deserto devono compiere grandi distanze tra le diverse sorgenti d’acqua. Come dipende il tempo massimo di corsa dalle dimensioni L dell’animale?

La riserva d’acqua è proporzionale al volume dell’animale (cioè a L3), la trasudazione alla sua superficie, cioè a L2. Quindi il tempo massimo di corsa da una sorgente d’acqua all’altra è proporzionale a L. In altre parole: gli animali grandi corrono per più tempo.

Altro esempio: come dipende la velocità di corsa dell’animale in un luogo pianeggiante e in montagna dalle dimensioni L dell’animale?

La potenza esercitata da un animale è proporzionale a L2; la resistenza dell’aria è proporzionale al quadrato della velocità e all’area della sezione trasversale — la potenza spesa per vincerla è proporzionale quindi a v2L2v. Quindi v3L2 deve essere proporzionale a L2, e allora v non dipende da L. In effetti la velocità di corsa in pianura per animali non più piccoli della lepre e non più grandi del cavallo non dipende praticamente dalle dimensioni.

Per correre in montagna è necessaria una potenza mgv proporzionale a L3v. Dato che la potenza esercitata è proporzionale a L2, troviamo che v è inversamente proporzionale a L. Un cane sale di corsa su un colle, un cavallo segna il passo.

Infine, come dipende dalle dimensioni dell’animale l’altezza che esso può raggiungere con un salto?

L’energia necessaria per un salto di altezza h è proporzionale a L3h, mentre il lavoro compiuto dalla forza muscolare F è proporzionale a FL. F è proporzionale a L2, dunque L3h deve essere proporzionale a L2L, e quindi h non dipende dalle dimensioni dell’animale. Effettivamente il topo delle piramidi e il canguro salto più o meno alla stessa altezza.

Tratto da V.I. Arnold, Metodi matematici della meccanica classica, che a sua volta ha tratto da J. Smith, Idee matematiche in biologia.

Compito per casa: dimostrare che King Kong non può esistere.

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Mar 30

Siamo diventati famosi anche negli States: il carnevale della matematica è stato notato anche là.

Si sono accorti che non è il nostro primo carnevale, dato che il titolo del post parla del numero 1010. Ma in quale base deve essere considerato il secondo 10? Forse 101010? Ma, in questo caso, il terzo 10 in quale base è scritto…?

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Mar 30

“Prof, con tutti questi esercizi sulle equazioni differenziali mi ha fatto venire voglia di fare fisica”.

“Guarda che per fare fisica devi studiare molta matematica, sai?”.

“E allora studierò matematica”.

(Si scherza nel titolo del post, eh)

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Mar 30

You disintegrate my differential,
You dislocate my focus.
My pulse goes up like an exponential
whenever you cross my locus.
Without you, sets are null and void —
so won’t you be my cardioid?

(via jd2718)
(oggi comunque si festeggiano i santi Cirillo e Metodio)

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Mar 30

Benvenuti al carnevale della matematica numero 1010. Ricordando che al mondo ci sono solo 10 categorie di persone, quelli che capiscono il sistema binario e quelli che non lo capiscono, andiamo a incominciare.

Vediamo qualche caratteristica del numero 10: è la base della numerazione posizionale decimale, cioè quella che usiamo di solito. È un numero composto: i suoi divisori sono 1, 2 e 5; è un numero difettivo, dato che 1+2+5=8, e dato che 8 è minore di 10. È un numero triangolare, essendo formato da 1+2+3+4; è un numero felice, dato che 12+02=1; è la somma dei primi tre numeri primi e dei primi quattro fattoriali. Inoltre, 1010=10102.

Ricordiamo anche il Decalogo, con i dieci comandamenti, e il Decamerone, nel quale dieci giovani raccontano dieci storie al giorno per dieci giorni.

E, infine, non dimentichiamo l’affascinante documentario Potenze di 10.

Veniamo ai contributi di questo mese.

Dario Bressanini ci propone quello che, a prima vista, sembra un semplice giochino di carte. In realtà è un pretesto per parlare di metodo scentifico e pregiudizi.

Ricciele ha creato un filmato in cui illustra la costruzione della curva di Peano, anche nella versione proposta da Bruno Munari: lo trovate qui.

Gravità Zero ci propone tre contributi, da parte di tre autori diversi: Massimo Auci ci parla di come calcolare la potenza di un generico polinomio con l’aiuto della geometria; Walter Caputo ci parla di eventi rarissimi: avete mai partecipato a qualche lotteria, pur sapendo che la probabilità di vittoria è estremamente bassa? Ebbene, la lotteria in questione riguarda l’esplosione di una stella. Infine, Rosa Maria Mistretta ci riporta coi piedi per terra: avete mai considerato un lichene dal punto di vista dei frattali?

.mau. ha scritto molto: per la categoria matematica light ci offre Perché non potrei mai fare il fisico, una riflessione (anche filosofica) sulla differenza tra i problemi matematici e i problemi fisici; e aritmetica modulare parte 1 e parte 2, una spiegazione sul funzionamento dell’aritmetica modulare. Per la categoria povera matematica abbiamo invece L’inflazione dà i numeri, ovvero come è facile scegliere numeri diversi ma tutti formalmente corretti, a seconda di cosa si voglia far risaltare, Per una volta che potevano dire “più del 100%”, che analizza il problema del riportare in termini percentuali una variazione tra risultati economici di segno diverso, e Pesavano più di 455 chili, ovvero come fare inutili conversioni ultraprecise tra unità di misura. Il nostro ci segnala poi un interessante testo di Martin Gardner: Entertaining Mathematical Puzzles; i Fatti di Carl Gauss, da lui tradotti in italiano; il fantastico poema S|{e,s,t,i,n,a}| e la repository (o il repository?) degli articoli di matematica di Paul Erdős; infine due siti che permettono di stampare carta millimetrata o con schemi di vario tipo (c’è anche la carta a esagoni per giocare a DnD Hex).

I Rudi Mathematici, che questo mese festeggiano dieci anni di pubblicazioni, ci offrono un problema fisico (quello che ha fatto dire a .mau. che non potrebbe mai fare il fisico): Perfettamente ideale. Poi ci propongono il primo compleanno mai comparso sulla loro rivista, quello di Lagrange, un post catalogato come farneticazione — ma che, in realtà, ci parla del paradosso della conferma — intitolato Ah! Dicevo io…, e infine ci raccontano di come Venn abbia ucciso Lady Barbara. Chi è Lady Barbara? Andate voi a scoprirlo

Giovanna, da Matematicamedie, ha parlato di numeri irrazionali zebra. Per la categoria didattica con excel ci propone tre post: l’equazione di una retta e l’intesezione tra due rette, l’algoritmo di Euclide per il calcolo del massimo comun divisore, il triangolo di Tartaglia. Poi, per ricordarci che algebra e geometria non sono due mondi che non si parlano, ci mostra come costruire geometricamente le potenze di 1/2 mediante geogebra. Infine, continua la serie sugli antichi sistemi di numerazione: abbiamo indiani, arabi, e il sistema posizionale.

Annarita, da Matem@ticaMente, ci guida all’esplorazione di Spacelandia (che è come Flatlandia, ma con una dimensione in più…), poi ci propone un problema di piastrellamento, ci parla del paradosso dell’area scomparsa e di alcune proprietà della pi greca (ehm). Poi, per rinfrancar lo spirito tra un problema e l’altro, ci segnala un gioco logico-matematico: Strimko. Infine, alcune letture: una introduzione al Tangram, uno studio sulla Gioconda fatto utilizzando la geometria composita, e un bel testo di storia della matematica, intitolato Number Stories of Long Ago.

E questo è tutto. L’appuntamento per il prossimo Carnevale è da Marcello Seri (e sarà per il pi day, eh).

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Mar 30

Che dire di Parigi? Siamo stati là per poco tempo, compiendo una visita standard (eh, sì, siamo stati anche di fronte alla Gioconda, c’erano anime innocenti con noi che non l’avevano mai vista) (sì, li ho portati anche in cima alla torre Eiffel, non vi dico il freddo che faceva).

Le insegne della metropolitana sono scritte in un delizioso font Art Deco, per esempio.

E la Nike è sempre bellissima.

Anche Amore e Psiche hanno il loro fascino.

Il tema dominante, comunque, è stato quello delle tette. Il Louvre ne è pieno:

(e, non c’è che dire, la Venere ha un gran fisico)

ma anche l’Orsay non scherza:

e da lì al mestiere più antico del mondo il passo è breve:

Poi è tutta discesa, fino alla mitica fontana di Duchamp,

conservata al centro Pompidou:

Io devo costruirmi una di queste:

Questo era il panorama dalla finestra dell’ostello in cui eravamo, il giorno della partenza:

La speranza dei bimbi era quella di rimanere bloccati dalla neve; in realtà siamo partiti nel pomeriggio e sia l’aereoporto di partenza che quello di arrivo erano già stati adeguatamente ripuliti (ma ci è andata molto, molto bene: la fila di persone che aspettava di poter partire era interminabile; mentre la percorrevo tutta mi sembrava di essere in una candid camera, non potevo credere che fosse vera).

E, a proposito di ostelli, se dovete portare una classe a Parigi, o se volete anche andarci per conto vostro, vi consiglio il Mije: ottimi servizi a prezzi veramente bassi, a due passi da Notre Dame.

[Qui ho messo tutte le foto]

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Mar 30

Quando, qualche giorno fa, ho detto che sarei andato a Parigi (che poi non l’ho detto, ma l’ho scritto su feisbuc, però siccome questo non mi fa onore lasciate perdere) (che tanto, poi, quello che sto per scrivere mi fa ancora meno onore), comunque, quando ho detto così un’amica mi ha detto: salutami la Ville Lumière.

Allora io ho fatto finta di niente e, quando son stato a Parigi, ho cominciato a guardarmi intorno. C’erano tanti bei palazzi, eh, tanta roba grossa, che i francesi se non fan le cose grandi non sono contenti. Ma la Ville Lumière non l’ho mica vista. Allora, parlando del più e del meno, mentre passeggiavamo tra un palazzo e l’altro, ho detto a mia moglie, che queste cose le sa: senti, ma, la Ville Lumière, che cosa… cioè, ehm, mi daresti una definizione di Ville Lumière?

E allora lei mi ha spiegato che Parigi è stata definita la Ville Lumière, cioè città della luce, perché fu una delle prime città a dotarsi dell’illuminazione stradale. E io ho pensato: ecco perché non trovavo nessuna Ville Lumière in giro. Però non l’ho mica detto ad alta voce, eh.

Oh, non è che si può sapere tutto. Voi la sapete l’equazione della catenaria, per dire? Ecco.

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Mar 30

xkcd ha messo online una pagina wiki contenente alcuni problemi matematici la cui soluzione va contro il senso comune (fiendishly counterintuitive, dice lui).

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Mar 30

Maghetto pasticcio è dentro la vasca
ma fa una magia… e c’è il mare in burrasca!
Che lampi! Che onde! Lo portano via…
Maghetto Pasticcio, dai, cambia magia!

E qui dove siamo? Che posto carino!
C’è un bosco e una casa… che buffo camino!
Chi ci abiterà? Una fata? Un folletto?
«Andiamo a vedere!» decide Maghetto.

Aiuto una strega! Che unghie… che denti!
E come capelli ha cento serpenti…
È verde e infuriata, odia la compagnia…
Maghetto Pasticcio, dài, cambia magìa!

Adesso è passata, però che paura!
E qui cosa c’è? Una grotta… ma scura!
Bé, entro o non entro? Io sono curioso…
«Magari ci trovo un tesoro prezioso!»

Ma quale tesoro? C’è un grosso leone!
Saprebbe mangiarti così in un boccone!
C’è solo un sistema per scappare via:
Maghetto Pasticcio, dai, cambia magia!

Oh guarda, qui siamo nel cielo stellato:
Maghetto Pasticcio lo guarda incantato,
poi atterra ed esplora una fetta di Luna
e pensa: «Stavolta ho avuto fortuna!»

Ma ecco arrivare tre mostri spaziali
sbarcati da un disco che vola senz’ali…
«Mi prendono, aiuto! Dov’è casa mia?»
Maghetto Pasticcio, dai, cambia magia!

Ed eccolo a casa che mangia la torta
però c’è qualcuno che bussa alla porta…
Maghetto Pasticcio continua a mangiare.
Toc toc! «Siamo amici! Ci inviti ad entrare?»
Dedicato a una prestigiosa rivista di matematica ricreativa che questo mese compie dieci anni.

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Mar 30

Usare il wifi del centro Pompidou per vedere le tue foto di quando facevi il liceo pubblicate da una tua ex compagna di classe.

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Mar 30

“Guarda che tu mi devi ubbidire!”.

“Ma mamma, io posso decidere se ubbidirti o no”.

“No! Puoi disubbidirmi solo se poi vai a predicare al tempio!”.

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Mar 30

Il 14 febbraio si festeggia il Carnevale della Matematica, ospitato qui. Se avete scritto qualcosa di matematico e volete che sia pubblicato, fatemi sapere.

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Mar 30

“Prof, posso andare ad aprire la finestra?”.

“Va bene… però tirati su le braghe che non mi piace la visione delle tue mutande”.

“Ma uffa, prof… Va bene?”.

“Sì, ma non camminare così che mi sembri Jar Jar”.

“Ma prof, lei non sa nemmeno chi sia Jar Jar”.

“See”.

“Allora mi dica: che razza è? Su che pianeta è nato?”.

“Ehm. È un Gungan”.

“Giusto. E il pianeta?”.

“Eehhmmm”.

“Psst, prof! Naboo”.

“Naboo!”.

“Eh, vabbè, così son buoni tutti”.

“Comunque deve morire tra atroci sofferenze. Siediti che interrogo”.

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Mar 30


Uelà, pare che facciano il film.

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Mar 30

Attraverso gli elementi condivisi di Keplero sono arrivato a questo post di Strange Paths: il canone cancrizzante di Bach scritto su un nastro di Möbius. Da vedere, ascoltare, riascoltare, rivedere…

Per chi ha letto GEB, e per chi ancora non sa cosa sia GEB.

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Mar 30


(Via Mighty Optical Illusions)

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Mar 30

                                                                  
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Mar 30

Uscito nelle librerie l’atteso libro di Nicola Legrottaglie.
Nicola Legrottaglie, difensore titolare della Juventus, nato a Gioia del Colle nel 1976, ha 33 anni, “l’età di Cristo” qualcuno direbbe. A chi oggi gli domanda: «Chi sei?», risponde senza indugio: «Sono fratello Nicola, ho incontrato Gesù, leggo la Bibbia».
Ha raggiunto l’apice della carriera nel [...]

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Mar 30

PROJETO BOM PASTOR O.N.L.U.S. presenta “BARABBA il musical” con la compagnia Bruzia Balletmercoledì 22 aprile - ore 21,00 - Teatro A.Rendano (Cosenza) “Aiutaci a togliere un bambino dalla strada”L’incasso sarà devoluto per la costruzione della Casa di Accoglienza e Formazione “Para Meninos de Rua” – Ilehus Bahia (Brasil)  
Quarto appuntamento per Barabba il musical, mercoledì 22 aprile [...]

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Mar 30

Bonapace Accomodation si aggiudica ben tre premi, che ne suggellano la qualità.
Gomio.com, portale internazionale dedicato alle strutture turistiche delle principali città del mondo, ha assegnato ben tre riconoscimenti, per tre distinti settori, al b&b Napoli Bonapace Porta Nolana.
• TOP RATED- il b&b più quotato del 2008
• BEST STAFF 2008: la migliore accoglienza tra i b&b Napoli, iscritti [...]

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Mar 30

http://www.centrosposilove.com/res/default/ESS_PasteBitmap0005
SI   è  tutto vero !!!  stupendi abiti da sposa a milano SCONTATI DEL 40-50% su tutta la nuova collezione ALTA MODA SPOSA MILANO 2009 LOVE.
inoltre anche per i futuri sposi abiti da sposo in promozione con formula TUTTO COMPRESO abito con camicia gilet cravatte a prezzi mai visti!!!
L’atelier sposa milano LOVE inoltre sarà in grado [...]

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Mar 30

Lust Under Virgo è una concept band che ruota attorno alla figura di Izzy Lust, musicista polistrumentista, compositore e songwriter dalla più spiccata sensibilità rock. Autore delle musiche e dei testi, Izzy dimostra una notevole capacità di arrangiare autonomamente i propri brani nonostante la scarsa tecnologia a disposizione; sì, perché Both Sides of the Dime, [...]

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Mar 30

• PROMUOVERE IL BUSINESS ON LINE PER LE PMI: giovedì 2 aprile 2009
L’incontro ha il duplice scopo di fornire una conoscenza di base sul funzionamento della rete e delle dinamiche da internet e allo stesso tempo di fornire una panoramica sulle possibilità che la rete offre alle Piccole e Medie Imprese per fare business. In poche ore potrete avere una panoramica generale sulle tante tematiche legate al marketing digitale in considerazione del fatto che l’80% degli italiani consulta un motore di ricerca per cercare il proprio fornitore (Ricerca Nielsen 2008)

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Mar 30

Sabato 18 e domenica 19 aprile 2009 la Bel-Ami Edizioni organizza a Roma il corso “Il piacere della scrittura”, a cura di Aldo Putignano.
Oggetto del corso è la scrittura del racconto breve, inteso come genere autonomo e non come sottospecie di romanzo. Attraverso l’analisi delle principali regole di composizione e degli elementi portanti e accidentali [...]

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Mar 30

E’ ARRIVATA la fine del lavoro? Perlomeno del lavoro così come lo abbiamo conosciuto nel XX secolo? La domanda non è oziosa: la Fondazione Marco Biagi ha dedicato il suo convegno annuale all’occupazione giovanile e una delle sessioni è stata per l’appunto intitolata “The end of employment“, che sta per “lavoro” ma anche, più correttamente “impiego”. E, infatti, attraverso le relazioni di studiosi di diritto del lavoro provenienti da tutto il mondo, emerge proprio questo: viviamo in un momento in cui possiamo legittimamente chiederci se il lavoro stia cambiando pelle per sempre. La crisi globale accentua questa sensazione e mina ancora più velocemente le vecchie certezze.La lettura più ovvia di questa teoria è quella che deriva dall’avanzata dei lavori temporanei tra i più giovani. Questo avviene in tutto il mondo, ma la sensazione è più netta in Paesi che hanno sempre assegnato una particolare protezione al lavoro “per la vita”. Il Giappone è un caso esemplare, ma l’Italia gli assomiglia moltissimo. Tra i giovani giapponesi, così come tra gli italiani, ci sono ormai percentuali inedite di lavoro temporaneo. E questo influisce sulla capacità di questi giovani di fare famiglia, e di fare progetti per il futuro. Al contrario dei giovani di altri Paesi (tradizionalmente più abituati all’incertezza) ai giovani giapponesi (così come ai giovani italiani) è stato insegnato che per sposarsi e fare dei figli bisogna aspettare di avere un lavoro definitivo. Oggi, molti di loro rischiano di aspettare troppo e di trovarsi fuori tempo massimo. Un altro problema delle generazioni più giovani in Occidente, ma anche in Oriente, sono le aspettative. Le loro aspettative sono molto più alte di quelle che furono dei loro genitori. E, purtroppo, nella società globale, l’incontro tra domanda e offerta del ”giusto” lavoro per la persona ”giusta”, si è fatto più difficile. Facile, più facile di quanto non fosse nel xx secolo, è trovare “un” lavoro, cioè una qualsiasi opportunità di lavoro. Ma “il” lavoro che piace, che si desidera, che ci soddisfa, che ci realizza, quello è un altro discorso. E molti giovani sembrano destinati a rimanere delusi.La risposta per molti è “educazione”, scuola, skills, competenze. Giusto, ma la domanda è: quali competenze? Perché un’altra caratteristica di questo mercato è che è molto difficile prevedere le specializzazioni che saranno più ricercate e più spendibili sul mercato del lavoro in un certo lasso di tempo. Oggi constatiamo spesso che le aziende fanno spesso fatica a ricoprire certe posizioni lavorative. Ma da qui a 5 anni, chi è in grado di prevedere, e quindi di consigliare, a quali settori, a quali specializzazioni rivolgersi? Pochi. E chi lo fa rischia di essere smentito dalla realtà. Infine, con un brillante rovesciamento di impostazione, il professor Jacques Rojot di Parigi ha sorpreso tutti annunciando che, con il declino dell’industria tradizionale e l’avanzata dei servizi, sarà di fatto sempre più difficile distinguere i lavoratori per ciò che sanno fare. Ciò che sempre di più conta infatti è la capacità di comportarsi, di interagire, con il pubblico e sul lavoro. Behaviour, è stata la sua parola chiave. Sapersi ben comportare, essere appropriati, gentili, fa tutta la differenza in certi settori. Nessuno però lo insegna. La conclusione non è consolante: ogni Paese cerca di mettere in atto delle politiche che rendano più fluido il mercato del lavoro. Ma nessuno sa quale sia la politica giusta, nessuno può dire se ciò che funziona in un Paese possa essere trapiantato in un altro. Nel mondo convivono le situazioni estreme del lavoratore svedese, che per il 90% si aspetta di cambiare molte volte lavoro nel corso della vita, e quelle del lavoratore giapponese che, nella stessa percentuale, sogna invece la sicurezza totale, a vita, come ce l’avevano i suoi genitori. Tutti si affannano a parlare di formazione, di flessibilità, di flexicurity, eppure, come è stato ben sottolineato da una brillante docente americana, Susan Bisom-Rapp, i professori raramente si sentono responsabili del futuro dei loro studenti.Qui c’è una delle chiavi principali, il leit motiv di questa tre giorni di studio alla Fondazione Biagi, e uno dei punti fissi della ricerca di Marco Biagi e del suo allievo Michele Tiraboschi. Il momento più delicato, quello su cui più bisognerebbe concentrarsi per una politica del lavoro diretta ai giovani, è il momento della transizione scuola-lavoro. Le scuole, le università, quindi, devono essere responsabili. Così anche i professori. Un professore di statura internazionale, Roger Blanpain, belga, ha parlato di “ponti”, di importanti misure ponte, che aiutino a superare le diverse fasi della vita lavorativa. E’ in queste aree, in questi momenti di passaggio che le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi, soprattutto ora che c’è da costruire il ponte più importante, quello che ci permetterà, si spera, di arrivare indenni all’uscita della crisi.
(Pubblicato sul Messaggero del 23 marzo 2009)Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Finalmente qualcuno che ci ha provato, e che si lamenta. Non ne potevo più di quegli uomini che si vantano di aver fatto tutto quello che c’è da fare in casa quando sono nati i figli e di continuare sempre a dedicarsi a figli e attività casalinghe, dividendo a metà i compiti con la loro compagna. Oppure, più modestamente, dichiarano di “aiutare”. Ma qui entriamo nel patetico.
No, Angelo Mellone, collaboratore del Messaggero e del Giornale, su quest’ultimo quotidiano fa il pianto greco, ma onesto, del padre moderno, costretto ad essere efficiente, flessibile e frizzante sul lavoro e, al tempo stesso, a fare il padre a tempo pieno.”Sceglie cioè - parole sue - l’impossibile conciliazione tra paternità, famiglia e carriera”. Impossibile in teoria ma, nei fatti, possibile per forza, a meno di non pensare a un’estinzione della specie (O alla solita moglie che decide di “dedicare” la sua vita ai figli, e al marito. Tranne poi accorgersi, giustamente, che non è in grado di capirne le esigenze, e tranne poi, più tardi, rinfacciare loro di aver sacrificato per loro la propria vita. Inutilmente).
Per non ispirarsi solo alla sua autobiografia, Mellone ci parla di libri, e in particolare cita il personaggio di un romanzo, “Fai la nanna, nannina” di Gianluca Berardi, Mondadori. Lo definisce “un personaggio vagamente wagneriano, guardato con commiserazione dai coetanei (…) il padre postcontemporaneo lotta quotidianamente per il trionfo della sua volontà”. Soffre, ma non si arrende, e lavora come un disperato anche se reduce da nottate in bianco e ore e ore di gioco con i Lego.
E qui il sorriso già si allarga sul viso di qualunque mamma e/o donna , non solo postcontemporanea.
“Se non dormi non produci idee, se non produci idee non guadagni”, è il punto fermo e il grido di dolore del nostro eroe. Ma và?! Attenzione, che qualcuno potrebbe perfino rinfacciargli, come spesso capita alle donne: ma no, che dici, se hai le idee e sei bravo, vedrai che ce la fai, nessuno ti discrimina. Già.
Secondo grido di dolore dell’aspirante padre perfetto: non basta mai, nessuno ti riconosce lo sforzo immane, in casa resta l’insoddisfazione. E qui credo che il sorriso sul viso delle donne si può tramutare in una bella risata liberatoria, visto che a loro questo è sempre capitato. …”nonostante tutto quello che faccio”. Ma la parte migliore non è la conclusione dell’ancora poco esperto Angelo Mellone: “Insomma se vuoi fare il padre post contemporaneo (…)che concilia tra paternità e lavoro creativo, professione & pannolini, preparati ad essere un misconosciuto in casa e un incompreso in trasferta”. No, il punto non è questo.
Il veleno sta in una frasetta che l’ignaro pronuncia, una frase furba: “A lui, a noi (poveri maschi, ndr) non è concesso alcun congedo, non esitono i cinque mesi di licenza poppate”. Ah! Qui c’è la ritorsione, il tentativo di dire alle donne che fanno, in fondo ciò che devono e che gli è riconosciuto dalla società con il congedo maternità. Ma le cose non stanno così. Intanto, il congedo di paternità lo possono prendere anche i padri. Se non lo fanno, è perché 1) non lo sanno, 2)non ci pensano, 3)si vergognano.
E poi vorrei rivelare al neo padre sofferente, che quei primi mesi sono proprio il meno. Anzi, proprio niente, rispetto a quello che lo aspetta, mano a mano che il figlio cresce. Dopo, anche dopo anni, viene il bello e non ci sono congedi che tengano.
Comunque lo dobbiamo tutte ringraziare: l’unico modo per fare in modo che qualcosa cambi è che tutti, ma proprio tutti, si accorgano di quanto costano quegli sforzi “wagneriani”. E che tutti comincino a farli..Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Lo stupro è un’infamia, sempre, dice il presidente Napolitano, non importa la nazionalità. Grazie presidente. Però in fondo è una banalità. Ci mancherebbe altro che lo stupro non fosse un’infamia, sempre. Immaginate uno che dicesse l’omicidio è un’infamia, a prescindere dalla nazionalità. Ovvio. Magari uno lo può anche dire, all’interno di un discorso. Ma perché i mass media lo riprendono con enfasi? Un’enfasi molto maggiore di quella che viene tributata all’altra frase detta da Napolitano nella stessa circostanza, e ben sottolineata dal suo intero discorso, nonché dal contesto: le donne sono ancora discriminate nel lavoro, nella vita civile! Che notizia è una banalità a fronte di un gravissimo fatto, evidentemente ancora non universalmente riconosciuto, e al quale la politica potrebbe, se volesse, applicarsi? Mentre lo stupro è già aborrito e condannato dalle leggi, purtroppo la discriminazione avviene senza grave scandalo e senza allarme sociale, questo è il guaio.
Nel giorno dell’8 marzo, questa noia tremenda dell’8 marzo, io ci trovo una logica vecchia: le donne ridotte alla loro fisicità, come nello stupro, sono più ”interessanti” delle donne nella loro dimensione civile. Come il Vaticano che si chiede se per le donne ha fatto di più la lavatrice o la pillola. E si risponde: la lavatrice. Questo non mi stupisce, ma attenzione, la domanda è sbagliata, ma se proprio vogliamo rispondere, io direi la democrazia. Come per gli uomini, guarda un po’.
Forse, dopotutto, Napolitano ha ragione: non è ovvio per tutti che lo stupro sia sempre un’infamia inconcepibile.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Le carte sono partite. Il governo italiano ha mandato a Bruxelles il suo piano per l’innalzamento graduale dell’età di pensionamento delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione. Come era stato promesso, dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea che condannava l’Italia per disparità di trattamento.
Trattandosi solo delle dipendenti pubbliche, il risparmio che è stato stimato, sarà di appena 2,3 miliardi di euro in otto anni. Un piccolo passo per le casse dello Stato. Ma per le donne potrebbe essere, se ben capito e sfruttato, un grande balzo. La cosa più sbagliata, invece, che le donne possano fare, è di lasciar passare questo momento senza chiedere niente in cambio. Perché se l’equiparazione dell’età (per ora solo nel pubblico impiego) è sacrosanta, però va affiancata allo stesso tempo, con delle azioni forti per promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, come hanno ripetuto in Parlamento donne e uomini di destra e di sinistra, a partire da Emma Bonino, che propone da anni l’equiparazione dell’età pensionabile. Le donne devono pretendere pari opportunità di inserimento professionale e di carriera. Cose che oggi invece sono lontanissime.
Se, per esempio, i soldi risparmiati con le pensioni venissero utilizzati tutti per un grande piano nazionale di asili nido, l’impatto sull’occupazione femminile sarebbe fortissimo. E’ alto infatti il numero di donne costrette a lasciare il lavoro con la nascita del primo e soprattutto del secondo figlio, a causa delle difficoltà di cura del bambino. La diffusione degli asili nido, inoltre, libererebbe molte energie anche per quelle donne che, pur convinte di rimanere al lavoro nonostante i figli, fanno tutti i giorni le funambole per gestire l’ingestibile, tra tempi di lavoro e tempi di famiglia. E questo è solo un esempio. Se in futuro si deciderà di cominciare una discussione più ampia sull’età pensionabile delle donne (e degli uomini) rendendola magari sempre più flessibile e soggetta alle scelte individuali, si dovrà ancora di più sottolineare come i risparmi vadano utilizzati per le politiche attive di inserimento delle donne al lavoro e ai livelli più alti delle carriere, fino ad oggi, di fatto, a loro quasi precluse. Non è un’opinione, i numeri stanno lì a testimoniarlo: nei Cda delle aziende, nella dirigenza delle banche, ai vertici dello Stato in Italia le donne sono delle mosche bianche. La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, una di queste mosche bianche, lo ha ricordato più volte a partire dal suo insediamento: un numero crescente di donne nell’economia significherebbe immediatamente una crescita del Pil, cosa di cui in tempi di crisi abbiamo particolarmente bisogno.
Alle donne che si preoccupano e si rammaricano che ora venga loro tolto ”anche” il privilegio di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente, va detto: non vivete questa decisione come l’ennesima penalizzazione della vostra vita. Piuttosto, consideratela come la tappa di un cammino ancora lungo verso la piena dignità e il riconoscimento (prima della pensione, non dopo) delle vostre potenzialità. Per voi, le vostre figlie e i vostri figli.
(Pubblicato sul Messaggero il 4/3/2009)Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Lo so, sono stata assente. I lettori più affezionati di questo blog ne saranno stati delusi, qualcuno si sarà anche disamorato. Però servono pause di riflessione, per poi affrontare nuove sfide, per navigare in nuovi mari.
E’ un po’ di tempo che il tema di questo blog mi sta stretto. I giovani, il lavoro, la flessibilità… sono temi che mi appassionano ma che sono come una finestra, che alla fine invita ad andare fuori. Questi temi ci portano a riflettere su argomenti più vasti: sulla esclusione dal mercato del lavoro e dal potere di giovani, donne, immigrati; sulla integrazione e l’uguaglianza; su tutto ciò che tocca le donne, nel loro rapporto con il resto della società, sui cambiamenti del nostro costume, su ciò che avviene in altri paesi. Naturalmente restano i temi della flessibilità, della cosiddetta precarietà, ma non sarà più solo questo.
Nel nome del blog in fondo c’era già tutto: cambiamondo, era già una parola ambiziosa. Ora la trasformazione deve avvenire. E vorrei che avvenisse in queste direzioni:
1) Gli argomenti, che saranno più ampi di quelli iniziali, più aperti, e anche più liberi.
2) I tempi meno stretti. Purtroppo gli impegni si moltiplicano e non si riesce a stare dietro a tutto con la stessa frequenza di un tempo. Ci sarò. ma forse un po’ meno frequentemente.
3) L’autrice. Sarò sempre io ma vorrei aprire di più ad altri contributi. Anzi, mi piacerebbe più spesso pubblicare dei contributi strutturati, sia di lettori afezionati che di nuovi. I commenti sono sempre liberi. Ma chi vuole pubblicare un post può mandarmi il testo e poi, se lo riterrò opportuno, lo pubblicherò qui, con firma e tutto (magari anche foto e note biografiche, perché no).
Vorrei insomma fare qualche passo avanti. Ecco perché questo blog d’ora in poi si chiamerà cambiamondo 2.5.Add to Technorati Favorites

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Mar 30


”Forse noi uomini dovremmo fare un po’ di autocritica. Finora abbiamo costretto le donne a farci da badanti, da infermiere e da baby sitter. E’ ora che le cose cambino”. E se la fa un uomo, questa riflessione finisce per avere un peso, ahimé, maggiore. Il ministro Renato Brunetta lo ha dichiarato, giustificando la sua scelta di allinearsi il prima possibile alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’equiparazione dell’età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione.
L’età della pensione anticipata per le donne è una doppia fregatura. Fa diventare le donne più povere. E le rinchiude nel loro ruolo di dispensatrici di welfare gratuito. Viceversa, spingere le donne a lavorare di più sul mercato, significa riequilibrare i ruoli di cura in famiglia, spingere gli uomini a occuparsi di più di figli, genitori anziani (e anche di se stessi), e garantire alle donne livelli di reddito più alti. Significa anche, un passo più in là, garantire una maggiore crescita alla ricchezza del Paese, una crescita dei posti di lavoro nei servizi, una crescita del tasso di natalità (che infatti è più alto nei paesi dove le donne lavorano di più) e alla fine più libertà per tutti.
Ecco perché le donne dovrebbero essere le prime a chiede l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma. Ma, con i soldi risparmiati, devono pretendere che sia agevolata la vita delle famiglie e quindi reso più facile il lavoro delle donne stesse. Questo significa: asili nido, assistenza agli anziani, congedi parentali per gli uomini, e azioni positive per agevolare il lavoro delle donne nelle aziende. Siamo pronti per questo. C’è poco da fare: Brunetta sembra di sì, ma per ora non sono molti quelli che lo seguono fino in fondo.Add to Technorati Favorites

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Mar 30


La crisi economica mondiale morderà soprattutto i lavoratori più deboli Leggetevi sull’Economist di questa settimana questo articolo: “Generation Y goes to work“. I giovani in Occidente hanno un atteggiamento verso il lavoro diverso da quello dei loro padri e dei loro fratelli maggiori. La tesi dell’articolo è che però, con la crisi, anche i ragazzi della generazione Y, notoriamente poco inclini alla fatica e al sacrificio, ora si mostrino più disponibili, a causa della crisi. E siano più disposti a rimboccarsi le maniche, pur di trovare uno straccio di posto. Succede anche in Italia?By the way, vi segnalo anche la pagina da cui ho tratto la vignetta qui sopra, con la classificazione delle diverse generazioni che si sono succedute nel Ventesimo secolo: the Silent generation, The Baby Boomers, the X generation and the Y generation. Add to Technorati Favorites

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Mar 30


Parlavo, giorni fa, con dei professori universitari. Tutti si lamentano ormai da trent’anni, e con foga crescente, del basso livello degli studenti che arrivano dalle scuole superiori: non sanno l’italiano, non sanno la matematica, ma soprattutto sono poco motivati, sono disorientati, o non sanno studiare…tranne qualche mosca bianca. Noi già sappiamo che circa la metà di chi si iscrive dopo il liceo in una università non la finirà mai. Si chiama tasso di dispersione, e in Italia è più alto che in qualunque altro ateneo, forse dell’intero globo (azzardo!). Tra gli studenti che, bontà loro, si laureano, i fuori corso sono la maggioranza. E così perfino il 3+2, che inizialmente aveva fatto impennare il numero dei laureati e aveva fatto sperare che il sistema almeno servisse ad abbassare l’età media, ora si scopre (da Repubblica di oggi) che non ha migliorato la situazione: ”Oltre 4 studenti su 10 sono ripetenti o fuori corso, crescono gli abbandoni dopo il primo anno e si impenna il numero di chi ciondola tra le aule universitarie senza dare neppure un esame. Il tutto mentre cresce a dismisura il numero degli insegnamenti, aumenta quello dei prof e di conseguenza la spesa universitaria. E’ il quadro che emerge dall’ultimo rapporto annuale del Cnvsu, il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, ente del ministero che a 6 anni dall’introduzione del 3 più 2 fa un primo bilancio della riforma. (…) Su oltre un milione e 800 mila studenti che hanno frequentato i 58 atenei italiani nell’anno accademico 2006/2007 solo un milione è in regola con gli studi. Il 40,7 per cento di ripetenti o fuori corso segna “il valore più alto registrato in tutto il periodo considerato”, si legge nel rapporto. E quelli che ce la fanno? Il 30 per cento si laurea con un ritardo di un anno e il 29 per cento con due o tre anni di ritardo. Per la laurea triennale la durata media degli studi è record: 4,6 anni. Lasciamo stare la spesa che è cresciuta a dismisura, il numero degli insegnamenti monstre, i risultati grotteschi. Guardiamo la cosa dal punto di vista degli studenti che mediamente finiscono il 3+2 tra i 27 e i 28 anni. Davvero il basso livello delle tasse universitarie, la libertà di frequentare, fare gli esami, finire in tempo oppure no giova a qualcuno? Questi ex-giovani-28enni-neolaureati avranno tutti i problemi del mondo a trovare un lavoro, ad entrare nel mercato, ad essere credibili, a un’età in cui i loro coetanei europei hanno già anni di esperienza lavorativa e magari ripagano, con il loro stipendio, il prestito contratto per pagare tasse universitarie ben più alte. Ma in altri paesi, se sbagli un esame, se fallisci un anno lo ripeti una volta, nel migliore dei casi. Poi, fine. A casa, a fare qualcos’altro. E il valore della laurea ”si pesa”, non si vive nell’illusione (che il mercato si incaricherà di sfatare) che una laurea valga come un’altra. Non è così. Ma gli studenti italiani si rendono conto di essere le prime vittime di un populismo che li danneggia? O ancora pensano che questo sistema sia il vertice più alto della democrazia, quello che permette a un asino di diventare dottore?:-S Buon AnnoAdd to Technorati Favorites

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Mar 30

Perdonerete una certa apparente pigrizia degli ultimi tempi, ma spero che sia foriera di novità interessanti. Comunque sto lavorando ad altri testi e … non ce la faccio a fare tutto.
Vi regalo questa bella vignetta di Arnald e speriamo che nel 2009 ci potremo inventare qualcosa di ancora più bello
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
BUON ANNO A TUTTI:
DONNE, PRECARI, GIOVANI, VECCHI, VICINI E LONTANI Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Là dove anche chi è in cuor suo d’accordo, si è messo paura e sta zitto, è partito lancia in resta Renato Brunetta. Alzare l’età delle pensioni per le donne, portarla a parità con quella degli uomini. Ce lo chiede l’Unione Europea, ce lo impone una sentenza della Corte di Giustizia Europea, lo chiede l’equità e l’interesse stesso delle donne.

Eppure è una delle battaglie più impopolari che si possa combattere. A destra come a sinistra. Però ha ragione Brunetta: studiate, leggete, informatevi, cercate di capire come stanno le cose. La pensione anticipata non è un favore alle donne. E’ l’ennesima discriminazione per mandarle a casa (da oltre un secolo, il solito posto dove si vuole tenere le donne in Italia) a fare da badanti in primis ai poveri mariti, poi agli anziani e magari anche ai figli bamboccioni, che quando le madri hanno sessant’anni i figli ormai sono autonomi e si spera che facciano la loro vita, lavino, stirino e buttino la spazzatura.

Naturalmente quelle donne che gli ipocriti a destra e a sinistra vogliono ”proteggere” mandandole in pensione prima, hanno delle pensioni da fame, perché durante la loro vita hanno cominciato a lavorare (mediamente) tardi, avevano stipendi bassi, contributi ancora più bassi, carriere discontinue e comunque stoppate verso l’alto. Ecco perché molte donne se può già restano al lavoro oltre la data in cui potrebbero andarsene.
Chi dice di fare il loro interesse, chi gli vuole lasciare questo piccolo privilegio fa solo carità pelosa. No grazie.

I radicali, ”rompiballe” in senso buono della destra e della sinistra, lo vanno dicendo da un paio d’anni: alziamo l’età della pensione. rendiamo anche in questo le donne uguali, ma diamogli più opportunità durante la vita ativa: congedi obbligatori per i padri (sapete quanto io personalmente batta su questo tasto), asili nido per tutti, assistenza agli anziani, e un vero welfare per chi perde il lavoro o è precario. Tutto si può discutere, ma questo è quello che anche Brunetta intende. Io la chiamo modernizzazione.

Per chi ama le sintesi: ecco il commentino sul Messaggero di domenica 14/12/2008Add to Technorati Favorites

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Mar 30

(pubblicato sul Messaggero di mercoledì 10/12/2008)

L’ETÀ della pensione per le donne, per ora, non si tocca. La condanna della Corte di Giustizia Europea, che bacchetta l’Italia per la diversa età minima alla quale donne e uomini possono prendere la pensione di vecchiaia nel settore pubblico, non basta a spingere il governo italiano a modificare le regole. Però ha spinto Destra e Sinistra a trovarsi unite di fronte alla malattia che affligge il lavoro delle donne in Italia: un livello già bassissimo (intorno al 47%) rispetto a tutti gli altri Paesi europei (media al 60%) in anni di crescita e che adesso, con la Crisi, rischia di scendere ancora di più. Toccato il fondo, a quanto pare, alle donne italiane non resta che ”scavare”.
«Abbiamo dimenticato l’emancipazione economica delle donne», ha provocato Emma Bonino, che sul tema ”In pensione quando, al lavoro come?” ha messo insieme nella stessa sala del Senato non solo il ministro Maurizio Sacconi e il suo opponente ”ombra” Pietro Ichino, ma anche l’economista Fiorella Kostoris e il giuslavorista Michel Martone, Valeria Fedeli della Cgil e Renata Polverini dell’Ugl, Luca Paolazzi della Confindustria e Milena Carone dell’Udi, e poi Anna Bonfrisco, Benedetto Della Vedova, Giuliano Cazzola del Pdl, e Francesca Marinaro e Donatella Poretti del Pd. Ospite d’onore perfino la centenaria Rita Levi Montalcini. Tutti, sostanzialmente, d’accordo che la situazione del lavoro delle donne in Italia è insostenibile e che l’arrivo della Crisi avrà due effetti: 1)la situazione delle donne peggiorerà; 2) si aprirà un’opportunità per cambiare qualcosa. Si sente il bisogno di una ”spallata” ha detto Ichino, difendendo la proposta di ridurre le tasse sul lavoro femminile. E anche chi non era d’accordo con lui ha apprezzato l’immagine della spallata.
In Italia ci sono 4 milioni di donne che sono fuori dal mercato del lavoro e che per questo non hanno gli stessi diritti degli uomini. Ci sono milioni di altre donne che lavorano e non ricevono nessun supporto dallo Stato, perché mancano gli asili nido, perché gli orari di lavoro delle aziende non sono flessibili e mal si adattano alla gestione della vita familiare, perché le donne faticano a fare carriera, guadagnano mediamente meno degli uomini, e infine, quando vanno in pensione, rischiano di ritrovarsi sull’orlo della povertà.
Se con un colpo di bacchetta magica, le donne italiane lavorassero nella stessa misura delle altre europee, il Pil dell’Italia farebbe un balzo del 15%, ha detto Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria. Anche Emma Marcegaglia lo disse nel suo primo discorso da presidente. Anche alle imprese il lavoro delle donne serve. Anzi, servirebbe se ci credessero con convinzione.
Di più, ha sottolineato Milena Carone dell’Udi, la si smetta di parlare di ”aiuti alle donne”. Perché si continua a dire che gli asili nido sono ”per le donne”, quando in realtà sono per i bambini e per un’intera società che deve investire su di loro? Valeria Fedeli ha rincarato: «Dico no alla ”conciliazione”, (cioè a quelle politiche che dovrebbero permettere alle donne di lavorare e allo stesso tempo farsi carico degli impegni familiari), ma dico sì alla ”condivisione”». Che tradotto vuol dire: donne e uomini dovrebbero imparare a condividere carichi di lavoro e carichi familiari. Alla pari.
Ecco, tutto questo è venuto a galla a partire da quella sentenza sull’età pensionabile delle donne. Tema che Emma Bonino e i radicali utilizzano da tempo come ”leva” per affrontare un problema che è una vera emergenza nazionale e che, invece, spesso viene trattato come ” colore”.
Il ministro Sacconi non si è sottratto. Di mettere mano alle pensioni però non vuole parlare. Fa i calcoli e afferma che nel pubblico impiego le donne già tendono a lavorare più del minimo necessario e che, in fondo, l’equiparazione per legge dell’età tra donne e uomini, sarebbe una piccola cosa anche in termini di risparmio per il bilancio dello Stato: non più di 250 milioni di euro.
Sacconi però sa che in Italia il numero dei lavoratori è troppo basso e che questo, oltre a essere ingiusto nei confronti delle categorie penalizzate (le donne in primis), danneggia il nostro sistema economico. «Dobbiamo puntare alla flessibilità dell’orario di lavoro - ha sottolineato - e sull’offerta di servizi per le madri». Cioè asili nido, ma non solo: anche tagesmutter dice lui, cioè baby sitter di condominio o di quartiere, sulle orme dell’esperienza tedesca.
Ma basta? Sul Corriere della Sera di ieri Maurizio Ferrera ha messo in guardia dal rischio che la crisi penalizzi ancora di più gli outsider (donne e giovani), mentre partiti e sindacati continuano a pensare a chi già è protetto. Meno tasse alle donne, più ammortizzatori sociali per i lavoratori che rischiano il posto e non hanno cassa integrazione (e sono soprattutto donne), asili nido e servizi all’infanzia, congedi di paternità obbligatori. Tutto ciò servirebbe a fare argine contro un rischio sul mercato del lavoro delle donne. Le “tagesmutter” non bastano di certo.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Torno sull’argomento donne e pensioni, per riportare qui l’articolo che ho scritto in proposito sul Messaggero.
Aggiungo, rispondendo ad alcuni commenti al post precedente, alcune osservazioni:
1) nessuno può essere “compensato” per tutto ciò che gli tolgono durante la vita, soprattutto se c’è ancora tempo per rimediare. Meglio dare prima il giusto e poi trattare tutti uguali.
2) le donne (e non “la donna” che per fortuna non esiste) sono per l’appunto stufe di fare il doppio o il triplo lavoro, consentendo così a qualcun altro di dedicarsi completamente a uno solo, e èpoi magari fare carriera o coltivare i propri hobby
3) è necessario che tutti vengano trattati in modo paritario, rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle donne, nel corso della loro vita, di avere le stesse chance dei maschi anche sul lavoro
4)anche i maschi dovrebbero fare tutta la loro parte di secondo e terzo lavoro, occupandosi di figli e anziani parenti
5) le donne alle quali viene graziosamente concesso di andare in pensione prima non si rendono conto che poi saranno povere, perché gli assegni sono bassi e lo diventeranno ancora di più dopo 20 anni.Add to Technorati Favorites

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Mar 30


La Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia per la discriminazione tra uomini e donne, dovuta alla diversa età di accesso alle pensioni di vecchiaia: 60 er le donne 65 per gli uomini. Ne avevamo già parlato qui a proposito della campagna dei radicali: equiparare, innalzare.
Riporto la sentenza della Corte EuropeaAdd to Technorati Favorites

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Mar 30



Il nuovo presidente degli Stati Uniti, nella nottata della sua vittoria, ha fatto un discorso nel quale non ha citato Martin Luther King, non ha sottolineato il fatto di essere il primo presidente di colore della storia americana. Non ha parlato della sua opponente, Hillary Clinton, che pure avrebbe fatto storia se fosse stata eletta, ma che lo ha aiutato ad ottenere il supporto delle donne democratiche.
Ma, alla fine del suo discorso Barack Obama ha raccontato la storia di Ann Nixon Cooper, una signora di 106 anni, che per lungo tempo nella sua vita non ha potuto votare, per due motivi: perché donna e perché nera. Stavolta lo ha fatto. Sarebbe stato bello che Obama rendesse omaggio più esplicitamente alle donne, ai neri, ai giovani, che lo hanno portato alla Casa Bianca. Lo ha fatto solo indirettamente e in modo molto soft. Vuole essere, giustamente, il presidente di tutti. Speriamo, però, che non dimentichi coloro che hanno messo in moto il cambiamento e che più ne hanno bisogno.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Ho ipotizzato in quest giorni che gli studenti siano caduti in un grande equivoco e stiano infatti protestando “contro se stessi”. I maestri e prof, invece protestano per difendere i propri interessi. I genitori…mi astengo da illazioni. Vi giro il link al commento di Gianluca Salvatori, centrato più sull’università che sulla scuola, e che condivido quasi parola per parola. Add to Technorati Favorites

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Mar 30


Nuova provocazione di Brunetta: tornelli anche per i magistrati, perché alcuni lavorano scandalosamente poco. Certo, altri invece lavorano il giusto e molti altri, ovvio, lavorerano anche più del dovuto. E io? Sono anni che lavoro troppo, sono anni che sogno un tornello che arrivi a liberarmi dall’incubo di una vita passata in ufficio! Se avessi avuto il tornello, tutti questi anni, avrei facilmente totalizzato in tre giorni le mie ore di lavoro settimanale e mgari avrei guadagnato il doppio, o avrei avuto diritto a più giorni di vacanza. Invece niente tornelli. Lo so anche io che molti giornalisti non lo potrebbero mai sopportare: il nostro lavoro non è tutto uguale e c’è chi lavora duramente anche senze essere presente al giornale (sia detto senza ironia). Viceversa, la maggior parte di quelli che lavora poco non si alza mai dalla sedia. Eppure, un bel tornello… :-P Basta, sapete come finirà? Che prima o poi i tornelli li metteranno anche ai giornalisti. Ma allora sarò così stanca per aver lavorato tanto, che alla fine non ci guadagnerò niente. Anzi, il tornello certificherà che anche io sarò finalmente diventata fannullona. Una libeazione.A proposito, come farà il tornello a dimostrare che ho anche lavorato per il blog?Add to Technorati Favorites

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Mar 30


L’ex ministro Tiziano Treu ha visto crescere la sua “creatura”, ed era quasi entusiasta. L’ho visto a una presentazione del nuovo contratto nazionale delle agenzie di somministrazione di lavoro, di cui qui si è già parlato con il video di Bocchieri. L’evento era organizzato da Adecco, tra i leader del settore.

Treu nel ‘97 era ministro del Lavoro quando fu introdotta per la prima volta una legge che prevedeva la nascita delle agenzie di lavoro temporaneo e una riforma organica del mercato del lavoro, per consentire al mercato un po’ di flessibilità. L’occupazione era a livelli bassissimi, e da allora è costantemente aumentata, perfino nei periodi di scarsa crescita. Allora però le agenzie di lavoro interinale nascevano proprio come dei brutti anatroccoli e in tutti questi anni hanno mantenuto una cattiva fama. Sono state prese a simbolo della precarietà, della mercificazione del lavoro e simili. Avrebbero dovuto avere invece un’importante funzione di fluidificare il mercato, renderlo più trasparente e accessibile.

Fatto sta che ora con il nuovo contratto, le agenzie si candidano a svolgere in futuro una funzione di protagonisti sul mercato del lavoro, sostituendo così la mano pubblica, che finora si è dimostrata del tutto inadeguata. Non più solo lavoro a termine o temporaneo, temporaneissimo, ma anche assunzioni a tempo indeterminato, pensione, malattia, maternità, e perfino indennità di disoccupazione e politiche attive di ricerca del lavoro. Insomma, le agenzie del lavoro propongono la loro flexicurity, il loro piccolo welfare privato. In cambio, scrivono nel loro contratto che hanno la possibilità di licenziare il lavoratore per il quale , per vari motivi, non ci sia disponibilità di lavoro. Il contratto si può migliorare, ha sottolineato Treu, ma intanto fa un grande passo avanti. Peccato solo che in Italia le agenzie del lavoro rappresentino una piccola fetta del mercato: la maggior parte della gente continua a cercare e trovare lavoro attraverso una rete informale, fatta di legami familiari, amicali e altro. Altro che trasparenza.Add to Technorati Favorites

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Mar 30


Mia figlia mi ha comunicato di avere preso un bellissimo voto in Geografia, un 8. ”Otto corrisponde a Distinto, lo sai mamma? E Distinto non lo danno quasi mai!” Ecco come i ragazzi reagiscono alle novità della scuola, niente di clamoroso, loro si adattano a tutto anche se ogni cambiamento un po’ li spiazza” E dire che noi invece traducevamo il ”distinto” in voti.
Tutto questo per dire che le riforme della Gelmini, su cui si sta scatenando l’inferno, al punto che i professori arringano gli studenti e li montano contro il ministro, mi sembra una tempesta in un bicchiere d’acqua. Lo stesso per un altro refrain dell’anno: ”Quest’anno i professori saranno più severi, colpa della Gelmini”. Davvero? Ma allora prima non facevano il loro lavoro, si potrebbe obiettare. La verità, mi sembra è che il nocciolo duro della questione scuola non sia stato affrontato: come garantire la qualità degli insegnanti e il valore delle ore passate a scuola? Questo è il punto vero della discussione sulla scuola, tutto il resto ha un sapore terribilmente marginale. Perfino la discussione sul maestro unico, che ha certamente un fondamento, si dovrebbe ricondurre alla domanda: come facciamo a sapere se i maestri sono all’altezza del compito che svolgono? Non è un delitto di lesa maestà domandarselo, spero, oppure tutti i maestri e professori si sentono offesi solo dalla domanda? Intanto assistiamo alla sollevazione di insegnanti e soprattutto sindacati, che hanno proclamato lo sciopero per il 30. Ma io stento a capire veramente intorno a cosa ci si accapigli. Si vuole ridurre il numero degli insegnanti, si sottolinea. Qualcuno addirittura ci legge un ”attacco” all’occupazione femminile, visto che nella scuola gli insegnanti sono quasi tutti donne. Ma stiamo scherzando? La scuola non è un ufficio di collocamento per disoccupati. Negli altri Paesi, nei quali i prof sono pagati meglio che da noi, il loro numero è più basso, e la mole di lavoro forse superiore. Ripeto: non dovremmo piuttosto chiedere che vengano reclutati e valutati secondo quei criteri di merito e di valore che si vorrebbero poi ritrovare nelle classi? Il ministro Brunetta getta un ennesimo sasso nello stagno, come è suo costume: gli insegnanti lavorano poco e, per quello che fanno, guadagnano anche troppo. Può sembrare una provocazione, perché gli stipendi degli insegnanti sono veramente bassi. Ma discutiamone, se siamo capaci.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Per la prima volta dopo molti anni, la disoccupazione riparte anche in Italia. E’ arrivata al 6,7%, dal 5,7% dell’anno scorso. Un pessimo segnale, doopo che negli ultimi anni il numero dei disoccupati da noi è stato a livelli estremamente bassi, direi record per l’Italia, e più bassi di altri paesi europei, come la civile Francia. L’Italia però ha un peccato originale: il numero degli occupati, e di coloro che cercano lavoro, storicamente è molto più basso che in altri paesi. Il motivo è presto detto: mentre la percentuale di uomini che lavora è più o meno uguale al resto d’Europa, da noi le donne non lavorano. O comunque quelle che lavorano sono pochissime, se si fa il confronto con l’estero. Il dato nazionale è intorno al 46% (corretto) ma nel Sud si precipita a poco oltre il 30%. Questo è il nostro buco nero.
Tenendo fermi questi dati, va detto che negli ultimi anni i miglioramenti ci sono stati (nonostante la bassa crescita e la bassa produttività): il numero degli occupati negli ultimi dieci anni è costantemente aumentato. E’ aumentato un po’ anche il numero delle donne occupate, ma in misura estremamente più bassa di ciò che si potrebbe e dovrebbe aspettare (e che ci viene richiesto dagli accordi europei). Anche questa volta il numero degli occupati aumenta dell’1,2%. E’ poco, meno degli anni precedenti. Ma il mercato del lavoro comunque non ha l’encefalogramma piatto.
Però il dato della disoccupazione è preoccupante, ed è in linea con la tendenza di altri Paesi: pochi giorni fa l’allarme è suonato anche in Spagna, dove il tasso di disoccupazione sta schizzando verso l’alto e preoccupa un’economia che negli ultimi anni aveva fatto gridare al miracolo. Il rallentamento della crescita in tutto l’Occidente non può non avere riflessi su l mercato del lavoro. Quindi succede ciò che era facile aspettarsi.
Tuttavia nell’aumento della dicossupazione c’è anche un altro fattore: l’aumento di quelli che cercano lavoro. Magari poi non lo trovano, ma sempre più persone, soprattutto donne, si mette in cerca di un posto. Quest’anno sono 291 mila persone in più. Anche questo è un dato che può essere a doppio taglio. C’è chi lo legge come un segno di crisi: le famiglie non ce la fanno ad andare avanti e quindi alcuni membri tradizionalmente non occupati (vedi le casalinghe) si cercano uno stipendio per ”arrotondare”. Tuttavia questa interpretazione è riduttiva. E’ da paese moderno che sempre più donne entrino nel mercato del lavoro. E’ in questa direzione che vanno storicamente le economie industrializzate contemporanee, e sempre più questo fenomeno dovrebbe avvenire anche in Italia. Che poi alla domanda di posti di lavoro non corrisponda un’offerta adeguata e molte aspettative vadano deluse è esattamente ciò intorno a cui ci si dovrebbe interrogare. Infatti sono le donne le più penalizzate in questo momento, lo rilevano esattamente le cifre Istat: i nuovi disoccupati sono esattamente loro, le donne, e in particolare le donne del Sud.
Allora ci dobbiamo chiedere: cosa stanno facendo le nostre imprese, il governo, le istituzioni pubbliche e private, per favorire l’incontro di domanda e offerta di lavoro? Cosa si sta facendo per aiutare le donne a entrare nel mercato del lavoro e a rimanerci, senza atti di eroismo? Cosa si sta facendo per favorire le famiglie in maniera moderna a conciliare lavoro e vita privata, per tutti, uomini e donne? Un esempio solo: quanti nuovi posti negli asili nido sono stati creati negli ultimi mesi? Quanti posti saranno creati nei prossimi 2-3-5 anni? La Ue ci chiede di dare un posto nei nidi almeno al 30% dei bambini. Attualmente da noi ce l’ha solo uno su dieci. le mamme degli altri 9, per lavorare, devono arrangiarsi.
Al di là dei freddi numeri, che pure dobbiamo tenere presenti, queste sono le domande chiave che dovrebbero guidare l’interpretazione delle cifre. Altrimenti i dati possiamo anche giocarceli al lotto, e sperare così di risolvere quei problemi che sembrano insolubili.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

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Domanda: ma se i piloti Alitalia dicono no all’accordo, e se poi quando la nuova società proporrà loro un posto di lavoro alle nuove condizioni loro rifiuteranno, è giusto che godano della cassa integrazione? Il ministro Sacconi aveva detto che no, secondo lui non andrebbe applicata (anche se poi lo sarà). Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd oggi dai microfoni di Radio Radicale, insiste anche lui: in nessun paese chi rifiuta un posto di lavoro ha diritto agli ammortizzatori sociali. Naturalmente nessuno di noi vorrebbe che i piloti o altri dipendenti siano sottoposti a condizioni capestro…insomma, il problema è fondamentale per il modo in cui non solo si intendono i rapporti di lavoro, ma soprattutto gli ammortizzatori sociali. In Italia hanno sempre favorito solo alcuni, trascurando tutti gli altri e rendendo il mercato del lavoro italiano particolarmente “bastardo”. Allora?
Segnalo, nel corso dell’intervista che abbiamo fatto a Ichino in “In ginocchio da te“, con Valeria Manieri e Michel Martone, anche la questione del lavoro femminile, tema di cui in questi mesi non si discute più. Sottolinea Ichino: su 5 milioni di lavoratori che in Italia mancano all’appello, 4 milioni sono donne. E questo descrive sinteticamente alcuni fra i più gravi problemi strutturali della nostra economia.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Dobbiamo tutti lavorare di più, e meglio! Difficile pensare a un contesto nel quale questa frase non venga ripetuta e sottolineata con enfasi. Ma cosa vuol dire esattamente? In Italia i lavoratori già svolgono un numero di ore maggiore di quello di altri paesi industrializzati avanzati (tranne gli Stati Uniti, dove effettivamente si fanno più ore e meno ferie). Certo, da noi sono tanti quelli che non lavorano. E non parlo dei disoccupati, ma proprio di quelli che non si accostanto al lavoro per vari motivi. Tra questi soprattutto le donne, e chi mi legge sa che in Italia abbiamo la percentuale di donne al lavoro più bassa d’Europa. Una vera vergogna. Uno dei motivi di tutto ciò è che è sempre più difficile lavorare e, al tempo stesso, far funzionare la vita privata delle persone, perché il lavoro sembra costruito intorno all’idea che chi lavora faccia quasi solo quello mentre a, tutto il resto dei suoi bisogni ci penserà qualcun altro: una moglie, magari. Ovvio che con un’immagine del genere tutto diventa praticamente impossibile. Attorno a questi temi e all’utilizzo del tempo tra lavoro e vita privata , mi sono molto arrovellata negli ultimi tempi, tanto che avevo anche buttato giù l’impalcatura di un libro. Tuttavia, strada facendo, l’obiettivo mi era sembrato fin troppo ambizioso e, per l’Italia, quasi impossibile da portare in cima all’agenda del mondo politico e imprenditoriale.
Tuttavia il tema assedia il mondo del lavoro e lo dimostra questo libro uscito in America e ora tradotto anche da noi: “Perché IL LAVORO FA SCHIFO e come migliorarlo”, di Cali Ressler e Jody Thompson, edizioni Elliot. Non per caso, le autrici sono donne. Le donne hanno una acuta percezione del bisogno di gestire in modo più efficiente il tempo, anche per non rimanere vittime dell’impossibilità di fare tutto. Il libro è tipicamente americano: scritto in uno stile piano, semplice e ripetitivo, destinato a un pubblico molto meno raffinato ma anche molto più numeroso di quello europeo. Parte dall’analisi di un esperimento in una azienda americana, la Best Buy, dove le autrici hanno collaborato a introdurre un nuovo sistema di lavoro, detto ROWE: results-only work environment. Ambiente di lavoro basato sui risultati. Il TEMPO è il vero protagonista del libro. Il tempo di lavoro viene attaccato, bombardato e sgretolato dal nuovo modello. Le briciole poi vengono reimpastate insieme al resto della vita privata, condite con dosi massicce di moderna tecnologia ormai comune nelle nostre case e nei nostri uffici, fino a modellare un nuovo tipo di azienda e di lavoratore. La chiave di quest’opera di smontaggio e rimontaggio sono gli OBIETTIVI e i RISULTATI. L’azienda deve fissare gli obiettivi, i lavoratori portare i risultati. Tutto il tempo che di solito c’è nel mezzo di questo operazione, e lo spazio in cui l’azione si svolge, non esistono più.
Scrivono le autrici: “Se il nostro capo dovesse scegliere tra concederci una mezz‘ora per sbrigare le nostre faccende personali o farci partecipare a una riunione di un’ora dove la nostra presenza non è necessaria, è probabile che la maggior parte dei dirigenti opterebbe per la riunione. Anche di fronte alla certezza che alla riunione non si combinerà niente e che potrebbe durare più di un’ora, molti dirigenti preferirebbero senz’altro avere i propri dipendenti in ufficio, magari a non fare niente, piuttosto che non averli sott‘occhio mentre sono fuori a fare qualcosa di concreto” (p. 116) La rivoluzione introdotta dalle due autrici alle Best Buy è che invece le riunioni sono facoltative (sta al lavoratore giudicare se siano utili) e che l’orario di lavoro non esiste più. Fine. Ciò che conta sono i risultati. Se il lavoratore produce risultati entro le scadenze previste, tutto il resto all’azienda non deve interessare. Può lavorare da una spiaggia, in casa in mutande, durante la notte, assistere la mamma malata in un altro Stato, seguire la propria band preferita in giro per il mondo per tre settimane, senza prendere neanche un giorno di ferie. Basta che nel frattempo “produca”. E tutto ciò è possibile grazie al fatto che la maggior parte dei lavoratori oggi non avvita bulloni a una catena di montaggio, ma produce idee, conoscenza, applica saperi, e lavora con computer e cellulare. Scrivono ancora le autrici: “Tutto è ammissibile purché il lavoro sia portato a compimento. Inaccettabile semmai è l’assenza dei risultati. E non la scarsa presenza in ufficio o la timidezza durante le riunioni, oppure un tatuaggio o uno strano modo di ridere. Se non si porta a termine un certo incarico, si perde il lavoro. In caso contrario, si conquista la libertà” (p. 117) Nel libro ci sono anche alcune testimonianze. Come quella di Trey, 30 ani, esperto di e-learning: “Faccio ciò che voglio, quando e quanto voglio. Perlopiù lavoro in base alle mie esigenze. E, considerato che porto sempre a termine i miei incarichi, mi godo la vita al massimo e al contempo lavoro per una grande azienda” (p.101) La conseguenza di tutto ciò è che “il personale diventa proprietario del proprio lavoro. Viene pagato per i risultati e, quindi, comincia a d agire da imprenditore, sente quasi di avere una quota del capitale dell’azienda” (p. 136). Qui il discorso si fa molto complesso. Almeno in Italia. Gli esperimenti di responsabilizzazione del lavoratore rispetto al risultato sono ancora scarsi, ma hanno gli imprenditori tra i principali sostenitori. Da parte del lavoratore si potrebbe preferire la sicurezza dell’orario alla responsabilità dei risultati. Ma il libro sottolinea come questo sia un atteggiamento infantile, nel quale il lavoratore si fa trattare come un bambino minorenne, cui i genitori danno i premi se si comporta secondo le regole. Insomma, qui tratta di mettere in discussione una cultura del lavoro vecchia di un paio di secoli, figlia della rivoluzione industriale e ormai anacronistica nell’era digitale del web. Una cultura nella quale la produttività, la responsabilità e i risultati andrebbero esaminati e ridefiniti. Inoltre ogni azienda, e ogni tipo di lavoro, hanno certamente esigenze e difficoltà intrinseche. Bacchette magiche per rivitalizzre la nostra asfittica “vita privata” non esistono. Però il tema è gigantesco e nel futuro credo che se ne discuterà sempre più spesso. Add to Technorati Favorites

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Mar 30


Anche l’Università italiana e i suoi meccanismi di valutazione finiscono nel mirino di chi chiede più serietà e selezione negli studi. Un articolo di Paolo Balduzzi su la voceLa lotteria Italia degli esami“, attacca il sistema tutto italiano degli appelli mensili e della ripetibilità degli esami, nonché la facilità con cui viene dato il massimo dei voti ai laureandi. Sembra strano, ma nelle tante discussioni sull’università, la necessità di rilanciare il “merito”, il valore dei professori e la loro propensione a essere presenti e disponibili per gli studenti, questo tema non è mai stato toccato. Eppure, qualunque studente universitario che abbia avuto contatti con altri ragazzi di università straniere, sa che l’Italia rappresenta una vera anomalia. Come dice Balduzzi, di solito all’estero gli esami si fanno una volta l’anno, alla fine del corso. Se l’esame va bene, si prende il voto e basta, se va male sono dolori. Nessuno può prolungare all’infinito la durata del corso di laurea e nessuno si può permettere di “rifiutare” un voto. In Italia si crea la situazione paradossale che il 30% dei laureati strappa il 110 e lode (una percentuale molto alta), ma abbiamo la media di durata degli studi più lunga. Va ricordato che l’appello mensile, è una “conquista” decennale, voluta fortemente dagli studenti. Ma è veramente nel loro interesse? Cioè, è nell’interesse di chi crede che gli studi universitari dovrebbero rappresentare la propria “dote” e quindi essere adeguatamente valutati poi nel mercato del lavoro? Si dirà che ci sono gli studenti lavoratori, che ci sono mille problemi, che c’è chi è più lento e chi è più veloce…ma tutto ciò non cambia il fatto che il confronto con i sistemi universitari stranieri lascia perlomeno perplessi. Una modifica di questi meccanismi probabilmente sarebbe utile anche a ridare dignità e valore al diploma di laurea.Add to Technorati Favorites

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Mar 30

Se è vero che oggi a Roma genitori e professori di 70 scuole si presenteranno al suono della campannella con il lutto al braccio, per quello che la povera Gelmini sta tentando (e sottolineo tentando), cioè di ridare un senso a una scuola che quasi non ce l’ha più….bè, vedremo se veramente lo faranno. Della serie: la fiera dell’autolesionismo.

Approfitto dell’occasione per segnalare l’articolo di Claudia Mancina sul Riformista di qualche giorno fa, che mi era sfuggito e invece merita di essere letto, sottolineato e conservato. Titolo “Caro Pd, la Gemini ha ragione”. Chi avrà la pazienza di leggerlo vedrà come un politico e intellettuale di sinistra, che conosca i problemi della scuola, non possa evitare di prendersela con i lunghi anni delle riforme della scuola della sinistra e con gli equivoci nei quali è caduta. Per esempio, quello che qui dico sempre, l’errore di considerare la scuola come l’insieme dei problemi sindacali dei docenti, invece che come l’insieme dei diritti e dei doveri degli studenti; o il malinteso egualitarismo, che ha prodotto mancanza di promozione sociale per i più svantaggiati; o semplicemente l’impreparazione sempre più diffusa degli studenti, che come al solito danneggia chi è già più impreparato.

Mi sembra poi che valga la pena seguire lo Scuola@day del Sole24Ore che oggi dedica una lunga non stop all’argomento sul proprio sito webAdd to Technorati Favorites

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Mar 30

Seconda media, primo giorno di scuola dell’era Gelmini.

La scuola comincia mentre infuriano le polemiche su giornali, radio, tv e web. I genitori e i ragazzi hanno scoperto fortunosamente che il rientro in classe era stato fissato, durante l’estate, al 10 settembre. Peccato che alla fine dell’anno scolastico tutti pensavano che le scuole a Roma ricominciassero il 15. Tanto peggio per chi aveva deciso di fare le vacanze nella prima metà di settembre (negli uffici le vacanze si pianificano verso maggio). I giorni precedenti al rientro sono stati occupati dai preparativi e, per molte famiglie, dalla pianificazione dei pomeriggi che ci aspettano, con incroci difficili tra orari scolastici, palestra, musica, e altre attività che la scuola non garantisce a sufficienza (per esempio lingua straniera, gruppi scout, eccetera), nonché orari di lavoro dei genitori, arruolamento di baby sitter, nonni, eccetera. Ma il primo scoglio si è presentato proprio oggi: a che ora usciranno i ragazzi? Ci sarà un orario provvisorio, si sono detti i genitori, che si illudevano di basarsi su un empirica esperienza pluridecennale (la propria di studenti e di genitori). Nessuna comunicazione ufficiale della scuola, nessun cartello sul portone (perfino Martin Lutero, in tempi ante-internet aveva usato questo sistema per diffondere le proprie tesi e lo aveva trovato abbastanza comodo). Diciamo il minimo. No, l’unica era svolgere un’inchiesta personale e, stamattina, la voce ufficiale della scuola è stata un gentile bidella (ma forse chiamarla così è scorretto, me ne scuso) che, interrogata, comunicava gioiosamente che la scuola faceva subito l’orario pieno con la mensa e tutto. I ragazzi delle sezioni a tempo pieno, quindi, usciranno alle 16,10. Il motivo di tanta efficienza? “Gli insegnanti quest’anno ci sono tutti!” La Gelmini ha fatto il miracolo, e questa sembra una bella notizia.
Però. Però ci potremo chiedere se per i ragazzi sia giusto cominciare fin dal primo giorno con un orario così lungo, o se invece, non fosse meglio partire con tre-quattro ore di lezione e poi passare, nel giro di pochi giorni, all’orario pieno. Questo non se lo chiede nessuno. “Gli insegnanti ci sono”. Gelmini o non Gelmini, la scuola ruota, questo è il punto, intorno agli insegnanti: se loro non ci sono, tanto peggio per i ragazzi e le famiglie; se ci sono, tutti sui banchi per otto ore fin dal primo giorno. Ma cosa è meglio per gli studenti? Vogliamo chiedercelo?
L’Ocse intanto ci informa per l’ennesima volta che la scuola italiana ha prestazioni scadenti, che gli insegnanti da noi sono più numerosi che in altri paesi, che guadagnano meno, lavorano meno e, aggiungiamo noi, nessuno sa più come vengano selezionati. Si parla ora tanto di merito, di qualità…ma chi e come scoprirà se un insegnante è capace di insegnare, se è competente, se sa trasmettere entusiasmo, regole, capacità ai suoi alunni? Su questo, purtroppo, c’è un notevole silenzio. Però si dibatte sul maestro unico. Chiaro che negli anni tutti siamo giunti a pensare che era meglio dividere il rischio attraverso più docenti piuttosto che puntare su un solo maestro che, se incapace, ci sarebbe rimasto sul groppone per molti anni. Insomma il problema vero è la competenza e l’autorevolezza degli insegnanti. Non la divisa, i voti o altri dettagli. Agli studenti, dei problemi dei prof, che siano personali o sindacali, importa poco. Sono i prof che devono interessarsi dei problemi degli studenti e non sarà certo aumentando le ore di lezione fino allo svenimento che migliorerà la preparazione. Lo dimostra il fatto che nelle scuole straniere si passa più tempo a ricreazione e meno sui banchi. Eppure si impara di più. Per approfondimenti, due interessanti articoli in merito al maestro unico sulla voce.info qui e qui.Add to Technorati Favorites

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Mar 30


Le vacanze sono quasi finite. E’ ora di riprendere a lavorare e a discutere. Sono due i temi sui quali quest’anno si concentrerà l’attenzione di Cambiamondo: la scuola e le donne. Oltre, naturalmente, ai soliti, i giovani, il lavoro, la produttività, la conciliazione tra lavoro e vita. E chissà che quest’anno non si impongano anche altre questioni. Per esempio, non mi negherò delle incursioni nelle elezioni americane, che potrebbero cambiare il panorama politico non solo negli Usa ma in tutto il mondo.

Intanto, però, la scuola, le donne. Due temi che sembrano avere poco in comune, o forse “troppo”. Ma che rappresentano due territori nei quali la politica deve toccare per forza la realtà. E sporcarsi le mani. Sui giornali di questi giorni se ne parla molto. Delle donne, per esempio, su La Stampa Barbara Spinelli tratta con una certa sufficienza e sdegno questa irruzione delle donne nella politica contemporanea. Vi ci vede una sopravvalutazione del “corpo”, cui contrappone una politica nella quale la fisicità, il corpo, lo stesso gossip, erano esclusi. Una politica fatta da intellettuali, da politici “puri”. Ma ricordiamoci che quella era la politica in cui dominavano le ideologie tradizionali, il fascismo, il comunismo. Oggi l’ideologia non ha più diritto di vita e di morte sulla politica, il che non vuol dire che sia finita. Si può fare idologia su ttto, sulla pancia delle donne, come sulla falce e martello. Un bel groviglio, testimoniato da una visione completamente opposta, che è quella di Antonella Boralevi su Il Messaggero. Se la Spinelli storce la bocca per l’ideologia della “femmina portatrice di novità”, la Boralevi ne saluta l’aspetto salvifico. Purtroppo, quando ci sono di mezzo le donne, non si riesce mai a essere normali. Però io non riesco a rimpiangere nemmeno la “normalità” di barbogi incravattati, che parlano di politica come se non riguardasse la vita delle persone.

Un discorso simile vale per la scuola. Qui si deve mettere il dito nella piaga e cercare di toccare la realtà. Ma ci si accorge subito quanto la realtà ci sfugga, annegata nella nebbia dei luoghi comuni, delle inezie, di problemi marginali, di grandi tabu. Un esempio per tutti: sul Corriere della Sera c’è un’inchiesta sugli insegnanti, vecchi, mal pagati, precari a vita. Una fotografia purtroppo esatta, che però vede la realtà solo da una parte di un immaginario vetro magico: quello degli insegnanti. E il punto di vista degli studenti, la loro esigenza di avere in classe professori bravi, preparati, autorevoli, divertenti (e sottolineo divertenti) ? Ignorato. Si racconta solo la triste solfa di professori che hanno cominciato a lavorare a 34 anni, che a 54 ancora non hanno una cattedra fissa (ma siamo proprio sicuri che agli studenti non faccia bene cambiare insegnante ogni anno?), che non sappiamo quanto siano preparati, che selezioni abbiano superato, con quale punteggio, con quali risultati tra i ragazzi. Di ciò nulla si dice. Anzi, è un tabù. Come si potrebbe mai osare di mettere in discussione la preparazione di un insegnante che lavora da 20 anni? Eppure tutti noi conosciamo chi, lavorando da una vita, lavora sempre male. Ecco, come sempre, farò arrabbiare qualcuno, speriamo. Add to Technorati Favorites

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Mar 28

<p><p> Partecipare alla redazione di una rivista, collaborare alla progettazione didattica di percorsi formativi attinenti la comunicazione istituzionale, supportare le attività organizzative e didattiche, applicare il sistema di gestione della qualità e collaborare nelle relazioni esterne. Sono queste alcune delle attività a cui saranno chiamati coloro che parteciperanno al programma di tirocini della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e della Fondazione Crui per le Università italiane.<p> Per lo più i tirocini si terranno nella sede di Roma (26 posti su 30). Alcune posizioni però sono anche a Bari (2 posti), Bologna (un posto) e Milano (un posto). Obiettivo del progetto è quello di permettere a laureandi di laurea specialistica e di vecchio ordinamento e neolaureati di vecchio e nuovo ordinamento di svolgere tirocini formativi presso la Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze. <p> Nel dettaglio possono partecipare i laureandi che abbiano superato il settanta per cento degli esami del proprio piano di studi con una votazione non inferiore a 27 su 30 e i laureati di laurea triennale e del vecchio ordinamento e i partecipanti di master.<p> La durata del periodo di formazione e lavoro è di quattro mesi con possibilità di proroga fino a sei mesi. I tirocini si svolgeranno nel periodo compreso tra il 18 maggio 2009 e il 18 novembre 2009. La scadenza per la presentazione delle candidature, che spetta alle università, è fissata per il 7 aprile 2009. <p> <b>LINK:</b><br> <a rel=”nofollow” target=”_blank” href=”http://www.formazionepiu.it/?q=node/1104 ” target=”_blank” class=”strillo”>Dove inviare la candidatura</a><p> <b>DOCUMENTI:</b><br> <a rel=”nofollow” target=”_blank” href=”http://www.formazionepiu.it/files/file/Bando_SSEF_1_09.doc” target=”_blank” class=”strillo”>Il bando</a> <p> <B>CONTATTI:</B><BR> Fondazione CRUI per le Università italiane<BR> Area Progetti - Tirocini & Stage<BR> Programma di tirocinio Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze - Università italiane <BR> Referente: Maddalena Leone<BR> E-mail: tirocini.sseconomiafinanze@fondazionecrui.it<BR> Fax: +39-06.68.441.399<P> Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze <BR> Programma di tirocini Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze - Università italiane<BR> E-mail: ssef.rettorato@finanze.it <BR>

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Mar 28

http://www.talentfinder.it/blog-lavoro/index.php/all/2009/26/03/p280

0) Renditi conto che il giro sulle montagne russe è appena cominciato. Rimani sereno ma nel contempo agisci in modo deciso.

1) Management Finanziario: stai attento al break even. Mai come adesso devi prestare attenzione ai conti mensili dell’azienda. Se vedi che cominci a perdere soldi, riduci il break even. Tieni d’occhio i benedetti costi. E fallo su base mensile. Non puoi delegarlo al commercialista.

2) Marketing:

  • Sonda i clienti per capire che cosa vogliono o vorrebbero da te che ancora non stai fornendo. Cerca di capire i bisogni insoddisfatti. Cerca di trovare una Unique Value Proposition o avvicinarti il più possibile ad averne una. Per avere una Unique Value Proposition DEVI PARLARE CON I CLIENTI ED ASCOLTARLI. Non è sufficiente fare riunioni;
  • Migliora il customer care e l’immagine che dai al cliente. Proprio perché ci sono meno clienti o clienti potenziali è importante che l’immagine che dai sia di estremo orientamento al servizio. Curati di loro come persone. Conosco diversi casi di imprese metalmeccaniche che, quattro mesi fa, mandavano le loro offerte via mail ai clienti che chiedevano un prezzo o la possibilità di eseguire un lavoro. Una visita non gli sarebbe costata nulla. Ora piangono per quelle stesse commesse che hanno rifiutato (e in più hanno anche fatto incazzare il cliente potenziale).  
  •  Torna a vendere e lavora sulla rete vendita perché impari ad essere più efficace. Tu stesso iscriviti ad un corso vendita. Per noi imprenditori di PMI la vendita è come il palleggio per i calciatori: non si finisce mai di imparare o di allenarla. Con meno clienti a disposizione tutti noi dovremo diventare più bravi come venditori. La vendita è un’arte. Assicurati di conoscerla bene e di insegnarla a tutti i tuoi uomini.

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fonte: www.talentfinder.it » Vai al post originale

Mar 28

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n.78/E  del 25/03/2009 ha chiarito che le somme incassate da un  Dottore Commercialista per l’attività di "Sindaco" svolta a favore di Società commerciali, rientra tra i redditi di lavoro autonomo.
Se il "Sindaco" di una Società è un Commercialista, i relativi compensi fanno parte dell’ imponibile IRAP, anche se in quel caso non si avvale della struttura dello Studio.

Generalmente , le retribuzioni corrisposte a coloro che esercitano funzioni di amministratore, sindaco o revisore di Società sono escluse dal campo di applicazione dell’IRAP, purchè si tratti di proventi prestabiliti, derivanti da rapporti di collaborazione coordinata e continuata svolti senza l’utilizzo della struttura professionale.

             Per  info  mail tofisco-blog@libero.it

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Mar 28

Daphne Lab affronta, nel suo sito, una nuova importante patologia alimentare: la celiachia.
Una patologia subdola, in continua espansione, che colpisce una persona su 150, e che ogni anno conta più di 2500 nuovi casi, solo in Italia.
Un’intolleranza permanente ad una delle sostanza proteiche presenti in una grande percentuale delle pietanze facenti parte della nostra tavola: [...]

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Mar 28

Media Trading s.r.l. nasce dallo spirito imprenditoriale di Luigi Durante, già attivo nell’ambito della distribuzione di gruppi di continuità fin dagli anni ‘80.
Inizialmente gestita come semplice azienda satellite, Media Trading s.r.l. si afferma quale prima attività contestualmente alla chiusura di A.G. Informatica e si specializza nella vendita di gruppi di continuità a a marchio Riello Ups.
La scelta di qualità dei [...]

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Mar 28

La Dysotek è un’azienda italiana, leader nei servizi di ICT (Information and Communication Technology), che offre soluzioni professionali per PA, PMI e grandi società, sia italiane che internazionali.
Mettiamo a disposizione dei nostri Clienti dei servizi d’informatica, tecnologicamente all’avanguardia, in grado di soddisfarne al massimo tutte le aspettative.
La nostra software house è in grado di eseguire [...]

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Mar 28

Nell’era dell’informazione supersonica, dove hai giusto il tempo di leggere i titoli e titoletti di un articolo, di prestare attenzione alle prime parole di una notizia, la comunicazione si gioca nelle prime sillabe.
Ci siamo divertiti nei giorni scorsi a fare un elenco dei titoloni di una notizia che pubblicata sulla rivista scientifica AJCN ha fatto [...]

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Mar 28

Nell’era dell’informazione supersonica, dove hai giusto il tempo di leggere i titoli e titoletti di un articolo, di prestare attenzione alle prime parole di una notizia, la comunicazione si gioca nelle prime sillabe.
Ci siamo divertiti nei giorni scorsi a fare un elenco dei titoloni di una notizia che pubblicata sulla rivista scientifica AJCN ha fatto [...]

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Mar 28

ArtO’_Art Fair in Open City, la fiera dell’arte contemporanea a Roma
Palazzo dei Congressi EUR, dal 3 al 5 aprile 2009 dalle ore 11,00 alle
ore 21,00.
Quarantatre gallerie da tutto il mondo animeranno questa seconda
edizione della fiera d’arte contemporanea di Roma, che quest’anno ha
visto una totale rivisitazione della sua formula, sotto la direzione
del critico e curatore indipendente [...]

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Mar 28

MDCommunic@tion ha intrapreso una collaborazione con “Bellanello”, la rinomata gioielleria dei Parioli di Roma, da anni punto di riferimento per molti artisti e vip dello spettacolo, per la realizzazione di due siti e-commerce da destinare al mercato del lusso nazionale ed internazionale.
Mdcommunic@tion ha iniziato a sviluppare un’importante progetto insieme alla gioelleria Bellanello, per la realizzazione [...]

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Mar 28

E’ al vaglio del Governo una proposta per l’istituzione di un “Piano casa” rivolto alle giovani coppie ed ai precari come sostegno all’acquisto di una abitazione. A darne notizia é stato il Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, che ha anche aggiunto che il reale proposito del Piano é quello di equiparare la condizione di coloro [...]

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Mar 28

Comunicato stampa del 5 marzo 2009
FHIABA LUXURY NIGHT
Fhiaba partecipa al Fuorisalone 2009
In occasione del Salone del Mobile 2009, manifestazione che da anni trasforma la città di Milano nel punto di ritrovo del vivace popolo di creativi, designer e architetti, Fhiaba rientra nel circuito del Fuorisalone esponendo la propria gamma di elementi per la conservazione di [...]

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Mar 28

Comunicato stampa del 26 marzo 2009
FHIABA E’ ANCHE SU FACEBOOK
Accedendo alla pagina di Fhiaba è possibile
accreditarsi agli eventi organizzati al Fuorisalone!
Fhiaba, azienda produttrice di frigoriferi e cantine vino dagli elevati standard qualitativi ed estetici distintasi nel campo della refrigerazione per l’innovativa libertà di personalizzazione dei propri elementi, ha aperto la propria pagina su Facebook.
Come tutte [...]

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Mar 26

<p><i>di MATTEO VALENTI</i><p> Giovani, intraprendenti e con un occhio alle tradizioni di famiglia. In Italia gli artigiani under 40 sono sempre di più: per loro l’autoimpiego è una passione ma anche un mezzo per sfuggire alla crisi, come dimostra la ricerca del terzo Osservatorio sull’imprenditoria giovanile artigiana di Confartigianato. Un boom che si sta creando il suo spazio, quello dei giovani artigiani, a cui sempre più enti e istituzioni offrono ambienti allestiti ad hoc e opportunità di crescita. <p> Secondo la ricerca presentata a Firenze dall’Osservatorio, nel 2008 il numero dei giovani alla guida di piccole imprese italiane è aumentato del 7,5% e, tra gli imprenditori under 40, quasi 600 mila (per la precisione 593.645) si dedicano all’artigianato. Chi è il giovane artigiano made in Italy? Età media 35 anni, in mano un titolo di studio superiore o universitario, il neo imprenditore utilizza in genere risorse proprie per avviare l’impresa. <p> Tra i motivi ispiratori della scelta all’autoimpiego, la prosecuzione della tradizione familiare, che per molti viene prima dell’ambizione personale. Meno gettonata la volontà di sfuggire alla carenza di posti di lavoro, che interessa solo due giovani su cento. I giovani artigiani lavorano soprattutto nelle regioni settentrionali, anche se il Mezzogiorno detiene il primato per la percentuale di under 40 sul totale dei titolari d’impresa.<p> Secondo i dati dell’Osservatorio, circa un terzo delle nuove leve dell’imprenditoria artigiana sono concentrate nel nord Italia, in particolare in Lombardia dove si contano più di 110 mila giovani imprenditori. Al secondo posto, ma leggermente a distanza, vengono Emilia-Romagna e Veneto, con quasi 61 mila giovani artigiani a testa. Ma se il nord detiene il primato per il maggior numero assoluto di giovani imprenditori, il miglior risultato per il “tasso di giovinezza” è da assegnare al sud. <p> L’imprenditoria giovanile ha infatti trovato la terra più fertile nel Mezzogiorno, dove è più elevata la percentuale di under 40 sul totale di imprenditori. Il primo posto spetta alla Calabria con il 34,5% di giovani artigiani, ben 3,8 punti percentuali sopra la media nazionale, seguita da Campania, Puglia e Sicilia. Tra i settori economici scelti per avviare un’impresa, i più gettonati sono quello delle costruzioni (che si attesta al 44%), seguito dalle imprese manifatturiere e da quelle dedicate ai servizi alla persona (rispettivamente al 27,7% e al 17,2%). <p> A Firenze, a soddisfare il bisogno di spazio di una realtà in crescita come l’impresa artigiana giovanile ci ha pensato il Comune: è infatti in dirittura d’arrivo il progetto di recupero del Conventino dell’Oltrarno, che porterà a disposizione 3.500 metri quadri in uno spazio condiviso dove lavoreranno 35 botteghe artigiane. Nella sua lunga vita questo luogo è stato tante cose, ma soprattutto è sempre stato un punto di riferimento per gli artisti e gli artigiani. Il nuovo spazio, che sarà inaugurato il 21 aprile, promuoverà eventi per l’artigianato di qualità, mostre a tema, convegni internazionali e sarà anche sede della Fondazione di Firenze per l’artigianato. Il Conventino di Firenze avrà inoltre una funzione didattica perché al suo interno gli studenti potranno imparare mestieri che rischiano di scomparire, come quelli legati alla ceramica, al vetro o al legno. <p> L’esperienza conferma che posti come il Conventino sono destinati a un sicuro successo: lo dimostra, ad esempio, Liguariastyle.it, primo centro polivalente della Liguria dedicato interamente alle più alte espressioni dell’artigianato ligure. Situato nel Palazzo imperiale in piazza Campetto, nel cuore del centro storico di Genova, Liguariastyle.it mette in mostra i prodotti di un’ottantina di imprese d’artigianato artistico e del settore agro alimentare. A pochi mesi dall’apertura (avvenuta nel novembre 2008), il centro ha già accolto circa 2 mila visitatori confermandosi come un valido ‘biglietto da visita’ per i prodotti tipici e i manufatti artistici della regione. <p>

fonte: data.kataweb.it » Vai al post originale

Mar 26

<p> <I>di LUIGI BORGHESE</I> <p> <b>Quale ritiene che saranno i segmenti di lavoratori (per età) che saranno più danneggiati da questa crisi? I giovanissimi o gli over 45? Perché?</b><br> “I giovanissimi ritengo siano meno danneggiati dalla crisi in generale, grazie alla maggior flessibilità, in termini di mansioni assegnabili, tipologia contrattuale e reddito; si riduce tuttavia, anche per loro, la possibilità di ingresso nel mondo del lavoro; ingresso che, in alcune zone di Italia, fino a settembre 2008, era, per i più giovani, immediato e con ampie possibilità di scelta e che oggi invece pone limiti in termini di disponibilità, coinvolgimento e flessibilità”. <p> <b>E gli over 45?</b><br> “Per loro la situazione purtroppo rischia di essere diversa. Forse per la prima volta, per lo meno a questo livello, si trovano a dover vivere una situazione di netto calo dell’occupazione. Ritengo che nei prossimi mesi la loro situazione sia decisamente meno piacevole; probabilmente parte delle professionalità acquisite non saranno più sufficienti a garantire il posto di lavoro, e la comprensibile minor flessibilità ed il maggior costo, li pone in netto svantaggio rispetto ai più giovani. Ritengo tuttavia che l’intervento pubblico, la partecipazione a percorsi di riqualificazione e la fiducia nella ripresa del mercato, possa ridurre il più possibile l’impatto negativo della crisi sui singoli. È tuttavia un problema sociale non certo di poco conto che va affrontato con impegno e perseveranza, anche per poter fare tesoro di questa nuova esperienza e ridurre al minimo la possibilità che una nuova futura inevitabile ciclica crisi, ci trovi nella situazione di impreparazione odierna”. <P> <b>Quali sono i settori, secondo lei, che nei prossimi mesi, nonostante tutto, creeranno nuovi posti di lavoro?</b><br> “L’informatica, le telecomunicazioni, a livello di infrastrutture e servizi. L’Italia è ancora molto arretrata rispetto a paesi più “sviluppati” o di recente sviluppo, per cui ritengo che la necessità di accelerare processi di comunicazione, automatizzazione e informatizzazione del lavoro portino inevitabilmente verso un investimento in questi campi e, di conseguenza, nella creazione di posti di lavoro. Si spera poi in investimenti pubblici e privati nel settore energia ed ambiente che, oltre all’indubbia valenza per la riduzione di inquinamento ed effetto serra, ritengo possano offrire lavoro ad un ingente numero di persone”.<P> <b>Quale consiglio darebbe a un giovane che oggi sta cercando un impiego? Aspettare e formarsi ancora di più o accettare qualsiasi cosa pur di fare esperienza?</b><br> Entrambi, un lavoro part time, orizzontale o verticale, piuttosto che solo per alcuni periodi dell’anno, può garantire una maggiore autonomia dai genitori, fatto tutt’altro che secondario (per giovani e genitori), permette un inserimento graduale nel mondo del lavoro, a prescindere dal lavoro svolto e da ciò che lo stesso lascerà a livello umano oltre che professionale, e consente di avere il giusto tempo (e magari parte dei fondi) per poter frequentare corsi di formazione o specializzazione, in grado di consentire una maggior spendibilità nel mondo del lavoro di maggior interesse. L’abbinamento lavoro/formazione è sempre vincente, in qualunque situazione economica e a qualunque età; i giovani sono quelli che più di tutti possono sfruttare questo mix a loro vantaggio e a vantaggio della società intera.<p> <b>Quali sono invece i suggerimenti che si sente di dare a un over 45 che ha perduto l’impiego e che fa difficoltà a trovarne uno nuovo?</b> “La risposta è decisamente più complessa, e meriterebbe un maggior approfondimento. Tuttavia ritengo anche in questo caso che in tempi come questi occorre decidersi, in molti casi, a fare un passo indietro, per poterne fare in futuro 2 in avanti. Consiglio quindi di rivedere fare un esame e valutare se e come valga la pena puntare nel settore fino ad ora occupato, o cercare di ricollocarsi in settori, mansioni, ruoli o responsabilità diverse; per fare questo occorre rimettersi in gioco, che è facile a dirsi ma non certo a farsi, ma che consente di vedere le cose in maniera un po’ più distaccata e puntare verso la direzione più in linea con le proprie competenze, esigenze ed aspettative. È un momento difficile, e dare consigli sul futuro non è facile per nessuno, tantomeno per me, ma oggi bisogna avere il classico “strabismo” che ti permette di avere lo sguardo sì sul futuro immediato, ma anche sul futuro, nella sua accezione più classica del termine. Occorre quindi proiettarsi a “oltre la crisi”, rinunciando oggi a qualcosa che , se supportato dal proprio impegno, ci ritornerà con gli interessi domani”.<P> <b>Quanto è importante Internet per le imprese nel trovare i candidati giusti? Ritenete che sia più efficace di altri canali?</b><br> “Al momento lo considero il canale più efficace in assoluto e ritengo che nel breve periodo resterà l’unico. Non solo grazie alla visibilità degli annunci di tipo tradizionale, ma anche e soprattutto grazie allo sviluppo dei social network dedicati, oggi ancora in fase embrionale e semi esclusiva, ma sempre più utilizzati per semplice scambio di informazioni e contatti. Anche le Agenzie per il Lavoro devono quindi precorrere i tempi (anche se siamo già oltre la fase del “pre”) e dedicare il giusto tempo e le giuste risorse allo sviluppo di un canale quanto mai necessario, per chi vuol iniziare o proseguire in un settore il cui sviluppo non conosce crisi”. <P> <b>Con la flessione occupazionale ritiene che stiano cambiando in qualche modo i canali utilizzati dalle imprese per trovare, da un lato il candidato giusto? </b><br> “Come è giusto che sia in ogni crisi, il primo passo da parte delle imprese è sempre quello della “riduzione ” dei costi; pertanto in diversi casi si è assistito al tentativo del “fai da te”, tentativo però che in un mondo del lavoro complesso ed oggi attraversato da diverse “turbolenze”, si è dimostrato in più occasioni fallimentare. Il servizio di ricerca e selezione di personale è molto più complesso di quanto non appaia a prima vista, necessita di investimenti in termini di: risorse umane dedicate, canali di recruiting (appunto), software, uffici dedicati e altro ancora. Tutti investimenti che le imprese non fanno, in quanto valutano giustamente più economico (come avviene per svariati altri settori) rivolgersi a società specializzate; oggi questa specializzazione, laddove reale, è il vero valore aggiunto, per cui ritengo che dopo un comprensibile tentativo di “fai da te” le imprese torneranno sul mercato per individuare le società realmente meritevoli di fiducia alle quali affidare il servizio di ricerca e selezione del personale che in futuro coprirà ruoli anche determinanti”.<P> <b>E per quanto riguarda i candidati? </b><br> “In questo caso diventa ancora più determinante il fattore “network”, è molto probabile infatti che rivolgendosi a società specializzate si riducano i tempi di ricerca e aumentino le opportunità di collocarsi nell’azienda o almeno nel settore di maggio interesse”.<P> <b>Quali sono i profili che in questo momento sono più difficili da reperire sul mercato e che le imprese non riescono a trovare?</b><br> “Come in ogni periodo di crisi, molte aziende, le più lungimiranti oltre che con maggiori possibilità d’investimento, riorganizzano o potenziano la rete vendita, nel tentativo di implementare lo loro quota di mercato. Quindi le figure commerciale sono sempre le più ricercate, benché il percorso di selezione sia diventato più complesso e farraginoso, proprio a causa del maggior livello di attenzione riposto in sede di valutazione e della maggior difficoltà operativa di una figura commerciale che, in controtendenza rispetto al mercato, deve aumentare il portafoglio clienti”. <P>

fonte: data.kataweb.it » Vai al post originale

Mar 26

Keplero ha pubblicato un link, segnalatomi poi anche da Marcello Seri, relativo a uno studio compiuto da alcuni studenti del Liceo Scientifico “A. Vallisneri” di Lucca: analizzando le registrazioni in mp3 delle comunicazioni tra Neil Armstrong (sulla luna) e il controllo di Houston (sulla terra) hanno notato che le parole trasmesse da Houston, riecheggiando all’interno del casco dell’astronauta, rientravano nel suo microfono e venivano ritrasmesse a terra, creando un’eco.

Misurando il ritardo dell’eco, gli studenti sono stati in grado di misurare la distanza terra-luna.

Usando poi le registrazioni della missione Apollo 17 (che è rimasta sulla superficie lunare per circa trecento ore) gli studenti sono riusciti a misurare anche l’eccentricità dell’orbita lunare. Non male, eh?

(Guardando il testo dell’articolo, vedo che ha partecipato anche il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Massa: onore anche a loro)

fonte: proooof.blogspot.com » Vai al post originale

Mar 26

http://www.talentfinder.it/blog-lavoro/index.php/all/2009/24/03/p278

‘Il primo incontro non si scorda mai. Manuale dell’accoglienza per le aziende e le organizzazioni’.

Questo il titolo completo del libro di Giampietro Vecchiato e Sergio Zicari che analizza i punti fondamentali per la sopravvivenza di una società: conquistare e fidelizzare la clientela. Aspetto quanto mai importante e argomentazione principale di molti workshop rivolti a dirigenti e responsabili d’azienda.

E’ ormai noto a tutti che la cura di profittevoli relazioni con i clienti rappresenta un’ importante prospettiva di sviluppo. Quello che il cliente dice di ‘noi impresa’ è molto più importante di tutto quello che una qualsiasi azienda potrebbe comunicare di se stessa attraverso canali pubblicitari e mediatici. Il passaparola è molto più ‘veicolante’ di qualsiasi iniziativa di marketing. Inoltre il cliente fedele è portatore di maggiori introiti e, soprattutto, di lungo periodo.

Leggi Tutto! »

fonte: www.talentfinder.it » Vai al post originale

Mar 26

Thegigastore.com è il sito ufficiale di vendita on-line delle linee Kappa, Robe di Kappa, Jesus Jeans, Superga e K-way, marchi facenti capo al Gruppo Basicnet s.p.a. società quotata alla Borsa Valori di Milano.
Come in un qualsiasi negozio si può scegliere “realmente” e immediatamente il capo da acquistare, senza dover attendere alcuna conferma sulla disponibilità di [...]

fonte: www.comunicati-stampa.ws » Vai al post originale

Mar 26

Con le aste al ribasso i viaggi si acquistano online a basso costo, spiega l’amm.re di keprezzi.it: “Negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un Boom di acquisti viaggi, e week-end tramite le molto discusse aste al ribasso!”. 
In questo periodo di carenza di liquidità, chi ha poche possibilità ma molte speranze, e vuole regalarsi comunque viaggi costosi, [...]

fonte: www.comunicati-stampa.ws » Vai al post originale

Mar 26

PROJECTO BON PASTOR O.N.L.U.S. presenta “BARABBA il musical” con la compagnia Bruzia Balletmercoledì 22 aprile - ore 21,00 - Teatro A.Rendano (Cosenza) “Aiutaci a togliere un bambino dalla strada”L’incasso sarà devoluto per la costruzione della Casa di Accoglienza e Formazione “Para Meninos de Rua” – Ilehus Bahia (Brasil)  
Quarto appuntamento per Barabba il musical, mercoledì 22 aprile [...]

fonte: www.comunicati-stampa.ws » Vai al post originale

Mar 26

La Sicilia terra ricca di storia e di fascino, anche nei momenti di recessione mondiale, non rinuncia alla sua vocazione turistica, coniugando un mix di cultura, sole, mare e montagna, difficilmente paragonabile in altre regioni d’Europa.
Grazie alla passione di un gruppo di giovani catanesi, nasce il nuovo portale Tutti Voli Catania (www.tuttivolicatania.it) il nuovo punto [...]

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