Mar 30

Per aver successo online ci sono troppe cose da considerare. Poche persone fanno bene questo lavoro.
Adwords, surveys, split testing, product development, landing page optimization, conversion tracking,
copywriting -una lista senza fine. Per far bene questo lavoro c’è un buon consiglio: lavorare un po’ di meno. Il che significa fare non tutto insieme, ma una cosa alla volta.

Per la stragrande maggioranza di businesses il % di fallimento è di 90%.

Aggiungi qualcosa di unico al tuo business, qualcosa che nessun altro ha. Cuci questa unicità a una nicchia molto piccola. Se vendi sapone, capisci senza ombra di dubbio che non puoi dominare il mercato di internet in questa nicchia. Almeno ora. Allora fai in modo di dominare l’internet mercato nella nicchia sapone al limone con crema, per esempio. Nessuno guarda in questa direzione perchè è non molto richiesto. Allora mettiti là e scala tu questa montagna. Diventa tu il padrone. Incomincia costruire il tuo impero da questo punto.

E’ proprio questo che si deve fare nel Adwords oggi. Dove i prezzi sono ancora abbordabili e nessuno pretende di dominare.

Il migliore strumento che conosco io per trovare queste nicchie è (scusami, ci sarà fra poco l’indirizzo)

Promuovere il tuo libro
compra il nome di dominio con il titolo di tuo libro
apri un blog con lo stesso nome on Blogger e WP, aggiungilo poi al tuo sito
scrivi alcuni articoli sul tema e SUBMIT nelle direzioni interessate
vedi se si puo creare una rete di lettori
Fatti sentire a qulli che ascoltano radio, guardano TV, leggono i giornali locali
Vistaprint.com ti faranno i biglietti da visita gratuite in cambio di un link
crea un marketing plan
organizza competizioni -questi sono migliori modi di promuovere il tuo business.
Vedi se puoi diventare membro di gruppi (Google, Yahoo Groups) con reativi temi
non dimenticare di ringraziare quelli che ti hanno aiutato
chiedi che ti scrivono ricenzioni
partecipa ai eventi locali della tua zona
non dimenticare di aggiunggere il tuo libro alla firma dei mails
tieni tutto relativo al tuo libro (descrizione,bio,interviews,CD ect) nel sito se te lo chiedono.
registra il sito in Google, MSN, Alexa, Yahoo, and DMOZ
scrivi uno grande press release e mandalo ai free online press release sites
crea tua propria email newsletter
Crea un gruppo di domande e risposte e mettili nel sito
Nel Audio Acrobat ( al mese) registra i tuoi audio prodotti da vedere nel sito.
Vedi se i tuoi amici possono creare una book party per il tuo libro in casa loro
Manda il tuo libro nei vari cataloghi
Ciedi nei negozi se loro vogliono il tuo libro. Potrebbero anche prenderlo.
Aggiungilo al Google Book Search
organizza scambio links con autori simili
My Space market
scrivi un articolo “So You’d Like To…” per Amazon.com
chiedi i tuoi amici e familiari di raccontare di tuo libro nelle mails a 5 amici loro.
Lashia volantino, bigliettino ect dappertutto dove vai
Se il tema del tuo libro è nelle media, chiedi al editore di aggiungere la tua opinione (e promuovere il tuo libro)
Librerie locali amano autori locali. Passa là ed offriti ad organizzare un evento legato al tuo libro.
Iscriviti ai calendari di eventi online (Chase’s Calendar )
Organizza letture pubbliche nelle schuole ect se  è adatto
cerca i posti (clubs) dove si può incontrare i giornalisti
Trova una celebrità del tuo settore con il particolare interesse per il tuo tema e chiedi per una testimonianza or quello che ti serve. Non ti preoccupare. Il peggio che ti può capitare è che la celebrità ti dice no.
Scrivi articoli per i giornali del settore
Incomincia scrivere il secondo libro. A volte questo è il modo migliore di promuovere il primo.

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Il Mondo Mistico Delle Pietre Semipreziose

Mystic Gemstones

fonte: blog-lavoro-internet.myblog.it » Vai al post originale





Mar 30

Picchetto 24 ore su 24 davanti alla fabbrica di None (Torino) per fermare Merloni decisi a delocalizzare. Questa ennesima storia di deindustrializzazione insegna ancora una volta che la brutalità di oggi ha un retroterra nella fuga dalla realtà dei pavidi governi in mano agli uomini del PD di oggi.

Prodi battezzò la delocalizzazione Indesit

30 maggio 2007, Varsavia: Vittorio Merloni firma un accordo per aprire stabilimenti del suo gruppo in Polonia con il Ministro Polacco Wozniak, con la benedizione di Romano Prodi, allora Presidente del Consiglio. Una delle conseguenze di questo accordo è la decisione di Indesit di chiudere lo stabilimento di None in provincia di Torino e di licenziare 600 dipendenti. Quando un primo ministro cerca di favorire, attraverso il proprio ruolo politico, l’insediamento di industrie nazionali all’estero dovrebbe innanzitutto preoccuparsi di inserire negli accordi una clausola che vieti all’azienda coinvolta di licenziare nel proprio Paese. La tanto citata "responsabilità sociale delle aziende" richiederebbe che gli investimenti all’estero producano posti di lavoro aggiuntivi e non sostitutivi. Che questo spesso non avvenga è sotto gli occhi di tutti. Ma quando gli investimenti all’estero sono facilitati dall’uso di fondi europei o da soldi pubblici o dalla mediazione dei governi quella dovrebbe essere la regola. Altrimenti il risultato finale è molto semplice e drammatico: i proprietari dell’azienda moltiplicano i propri profitti, 600 famiglie restano senza lavoro (senza contare le possibili ricadute sull’indotto) e si scatena la guerra tra poveri, tra lavoratori italiani e polacchi. Queste possibili conseguenze sono facilmente intuibili da chiunque, a maggior ragione avrebbero dovuto essere una priorità per un Presidente del Consiglio di un governo di centrosinistra. La totale sovrapposizione tra la destra e la Confindustria è cosa assolutamente evidente. Ma purtroppo questa vicenda dimostra quanto siano stretti anche i rapporti tra la dirigenza del Pd e settori importanti di Confindustria e del capitalismo italiano. E questa è senza dubbio stata una delle ragioni principali delle contraddizioni esplosive e irrisolvibili del governo Prodi 2006-2008.Il fatto che Maria Paola Merloni sia oggi deputata del Pd ne è solo un’ulteriore conferma.Non si può stare contemporaneamente con i capitalisti e con i lavoratori, come afferma il Pd. È necessario scegliere, altrimenti alla fine a pagare sono i più deboli, e in una situazione di crisi il prezzo da pagare rischia di essere molto alto: la disoccupazione, come nel caso Indesit.

Vittorio Agnoletto

Parlamentare europeo di  Rifondazione Comunista/SinistraEuropea

(Immagine tratte dal sito del Ministero dell’Economia polacco www.mg.gov.pl)

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Mar 30

Atti di persecuzione sessista nei luoghi di lavoro

Lo “scandalo etico del capitalismo contemporaneo”, secondo la felice epressione di J. P. Fitoussi, consiste certamente nella globalizzazione della povertà, con la precisazione doverosa che il fenomeno opprime con pesi differenziati le donne e gli uomini in ogni luogo del pianeta, anche nella porzione di Occidente in cui viviamo.

Secondo accreditate rilevazioni statistiche, anche in Europa la povertà è femminile e in Italia lo è particolarmente, posto che per le donne l’occupazione raggiunge solo il 46% contro una media europea del 57%, mentre il loro livello retributivo, in media, non raggiunge neppure il 75% di quello maschile.

Le pressioni normative – poco contrastate- provenienti dall’Unione europea in tema di relazioni industriali, vanno tutte nel senso di aumentare la flessibilità del lavoro derogando dalle più favorevoli regole nazionali. Si manifesta da gran tempo un’Europa a-sociale che presenta il conto della crisi ai soggetti svantaggiati, destinati a pagare in termini di disoccupazione, di lavoro intermittente e precario scarsamente retribuito, di orari orari flessibili (prolungati o accorciati a discrezione), pensioni cancellate.

E’ la legge patriarcale/mercantile, strutturata sull’ordine maschile/proprietario che prevede la disponibiltà degli esseri umani posti in situazione di subalternità dalla concentrazione del potere nelle direzioni di impresa, che rende le vite femminili soggette al bisogno e ai molti conseguenti soprusi.

Per il sistema la normalità è costituita dal lavoro produttivo retribuito per il maschio adulto e dal lavoro di riproduzione sociale gratuito -presentato come doverosa cura famigliare- per la donna. Una suddivisione gerarchica del lavoro domestico ed extradomestico che contribuisce alla ricchezza della nazione, mentre indebolisce e svalorizza la posizione della donna sul mercato del lavoro; la rende ricattabile e violabile.

Come risulta dalle rilevazioni del comitato Pari Opportunità presso la Commisssione europea in campo lavorativo (sistema di “flexsecurity” e pari opportunità) non c’è legge o codice di parità che tenga; se la costituzione materiale nega al soggetto femminile il fondamentale diritto al pari valore, si crea un piano inclinato negativo: dai quotidiani gesti spregiativi alla persecuzione con atti di costrizione e di violenza in famiglia e nei luoghi sociali soprattutto per quelle che hanno deciso di reggere il filo della propria vita in autonomia rispetto ai ruoli imposti dalla tradizione.

Queste considerazioni racchiudono in sé la storia del “mobbing”, un fenomeno per decenni sommerso e negato in Italia, ove soprusi, atti di persecuzione e vessazione contro donne lavoratrici ad opera di uomini (colleghi, superiori, datori di lavoro) si verificano da sempre, ma non esiste una legge organica che preveda e punisca tali comportamenti, anche se negli ultimi lustri alcune sentenze della magistratura hanno creato un sistema piuttosto coerente di regole giuridiche cui richiamarsi.

Va detto che il “mobbing”, come altre forme di violenza, può considerarsi quale “manifestazione di potere relazionale storicamente diseguale fra donne e uomini…..uno dei principali meccanismi sociali attraverso i quali le donne sono costrette ad occupare una posizione subordinata rispetto agli uomini” (Comitato europeo per l’eguaglianza fra donne e uomini, CEDAW 2006)

Le forme note di “mobbing” sono diverse, alcune decisamente subdole ed è importante riconoscerle tempestivamente, ammettendo prima di tutto con se stesse di esserne diventate il bersaglio.

Nel luogo di lavoro possono verificarsi soprusi a carattere prevalentemente fisico ovvero psicologico contro la donna presa di mira: nel primo caso l’autore può essere l’imprenditore o un lavoratore sovraordinato (“mobbing verticale”) oppure un collega di pari livello (“mobbing orizzontale”); nel secondo caso l’autore è quasi sempre un superiore o il datore di lavoro (“mobbing verticale”), cioè uno che, per il ruolo ricoperto, possiede strumenti di pressione nei confronti della vittima designata.

Spesso l’attività di “mobbing” sconfina con vari reati (molestie, ingiurie, violenza privata, lesioni personali, violenza sessuale ecc) allorchè i soprusi si manifestino attraverso commenti ingiuriosi a sfondo sessista, toccamenti non voluti in zone erogene, fino a veri e propri assalti fisici e a violenza sessuale.

In genere, l’autore di “mobbing fisico” necessita di un luogo sufficientemente appartato per compiere la violenza impunemente: i casi più frequenti sono quelli del capo che convoca la lavoratrice sottoposta e la tormenta con atti a sfondo sessuale chiaramente non graditi, ricorrendo anche a ricatti più o meno espliciti relativi al rapporto di lavoro (conferma di contratto a termine ovvero minaccia di licenziamento, passaggio da part time a full time o viceversa, riconoscimento di un superiore inquadramento o dequalificazione ecc). Nel caso di lavoratore pari grado, l’attacco sarà, invece, prevalentemente svolto attraverso palpeggiamenti subdoli e insulti sessisti che tendono a mortificare la donna, isolandola rispetto alla generalità dei colleghi. Chiaramente, un evento più raro perchè pericoloso per l’autore a causa di possibili testimoni delle malefatte.

Il “mobbing psicologico” consiste normalmente nella sistematica svalutazione dell’operato della vittima, accompagnato da ripetuti commenti negativi, richiami e sanzioni disciplinari, dequalificazione e demansionamento rispetto a compiti precedentemente svolti, spesso come forma di ritorsione a seguito di assenze per malattia o per maternità. Soprattutto in quest’ultimo caso non è raro che la donna, rientrando al lavoro, trovi i suoi compiti precedenti assegnati ad altri, oppure si trovi preposto un collega precedentemente pari grado o persino un neo assunto (magari da lei stessa formato) che le faccia sentire tutto il peso dell’autorità acquisita. Spesso questi attacchi sono organizzati più o meno direttamente dall’imprenditore e sono finalizzati a fiaccare la resistenza della lavoratrice, inducendola a dimissioni solo apparentemente volontarie.

La circostanza non è ignota, tant’è che fin dalla legge n. 1204/1971 (confermata dalla L. n. 151/2001) le dimissioni delle lavoratrici madri devono essere convalidate dal Ministero del Lavoro che, recentemente, ha predisposto un apposito questionario per gli Ispettorati provinciali del Lavoro (cfr. Il Sole 24 Ore 11.3.2009).

Il “mobbing” va considerato violenza sessista perchè è praticato da uomini e subito da donne; ha l’effetto di provocare nella vittima disturbi psicofisici anche gravi, inviando contemporaneamente il messaggio che il luogo di lavoro è territorio del potere di un sesso contro l’altro. Va contrastato con strategie di resistenza attiva, qualunque sia la forma di lavoro anche precario in cui ci sitrova: la sottomissione impedirà definitivamente una efficace difesa della vittima verso un aggressore reso sempre più baldanzoso.

Se il “mobbing” è praticato da colleghi (anche preposti), va immediatamente denunciato al datore di lavoro, ad altri colleghi, sindacalisti, amici e famigliari. Se è praticato dal datore di lavoro la denuncia immediata è essenziale per procurarsi testimoni che saranno per lo più indiretti. In ogni caso, è importante ricorrere al medico per la certificazione di eventuali lesioni fisiche (ematomi) o di disturbi psicologici (ansia, depressione) come reazione emotiva allo stress.

Per il “mobbing” psicologico la giurisprudenza richiede una certa durata nel tempo del comportamento lesivo, quindi è consigliabile tenere un diario giornaliero in cui descrivere i comportamenti mobizzanti chiedendo sistematicamente per iscritto la conferma scritta delle disposizioni ritenute vessatorie: anche se non si ottiene risposta, vale comunque la richiesta come indizio.

E’ soprattutto necessaria una constatazione medica precisa e protratta nel tempo delle conseguenze fisiche e psichiche delle vessazioni subite.

Un rapporto di lavoro inquinato da “mobbing” è già virtualmente finito: meglio concluderlo rendendo possibile una richiesta di risarcimento dei danni (biologico, psicofisico, relazionale) che consentire, con il silenzio, la beffa dell’impunità per l’aggressore, magari attraverso la responsabilizzazione della vittima, incolpata del torto subito.

Maria Grazia Campari

www.womenews.net

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Mar 30

A noi il lutto, a loro i profitti“ 

Vergognatevi. Siete responsabili, Governo, Confindustria e quante e quanti oggi plaudono, di quello che accadrà. Degli infortuni, delle malattie e dei lutti, che le modifiche al Testo Unico sulla Sicurezza, potranno provocare. Se diventeranno definitive, perché prima che questo avvenga, in molti si attiveranno per bloccarle, nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle istituzioni. Si attiveranno più di quanto non sia avvenuto finora, per far crescere l’indignazione e il contrasto all’ennesima manomissione dei diritti che state compiendo.

Roberta Fantozzi (segreteria Rifondazione Comunista)

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IL TESTO DEL DECRETO APPROVATO DAL GOVERNO

Nota. Pubblichiamo la versione del decreto “correttivo del
d.lgs81/2008 approvato stamane dal Consiglio dei Ministri.
Il documento richiede un’analisi approfondita comma per
comma perchè, a prima vista, ci pare che  molte “trappole”
siano  disseminate in quasi tutti gli articoli.

SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE DISPOSIZIONI:
INTEGRATIVE E CORRETTIVE AL DECRETO LEGISLATIVO 2008 N.81
RECANTE: ATTUAZIONE DELL’ARTICOLO DELLA LEGGE 3 AGOSTO 2007,
N.123, IN MATERIA DI SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI
LAVORO.

IL TESTO su:

http://www.diario-prevenzione.net/diarioprevenzione/html/modules.php?name=New…

 

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Sep 03

I prodotti Herbalife possono agevolare lo snellimento o la perdita di peso, se inseriti nell'ambito di una dieta ipocalorica controllata. Anche se alcuni prodotti Herbalife possono essere utilizzati in sostituzione di un pasto, essi non sono tuttavia destinati ad essere usati come sostituti dell'intera dieta di una persona, e dovrebbero essere integrati da almeno un pasto completo quotidiano.
I prodotti sono notificati al Ministero della Salute. La notifica non implica accettazione, da parte del Ministero della Salute, di qualsivoglia messaggio a carattere pubblicitario.
I prodotti non sono medicinali e non sono trattamento o cura di malattie.

Tutti o quasi, sanno che lavorare da casa è oggi in una fase di forte evoluzione e intraprendenza.
Fino a qualche anno fa una famiglia poteva vivere agiatamente in presenza di uno stipendio, ora è diventato molto difficile anche con due e le cause di questo fenomeno sono molteplici.
In primis aumenta di anno in anno il costo dei beni di prima necessità, chi fa la spesa tutti i giorni lo sa, anche le spese mediche, i trasporti e molti altri servizi aumentano generalmente di più di quanto aumentano i nostri stipendi. E c'è anche un altro motivo.
Per questo motivo Herbalife propone un sistema di lavoro da casa particolarmente utile ed efficace: provare per credere!

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale »

Mar 30

Paradisi banchieri e affari

Un’analisi dei meccanismi truffaldini [ma legali] usati dalle banche e dai paradisi fiscali per fare una valanga alla faccia del fisco. E in appendice un documento: gli stipendi dei manager bancari più pagati

Periodicamente, ogni cinque o dieci anni, si tenta o si finge di scatenare una guerra nei confronti dei Paradisi fiscali, stilando burocraticamente liste nere dei paesi non collaborativi con l’Ocse, e liste bianche dei paesi che preannunciano possibili adeguamenti nella gestione del denaro anonimo. Questa volta l’attacco ai forzieri offshore è stato sferrato da Nicolas Sarhozy e Angela Merkel assieme a Josè Emanuel Barroso, presidente della Commissione. Nel mirino vi sono trilioni di dollari: una montagna d’oro proveniente da narcotraffici, dittatori e migliaia di semplici evasori, che hanno trovato riparo in Svizzera [29 per cento] a Jersey e Man [23 per cento] o in Lussemburgo. Questi soldi sono stati in gran parte investiti in floride industrie. Da notare che il reddito procapite di Jersey e Man, isolette situate rispettivamente nel Canale della Manica e nel Mar d’Irlanda, è il doppio di quello degli inglesi.

Tutto è nato quando, un mese fa, Ubs, la più grande agenzia finanziaria del mondo, ha girato al Tesoro degli Stati uniti i nomi di 300 cittadini statunitensi che avevano occultato i loro miliardi di dollari in un conto svizzero. In questo modo è stato evitato un processo criminale a New York. Come in altre recenti occasioni, la Svizzera e altri paradisi fiscali, esclusi dalla «lista nera», hanno promesso di allentare il segreto bancario, oggetto degli attacchi dei paesi europei. Ma non si sa con quale esito, poiché le gattopardesche misure promesse alla fine potranno risultare quasi inutili.

Attualmente infatti la Federazione elvetica e altri paesi proprietari degli opachi forzieri, i cosiddetti paradisi «buoni», si sono dichiarati disponibili a collaborare con i paesi dell’Ocse soltanto in caso di frode fiscale.

L’evasione fiscale, considerata soltanto un reato amministrativo, trova invece una forte resistenza. Quanto al segreto bancario, strumento che attira i più grandi capitali, è talmente protetto che se qualcuno osa intaccarlo rischia sei mesi di carcere. Per difendersi dal pericolo della fuga di capitali, la Svizzera le sta studiando tutte, arrivando a chiedere persino il boicottaggio delle auto tedesche, quelle della nazione più attiva nel chiedere più trasparenza. Mentre il ministro delle Finanze di Berlino ha ricevuto una valanga di lettere anonime con minacce e insulti.

La Svizzera d’altra parte ha già fatto presente che l’addio al segreto bancario potrebbe avere tempi lunghi. Nel frattempo il Tesoro degli Stati uniti conferma una mancanza di entrate fiscali di 100 miliardi annui, e quello di Londra di almeno 6 miliardi fuggiti in paradiso. Da sottolineare che anche i paesi in via di sviluppo hanno subito un furto di 124 miliardi di dollari, destinati ad aiuti umanitari. Si tratta di uno scippo planetario.

Soltanto la minaccia di qualche cambiamento che possa alterare la sicurezza dei forzieri, la nuova frontiera per far sparire i soldi dei big e dei banchieri si sta spostando infatti ai paesi dell’est ed asiatici. Hong Kong e Singapore incominciano ad essere i luoghi più ambiti per incanalare i torrenti di denaro anonimo. Moldavia, Repubblica Ceca, Slovacchia e anche Russia sono paesi nei quali è più comodo operare il riciclaggio di denaro sporco; mentre in Asia e nei Caraibi [ad esempio nelle trenta isolette situate attorno a St Vincent] le informazioni sulle numerose società offshore non possono per legge essere passate a nessuna autorità fiscale straniera.

In questo periodo di disastro economico mondiale e di scarsa liquidità delle banche, lo stesso Obama sta prendendo misure contro la finanza offshore, tanto che alcuni paradisi, tra cui Jersey, si aspettano dagli Stati uniti un uragano che ne scalfisca l’impenetrabilità. La domanda è se questo uragano arriverà nei territori controllati da Londra. Come è noto l’Inghilterra e soprattutto la City di Londra potrebbe infatti essere considerata la madre di tutti i «paradisi». La City regna infatti incontrastata sull’arcipelago offshore, dalle remote isole Cayman alla più vicina Man e le isole del canale, dove tra l’altro sono stati pubblicati i bandi miliardari per ospitare una ventina di nuovi casinò virtuali, che operano su Internet in completa esenzione fiscale e sotto controlli irrilevanti. Fino all’altro ieri in Gran Bretagna, con 100 sterline, si poteva fondare per telefono una società e metterla al riparo da occhi indiscreti.

Un altro problema è costituito dalle banche. In Lussemburgo ad esempio molte banche italiane [San Paolo, Comit, Unicredito, Popolare Emilia, Bnl, Banca di Roma] supportavano le centinaia di società come Pirelli, Mondatori, Merloni, Lucchini, Autogrill, Valentino, tutte situate con le loro succursali al n. 13 del Boulevard Prince Henry.

Molti paradisi, tra i quali principalmente Lussemburgo, si sono specializzati nella gestione dei patrimoni di queste società e hanno sviluppato secondo le tecniche più sofisticate [e spesso truffaldine] l’attività della gestione dei fondi di investimenti, con i famosi derivati ed altri titoli «stracciati».

Ma per rendere concreta la lotta ai paradisi fiscali sarebbe forse necessario che nel prossimo aprile il G20 prevedesse per i paesi che mantengono il segreto bancario, nonché per le banche che continuano ad avere succursali negli stessi paesi, l’applicazione di grosse sanzioni. Per non parlare delle forze Onu e delle Forze Nato [attualmente rimaste inattive e senza compiti precisi] che potrebbero autoritariamente porre i sigilli a quelle organizzazioni fuorilegge che nei paradisi fiscali favoriscono il riciclaggio e l’illegale accoglimento dell’oro rapinato dai dittatori del mondo a danno di popolazioni ridotte in miseria. E’troppo pretendere questo, in un mondo globalizzato dove l’illegalità finanziaria è la maggior causa della crisi?

Meccanismi truffaldini, Draghi permettendo

Edizioni speciali del TG e intere pagine dei quotidiani sono soliti evidenziare le storie più segrete di sportivi, attori, cantanti, imprenditori, quando costoro siano stati pizzicati dalla Finanza per evasioni fiscali di qualche milione di euro. Basterà ricordare i casi di Valentino Rossi, Ornella Muti, Leonardo Del Vecchio [patron di Luxottica]. Cifre rispettabili certo, ma certamente inferiori a quella di oltre 4 miliardi di euro. Quando i truffatori del fisco sono grandi banche, accusate di aver messo in piedi circa 4,3 miliardi di euro, lo Stato diventa distratto e reticente, e molti giornalisti smemorati e colpevoli di omissione. Lehman Brothers, Goldman Sachs e J.P. Morgan, alcune tra le principali banche d’affari mondiali, hanno frodato il fisco italiano per la somma di 4,3 miliardi di euro, l’ammontare di una mezza legge finanziaria. Ma stranamente nessuno ne ha parlato, forse per non disturbare il manovratore, ossia il governatore della Banca d’Italia Draghi implicato fino al collo nello scandalo. (cfr. La Repubblica delle Banche di Elio Lannutti/ed.Arianna).

Nessun telegiornale e nessun organo di stampa hanno fiatato [ad eccezione di un breve articolo apparso su L’Espresso che segnalava la notizia non ripresa da nessun giornale]. Ma che cosa avevano fatto le banche? Avevano architettato una colossale truffa ai danni dello Stato italiano, consumata attraverso i pacchetti azionari di investitori di ogni angolo del mondo: europei, americani, asiatici, australiani. Per riuscire a spillar denaro, sottraendolo al fisco, era stato loro sufficiente chiedere il rimborso del credito di imposta sui dividendi delle società italiane, facendo credere di averne diritto. La scoperta della truffa sui rimborsi – nome in codice «Easy Credit»- risale al 2005 quando, dopo una indagine sulle richieste di rimborso inoltrate da società inglesi, il gruppo repressioni frodi della Guardia di Finanza di Roma ha trasmesso un rapporto alla Procura di Pescara, competente per territorio. Secondo la legge il diritto al credito d’imposta sui dividendi spetta unicamente alle società e agli enti residenti in Italia. L’inchiesta è andata avanti, ma dopo anni non sembra essere giunta a qualche sentenza.

Secondo la trasmissione Report ogni banca d’affari avrebbe nel proprio organico degli organismi semiclandestini [taxtrade] per organizzare operazioni antifisco.

Anatomia di una truffa

Ecco come Primo De Nicola, giornalista dell’Espresso descrive il meccanismo delle truffe operate dalle suddette tre banche d’affari.

Gli istituti si sono fatte prestare temporaneamente – in ogni angolo del mondo – da fondi di investimento e da banche delle più svariate nazionalità, dei pacchetti azionari, in maniera che, al momento dello stacco del dividendo delle società italiane, queste azioni risultassero delle loro filiali inglesi: Lehman Brothers Europe, Goldman Sach International e J.P. Morgan SEcurities Limited, tutte e tre con sede a Londra e perciò titolate a chiedere il rimborso. Una volta incassato il dividendo e maturato il credito, tempo qualche settimana, i titoli azionari venivano restituiti ai legittimi proprietari.

Un caso tra i tanti. Il 23 marzo 2001, Banca Intesa riceve dalla Deutsche Bank di Londra l’ordine di prelevare 3 milioni di azioni Eni da un proprio conto, per girarle a quello della Lehman Brothers Unternational acceso presso la Citibank di Milano.

Il 5 maggio, puntualmente, le azioni entrano sul conto milanese della Lehman. Il 18 giugno avviene lo stacco del dividendo Eni e meno di un mese dopo, maturato il diritto al rimborso, le azioni fanno il percorso inverso rientrando sul conto londinese di Deutsche Bank. In quei giorni sono state fatte migliaia di operazioni di questo genere. Lehman Brothers International Europe, per esempio, rispetto a una giacenza media nell’intero arco del 2001 di 5 milioni e 400mila azioni Eni, nel mese di giugno vedeva il numero dei titoli petroliferi registrati sul proprio conto milanese superare i 155 milioni.

Una grande performance, ma non la sola. Anche Golman Sachs e J.P.Morgan sono state attivissime: La prima, rispetto a una giacenza media annuale di meno di 50 mila titoli Eni, sempre nel giugno 2001 arrivava a possederne 3555 milioni. La lista degli accusati potrebbe essere molto lunga, con un totale di circa 4.500 soggetti finanziari, quali Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Glopal Markets Limited e la svizzera Ubs.

Se un povero pensionato, costretto a fare il secondo lavoro in nero per sbarcare il lunario, è scoperto, viene subito messo alla gogna e denunciato. Se un piccolo commerciante non dà la ricevuta fiscale per un modesto importo, viene pesantemente multato e rischia anche la chiusura dell’attività commerciale. Le grandi banche d’affari, invece, se frodano il fisco per 4,3 miliardi di euro, vengono addirittura premiate, perché contigue con il governo e con il ministero dell’Economia.

Lo scandalo delle maggiori banche d’affari che hanno frodato il fisco italiano, quindi la totalità dei cittadini, per un controvalore di 4,3 miliardi di euro, come risulta dall’indagine della Procura di Pescara, è una delle grandi vergogne del governo. Mario Draghi inoltre non ha mai chiarito la genesi della gigantesca frode fiscale ai danni dello Stato per 4,3 miliardi di euro da parte di quelle stesse banche di affari che oggi vigila. Per tali fatti, in un paese normale, avrebbe come minimo dovuto rassegnare le sue irrevocabili dimissioni, se non altro per rispetto verso quei cittadini che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo.

Ipoteche per vecchi

Una curiosità da segnalare tra i comportamenti legali organizzati da moltissime banche,sono le cosiddette «ipoteche per vecchi». A persone molto anziane gli istituti bancari prospettano delle soluzioni interessanti per venire incontro ai loro bisogni di case in proprietà. Si tratta di mutui particolari [con i quali vengono acquistati gli appartamenti] in cambio dell’imposizione di una ipoteca sulla casa a favore della banca. Niente rimborsi di rate, niente spese! Solo che le rate e le spese verranno poi caricate sugli eredi, i quali si troveranno improvvisamente a pagare non solo gli interessi ma gli interessi sugli interessi [per le rate non pagate dal proprietario nel frattempo passato a miglior vita]. L’improvviso carico delle somme ingenti potrà portare in breve tempo al pignoramento e all’esproprio della casa. Pare che la pretesa degli interessi sugli interessi [anatocismo] in questi casi sia perfettamente legale

Le stock option

Secondo un documento di Bankitalia, in due anni [2005 e 2006] è stato denunciato che una decina tra le maggiori banche italiane hanno assegnato ai loro manager 400 milioni di euro, di cui 273 milioni sotto forma di stock option, il resto in azioni gratuite.

Tentiamo ora di fare un sintetico elenco dei manager bancari più pagati [elaborazione su fonte Sole 24 0re]:

Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia fino al 31 maggio 2007 37.405.281 euro [di cui 31.226.105 di indennità per risoluzione rapporto di lavoro e 1.277.831 Tfr)

Gesare Geronzi, Presidente di Capitalia fino al 30 settembre 2007, 23.648.266 euro [di cui 20 milioni quale emolumento straordinario che costituisce anche premio alla carriera], vicepresidente di Mediobanca per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2007 375.000 euro: TOTALE 24.023.266.

Giovanni Bazoli, indennità speciale di fine mandato quale presidente dell’ex Banca Intesa 10.000.000 di euro, per consigliere di amministrazione di Intesa San Paolo 1.364.000, vicepresidente Banca lombarda 37.499, e Ubi Banca 67.659: TOTALE 10.935.430

Gabriele Galatei, presidente Mediobanca fino al 2 luglio 2007 11.000.000, vicepresidente Rcs 19.000, TOTALE 11.19.000

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit 9.427.000 (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni)

Giampiero Auletta, amministratore delegato di Ubi Banca TOTALE 5.700.000

Antoine Bernheim, presidente Generali 4.835.009,consigliere Mediobanca 398.000. vice presidente di Intesa San Paolo 358.000. TOTALE 5.591.009

Ezio Paolo Reggio,amministratore delegato della Cattolica fino al 12 giugno 2007 4.893.151

Corrado Passera amministratore delegato e direttore generale Intesa San Paolo 3.522.000

Pietro Modiano , direttore generale Intesa San Paolo 3.505.000

Corrado Faissola, amministratore delegato ex Banca Lombarda e vicepresidente Ubi Banca 3.033.000

Nereo Dacci , ammin. Delegato Banco Desio 2.986.573

Aureliano Benedetti, presidente della Cassa di Risparmio di Firenze 2.633.200

Francesco Micheli,direttore generale Intesa San Paolo 2.503.000

Emilio Zanetti presidente ex Bpu e presidente Ubi Banca 2.421.000

Fabio Innocenzi,amministratore delegato Banco Popolare 2.286.000 e vicepresidente Banca Italease 45.000 totale 2.331.000

Antonio Vigni, direttore generale Banca Mps 2.325.650

Giovanni Battista Mazzucchelli, direttore generale Cattolica 2.038.794

Dieter Rampl presidente Unicrerdit 1.567.000, consigliere di amministrazione Mediobanca 342.000, Totale 1.909.000

Lino Moscatelli, direttore generale Cassa di Risparmio Firenze 1.781.768

Guido Leoni, amministratore delegato Banca popolare Emilia-Romagna 1.668.000

Giuseppe Grassano , direttore generale Banca Popolare Intra 1.630.000

Carmine Lavanda, direttore generale Capitalia 1.606.000

Romano Nobile

www.carta.org

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Mar 30

SANITA’, MALAPOLITICA  E INFORMAZIONE

In questo Parlamento senza i comunisti è sempre piu’ forte il rapporto d’interesse tra pubblico e privato, con la complicità dei grossi e grassi media.

Lo si deduce dalle intenzioni che il governo intende trasformare in provvedimenti di legge, con i quali si chiuderebbe definitivamente la lunga storia della Riforma 833 del 1978.

Il processo alla rivoluzionaria Riforma del sistema feudale che regnava in Italia è stato istruito da anni dai provvedimenti che le Regioni come la Lombardia hanno messo in atto senza soluzione di continuità. E’ stata una strategia precisa, e vincente, rendere artificialmente complesse e contraddittorie le attività amministrative, per ritagliarsi spazi di profitto e di malaffare, in particolare stringendo patti di commistione con imprese e corporazioni private e religiose.

Oggi ancor di più che nella suicidata Prima Repubblica, domani ancora peggio con il federalismo.

Sappiamo tutti che il compito del giornalismo obiettivo dovrebbe essere quello di controllare puntigliosamente l’operato degli amministratori pubblici e delle attività private. Lo dovrebbe fare non solo un servizio pubblico come la RAI ma anche gli stessi quotidiani che si dichiarano indipendenti dai partiti, se non fosse che determinano le decisioni della politica di potere per conto degli interessi dei loro editori. Una conferma?

Qualcuno ha mai letto una campagna di stampa per abolire il rapporto di convenzione tra sanità pubblica e privata? Noi no, perché una proposta del genere abolirebbe gli enormi illeciti affaristici e prosciugherebbe l’acqua in cui nuotano i pescecani della sanità privata.

 

Anzi, la logica è quella denunciata da Donato Greco, ex direttore del “Centro prevenzione malattie” del Ministero della Salute: Lasciate che si ammalino, qualcuno ci guadagnerà!

Non poteva essere altrimenti, perché - come dice lo stesso Greco in un’intervista all’Espresso - basta vedere come sono organizzati i comitati consultivi del Ministero: c’è una presenza determinante di industrie farmaceutiche, aziende biotecnologiche, cliniche private.

E’ stato sostituito da Fabrizio Oleari, che teorizza la “predizione clinica”, ossia di diffondere la diagnosi precoce per intervenire quando ci ammaliamo.

Se non ho capito male, essendo queste indagini diagnostiche costosissime, tenendo conto del voluto declino del servizio sanitario nazionale, conoscendo le programmate infinite liste di attesa, risulta fin troppo evidente il favore alle migliaia di laboratori privati che fanno a pagamento questo tipo di indagini.

E’ la conferma che è in atto uno strisciante progetto di privatizzazione della salute mediante la delega alle assicurazioni, la qual’cosa non è affatto malvista dalle lobbies mediche. Dalla teoria alla prassi il passo è breve, si comincia con l’esclusione dai nuovi Lea molte delle prestazioni diagnostiche di base, specialmente in ambito radiologico, costringendo i cittadini a pagare di tasca propria delle semplici radiografie mentre indagini più costose (Tac, risonanza magnetica, etc.) rimarranno a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Infine, c’è il core-business dentro le mura pubbliche con la "libera professione intramuraria" o intramoenia con un regime di doppia lista d’attesa (certamente tripla con quella confidenziale e clientelare.

Pare immorale questa politica? Che importa, con questo Parlamento tutto diventa legale!

franco cilenti

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Mar 30

CNOPUS  coordinamento Nazionale operatori professionali  unita’ spinali

4 aprile 

Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale

Cari amici e colleghi,

Il 4 aprile 2009 si celebra in tutta Italia la Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale promossa dalla FAIP (Federazione Associazioni Italiane Paratetraplegici) con l’obiettivo di promuovere una corretta informazione sulle lesioni midollari e sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni italiane, sulla necessità di investire maggiormente nella ricerca.  Ricerca che sappia rispondere con serietà alle domande di salute e di benessere, per tante donne e uomini, che vedono improvvisamente cambiare la loro vita, a seguito di una lesione spinale.

Per approfondire i temi della ricerca, sabato 4 aprile FAIP,  propone a Milano, al Centro Congressi Atahotel Quark (Via Lampedusa 11/A) un convegno di respiro internazionale dal titolo “Mettiamo in piedi la ricerca”, di cui vi alleghiamo il programma. L’invito è  rivolto a tutte le persone che operano nell’ambito  delle lesioni midollari, in quanto sarà un momento molto importante di informazione sullo stato attuale  della ricerca in materia di lesione al midollo spinale.

Un cordiale saluto

IL DIRETTIVO CNOPUS

www.cnopus.altervista.org

IL PROGRAMMA

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Mar 30

Vi scrivo da… Chilongwe

Cari amici (vicini?? e) lontani,

ecco un altro dei miei frettolosi monodiari, scritto alla fine di una intensa missione. Di nuovo nell’emisfero australe, a correre per cinque settimane nel paese chiamato la “casa dei sassi”. Proprio questo vuol dire “Zimbabwe” in shona, la lingua indigena. Mica pensavate che io mi trovassi a Matera, vero?!?!

Il paese delle pietre, sapete perché? Perché qui le attività vulcaniche di epoche fa hanno formato e lasciato gigantesche gocce di materia fossile. Estrusioni magmatiche, vento, pioggia e altri agenti atmosferici (NON certo il gelo, visto che in certi posti dormiamo con 38 gradi in stanza) hanno smussato spigoli minerali fin troppo accuratamente. E questi sassi stanno su, impilati uno sull’altro, contro ogni scommessa gravitazionale.

Il paese dei sassi sì, ma anche il paese delle nuvole. Finalmente nel mio peregrinare per e con MSF in luoghi sempre disgraziati, ho trovato un posto in cui il turismo era un’attività fiorente prima che la crisi investisse questo paese. Così si possono contemplare i famosi paesaggi africani che uno puo’ figurarsi nel turisticamente inflazionato Kenya. Il cielo qui non è solo la cornice superiore di un paesaggio che mai annoia, ma un vero e proprio gioiello che regala spettacolari tramonti, arcobaleni in cui per la prima volta sono riuscita a contare tutti e 7 i colori (mai visti prima l’indaco e il violetto!), ancora arcobaleni paralleli (due in un sol colpo, neanche fossero stati disegnati col compasso!!!). Per non parlare della vegetazione poi: cactus alti come baobab, baobab alti come arcobaleni.

Se lo Zimbabwe è il paese dei sassi e delle nuovole, bisognerebbe chiamarlo anche il paese dei suoi impossibili equilibri naturali ma anche e soprattutto quello degli squilibri socio-finanziari. Tanto per darvi un’idea sui costi: le tasse scolastiche ammontano a 300 dollari, il rilascio del passaporto (il più caro al mondo) a 700 dollari e un bullone a 3 dollari. Considerate che 3 dollari sono pure lo stipendio mensile medio locale, per i fortunati che hanno un lavoro in una nazione in cui la disoccupazione supera il 90%.

Già, sembra facile ora poter parlare di dollari, ma sino a qualche settimana fa non si poteva scambiare né utilizzare valuta straniera. Bisognava per forza usare la moneta locale, con un’inflazione che fa addirittura ridere chi non deve arrangiarsi con l’economia locale. Il nostro povero responsabile della finanza più che la calcolatrice usa un diagramma a triangolo rettangolo per aggiungere più facilmente un imprecisato numero di zeri ai costi locali, ogni ora, ogni giorno. Ciò che vale la mattina, il pomeriggio è carta straccia. Qui si parla di trilioni per comprare il pane, le banconote giacciono inutilizzate sui pavimenti dei supermercati!!!

Definirei lo Zimbabwe un Myanmar africano: la gente è stata forzatamente costretta a ripiegare su una vita povera ed ignorante, mentre nel passato avevano accesso a risorse, istruzione, lavoro, assistenza sanitaria, economia di esportazione. Viaggiando nelle zone rurali del paese, incontro persone che parlano l’inglese meglio di me anche in remoti villaggi attorniati solo da colline montuose e campi di grano. Harare, la capitale, sembra una città europea calata in un clima tropicale: palazzi di vetro, pali della luce, ville con piscine, aiuole curate, cestini dell’immondizia per le strade! Non proprio ciò che mi sono abituata a vedere sinora in altre capitali africane: Freetown, Monrovia, Maputo.

…Questa missione rispetta per me la legge del contrappasso: esattamente un anno fa, quando mi trovavo in Mozambico per un’altra epidemia di colera, ero contenta di non essere qui in Zimbabwe, vista la disastrosa situazione in cui il paese versava (e versa). Gli espatriati che avevo incrociato a Maputo di ritorno da qui mi raccontavano favole di scaffali vuoti e costi proibitivi. Ebbene, eccomi ora davanti agli scaffali vuoti: vengono riempiti a ondate di prodotti comunque troppo cari per la popolazione. Vi si trova troppo shampoo ma non dentifricio, tanti fagioli in scatola ma non carne. Tutto sembra improvvisato, e tutto arriva dall’estero.

E pensare che lo Zimbabwe nel passato aveva una capacità produttiva agricola che poteva soddisfare gran parte della domanda proveniente da molti altri paesi africani, soprattutto ciò che concerne il fabbisogno di grano.

La crisi economica in Zimbabwe ha fatto cambiare tutto: il tipo di agricoltura non più orientato all’esportazione ma al consumo casalingo, l’irrigazione bloccata perché ci sono le infrastrutture idrauliche ed elettriche ma mancano l’elettricità e la manutenzione, il cambiamento climatico. Anni molto secchi hanno fatto sì che al posto del grano si dovesse coltivare il sorgo, che è molto più resistente alla siccità ma anche molto meno nutriente e gradevole al gusto. I pascoli per il bestiame sono impoveriti e l’erba non fa più ingrassare le mucche, che sono davvero magre! A volte rimane solo il nome: “Angus ranch”, un’area in cui fino a qualche anno fa c’erano i bianchi, che sono stati cacciati da un giorno all’altro. E una sana bistecca al sangue la vedrò solo quando tornerò in Europa!

 

…Nelle grandi città dello Zimbabwe splendono insegne di SPAR, i supermercati locali, il cui logo ricorda quelli europei. Ci sono entrata due volte in un mese e mezzo, proprio e solo perché dovevo comprarmi la prima volta il dentifricio e la seconda le batterie per il GPS. La fila per pagare alle casse ti sembra piuttosto naturale. Ma la seconda fila, quella dopo aver ricevuto lo scontrino per aspettare il resto, non sei pronta ad affrontarla. Devi aspettare il resto, se non vuoi che il tuo cambio dei 10 dollari ti venga reso in una quantità di leccalecca e caramelle da far paura anche al più spregiudicato dentista. Il denaro spicciolo non circola e la cassiera deve accumulare banconote da un dollaro prima di poterti dare il dovuto. Ma come sempre tutti hanno banconote di taglia grossa e si arriva alla situazione di impasse che tutti si guardano intorno sventolando 20 e 50 dollari.

Nel frattempo maestri, poliziotti, personale medico, soldati, scioperano assiduamente. Perché andare a lavorare se il costo del trasporto giornaliero è superiore al tuo stipendio mensile? Per curare i malati di colera? Sì, magari, peccato che tanto il Ministero della sanità non rifornisca di medicine le strutture cliniche. E quindi perché essere presenti nei centri di salute? Per vedere arrivare persone agonizzanti dopo un penoso viaggio in carriola, e rimandarli subito a casa perché non c’è nemmeno la varechina per disinfettare per terra?!

Lo sciopero dei maestri ha per noi il vantaggio che le scuole non vengano riaperte, come d’uso, all’inizio dell’anno: questo ci aiuterà a scongiurare il pericolo che bambini provenienti da diverse zone, che dovrebbero condividere toilette e mensa, non vengano in contatto l’uno con l’altro, diminuendo parzialmente il rischio di epidemie.

Per di più i bimbi che possono essere mandati a scuola non sono poi tanti. Molti di loro li incontriamo a pascolare il loro scarno bestiame, fatto sempre di mucche, capre e qualche asino: ecco come spendono il loro tempo le nuove generazioni invece che andare a scuola, visto che i genitori non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche. Pure per le nostre indicazioni stradali, quando siamo persi in mezzo a campi di mais e colline sassose, quando non sappiamo se infilarci in una traccia piena di cespugli verso la direzione giusta, o in una strada più larga ma dalla parte opposta a quella in cui dobbiamo dirigerci, ci affidiamo a bambini pastori. Il modo in cui contemplano stupefatti il movimento delle ruote delle nostre auto li fa sembrare più piccoli di quelli che sono, ma la lunga frusta che maneggiano abilmente e fieramente li fa sembrare già molto adulti.

Quando passiamo con le nostre macchine rumorose e ingombranti c’è sempre il rischio che qualche mucca o capra si faccia cogliere dal panico ed inizi a cambiare improvvisamente direzione col rischio di essere investita. O col rischio per noi che decida di non cambiare direzione e correre davanti a noi, costretti a seguirla. Un vitellino spaventato al passaggio della nostra vettura saltella in mezzo alle capre: sembra che si creda uno di loro, ed infatti è così! L’autista mi spiega che i vitellini vengono svezzati facendoli dormire con le capre, perché così la mattina la mucca avrà a disposizione latte a sufficienza per sfamare almeno un po’ la famiglia “umana”.

In un villaggio nel sud-est del paese colpito dall’epidemia di colera, durante una sessione di educazione igienica (non si puo’ chiamare promozione, visto che si deve partire da zero), mentre enfatizziamo il fatto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare, una signora secca alza la mano: “io non mi lavo le mani prima di mangiare, perche’ non ho nulla da mangiare”. Solita reazione africana, tutti scoppiano a ridere. Non so come le persone in Africa trovino sempre e comunque la forza di ironizzare sulla propria condizione.

Già, qui la gente ha fame e tra lo stomaco vuoto oggi e il colera domani, la loro priorità non è sicuramente la nostra (quella di prevenire il colera): tanti cercano di farsi ricoverare nei nostri centri di trattamento del colera, giusto per ottenere qualche pasto offerto gratuitamente. Ma per far ciò devono farsi svariate ore a piedi perché le cliniche sono perle rare.

Ricordo in particolare un incontro: una vecchierella attraversa un fiume dove sto facendo dei test su come purificare l’acqua con della semplice candeggina (ebbene sì, tanti anni di studi ingegneristici “matti e disperati” per finire a purificare acqua di fiume per persone che non parlano la mia lingua, cosa posso farci?!). La donna saltella per avvicinarsi a me evitando i posti più profondi. Mi urla “Magadi, magadi!” che significa “Come stai?” in shona, e al contempo batte una mano sull’altra come se stesse formando una palla: e’ il tradizionale segno di saluto. Poi inizia una lunga discussione e la mia faccia diventa un punto di domanda. L’autista che mi accompagna (e che uso come traduttore/collaboratore, visto che si annoia ad aspettarmi in macchina), mi dice che la donna mi sta ringraziando perché aveva il colera ma è arrivata in tempo in una delle nostre cliniche e ora sta bene! Davanti alle donne che ho incuriosito per i miei rudi esperimenti di potabilizzazione dell’acqua, le stringo la mano e l’abbraccio, per dimostrare loro che il contatto epidermico non trasmette il colera, e che una semplice prevenzione rende molto, ma molto difficile prendersi il colera!

 

Dall’inizio dell’epidemia, cioè a fine novembre scorso, ci sono stati quasi quattromila morti di colera. Quattromila morti, quattromila battaglie perse: sarebbe cosi’ semplice ed efficace essere curati, se per arrivare alla clinica non servissero 4 ore di trasporto in carretti trainati da asini. O se alla clinica non ci fosse una farmacia vuota.

…Mi dirigo in una località chiamata Chilongwe, durata 9 ore a causa di un ponte inondato che non giudichiamo sicuro per essere attraversato con le macchine. Aggiriamo l’ostacolo viaggiando per ore nel cuore delle piantagioni di canna da zucchero e non so come l’autista sappia decidere i bivi perché tutto appare molto uguale. Le coperte che stiamo trasportando per i pazienti non attutiscono abbastanza gli spigoli metallici della land cruiser, e più viaggiamo più li percepisco numerosi e pungenti. Almeno il classico pitstop per la pipi’ rende sempre, se non proprio felici, almeno un po’ più sereni.

Arriviamo verso le sei del pomeriggio, e per ragioni di sicurezza MSF impone (in tutte le sue missioni) di non viaggiare quando fa buio. Con l’antropologa decidiamo di andare a fare solo una breve ispezione nel villaggio da cui vengono molti casi di colera. Lasciamo il logista e l’infermiera a correre nell’area attorno alla clinica, che ben presto verra’ trasformata in un “campeggio colerico”. I nostri colleghi poveretti non hanno nemmeno il tempo di disperarsi per la situazione a cui ormai hanno fatto l’abitudine: pieno di gente seduta seminuda per terra che vomita acqua, uomini donne vecchi bambini, tutti con gli stessi sintomi, i più severamente deidratati con le flebo appese alle ringhiere delle finestre.

Vicino all’esistente clinica condotta dal locale Ministero della salute qualche settimana fa MSF aveva già installato una tenda e portato medicine, secchi e letti, ma l’esplosione di nuovi casi in altri villaggi vicini ha richiesto un intervento più massiccio di quello già incominciato.

L’antropologa e io ci spostiamo solo di qualche centinaia di metri, ma già tutti ci corrono dietro per dirci che, a causa della scarsezza di soluzione reidratante (praticamente la sola unica cura contro il colera!!), molti pazienti sono stati rifiutati alla clinica o sono stati mandati a casa dopo poche ore di ricovero. Il che vuol dire che già in un paio di case accanto a cui passiamo, troviamo persone che giacciono spossate sulle stuoie, coperte di mosche.

Va bene, abbiamo capito abbastanza e ho visto l’unico pozzo da cui la popolazione di 3 villaggi, circa 2000 persone, attinge l’acqua. Per me sarà facile l’indomani organizzare una clorinazione sistematica dell’acqua in tutti i secchi delle persone che arrivano lì. Basterà una sola persona, un po’ di cloro, una bottiglia per preparare la “soluzione madre” e una siringa. Gli ingegneri devono trovare soluzioni semplici ma di grande impatto e poco costose, no?!

Decidiamo di tornare indietro ma rimaniamo impantanate nel fango con la macchina. Chi spinge? L’autista deve guidare, l’antropologa ha le ciabatte…. mentre la watsan (io) ha gli stivali di gomma. Scendo ma da sola posso solo far retrocedere la macchina invece che superare la malefica pozza. Arriva gentilmente un signore ad aiutarmi, ma nulla da fare. Alla fine siamo in 3 quando le ruote scavalcano la melma e tutti rischiamo di finire a musata per l’improvvisa mancanza di appoggio delle mani.

Arriviamo giusto in tempo alla clinica, dove servono più braccia per spostare lo scheletro della tenda di quasi 50 metri quadri che sarà il nuovo reparto per i casi più gravi. Ancora installazione di recinti temporanei, montaggio dei letti, distribuzione di secchi, etc etc.

Verso le 22, logista, infermiera, antropologa, autisti e staff medico nazionale, tutti riusciamo a riunirci per la cena. Spaghetti cinesi liofilizzati cotti nell’acqua fatta bollire su un improvvisato falò. Il vento inizia a soffiare forte da tutte le direzioni, impossibile evitare il fumo del fuoco perché dove ci si sposta, lui arriva. Alle 22.05 inizia uno scroscio di pioggia che a me fa perdere totalmente l’interesse per il cibo. Alle 22.30 tutto passa, usciamo dalla nostra tenda (questa volta un semplice igloo!) montata per la notte vicino alla clinica.

La pioggia è passata, ma i conati di vomito dei pazienti a poche decine di metri da noi rende drammatico anche un cielo stellatissimo e fanno perdere l’interesse per contemplare Orione capovolto.

 

In queste circostanze epidemiche il nostro epidemiologo, un dottore australiano, viene usato come “cane da fiuto” per scovare posti particolarmente a rischio di contagio, che finora sono stati graziati dall’epidemia. Andiamo alla ricerca delle zone in cui possiamo prevedere e temere un maggior numero di casi, vuoi per la carenza di acqua e di igiene, vuoi per la distanza dalle strutture sanitarie, vuoi perche’ circondati da villaggi in cui la malattia ha gia’ fatto il suo decorso e molto probabilmente e’ stata introdotta da qualche portatore sano anche in zone rimaste per ora senza casi. Per la notte riusciamo sempre ad accamparci in vecchi lodge che evidentemente vantano una gloriosa storia di caccia grossa: ci sono ancora grossi ganci, sistemi di carrucole, ripari di paglia a protezione di mensole e rastrelliere, che non riesco a capire a cosa servano.

L’epidemiologo, 2 infermieri, la logista, una promotrice dell’igiene, l’autista ed io scorrazziamo nel sud est del paese per qualche giorno. La sera lo staff nazionale prepara molto gentilmente la cena. Democraticamente uomini e donne si aiutano in cucina. Per farmi piacere mi cucinano pure la pasta… peccato che altrettanto democraticamente adottino gli stessi tempi di cottura per riso e spaghetti, quindi la pasta risulta un soffice blocco compatto! Ma la stanchezza della giornata spesa a correre di qua e là, a fare test sulla qualità dell’acqua al bordo dei fiumi, a individuare i villaggi e a cercare i capi villaggio per chiedere quanti casi di colera hanno avuto e da dove attingono l’acqua per bere, ha il sopravvento su tutto, pure sul deisderio di una pasta al dente. Mi addormento sempre molto, troppo rapidamente, provando un sottile sadico piacere nel vedere che le zanzare se ne stanno a proboscide asciutta in inutile attesa del mio sangue sul lato esterno della mia zanzariera. La mattina partiamo presto. Scopriamo i babbuini in mezzo a un cespuglio, partiamo e zebre, cervi e antilopi se la danno a gambe levate al passaggio della nostra macchina.

 

Tutto ciò può suonare come una favola ben congetturata. Ma io davanti a queste realtà mi chiedo spesso: che farei io, se abitassi qui? Che fareste voi, se abitaste in Zimbabwe? Credo che faremmo esattamente come fanno loro: andremmo a cercar miglior fortuna in qualche altro paese. Come ad esempio il confinante e benestante Sud Africa.

Francesca

watsan

www.medicisenzafrontiere.it

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Mar 30

Il Nobel  a Berlusconi

 

Prima di Berlusconi è stata la signora Melba Ruffo, in televisione a Domenica In, ad affermare che per uscire dalla crisi bisogna lavorare di più. La sua idea allora non riscosse un grande successo, non se ne colse la genialità. Non conosciamo le fonti che ispirano le acute intuizioni del Presidente del Consiglio, ma lui oggi ripete lo stesso concetto fornendogli quell’autorevolezza che prima mancava.

Lavorare di più per uscire dalla crisi, dunque. Bene, vediamo in concreto che significa, senza i soliti pregiudizi ideologici.

Immaginiamo che, prima di tutto, si pensi di far lavorare di più chi ha perso o rischia di perdere il posto, o chi è da lungo tempo in Cassa integrazione. Quindi i lavoratori della Fiat di Pomigliano, i tessili di Prato, le lavoratrici della Indesit di Torino, i cassintegrati dell’Alitalia, i precari pubblici e privati che rischiano di scomparire dal ruolino dell’occupazione, e tante e tanti altri. Secondo dati che il governo considera allarmistici, ma che tutte le fonti confermano, entro la fine dell’anno avremo oltre 500 mila cassaintegrati e altrettanti disoccupati in più. Far lavorare di più un milione di persone che non lavora affatto non dovrebbe essere difficile per il cavalier Berlusconi, visto che sulla promessa di un milione di posti di lavoro ha fondato la sua discesa nel campo della politica.

Ma come, dove? Sono lavori pubblici, quelli che vengono offerti? E’ la costruzione del Ponte di Messina? E’ la stanza in più nell’appartamento che ogni famiglia, anche nei palazzi a venti piani, potrà costruire secondo un’altra promessa del Presidente del Consiglio?

Una promessa che solo incalliti detrattori possono trovare in contrasto con le leggi urbanistiche e anche con quelle della fisica. E’ un impegno che otterrà dalla Confindustria della signora Marcegaglia, che ha chiesto e ottenuto recentemente "soldi veri" dal governo? Non è chiaro.

A meno che il lavoro in più a cui potrebbe dedicarsi questo milione di persone non sia il lavoro nero, quello che secondo un altro acuto comunicatore, il ministro Brunetta, costituirebbe un vero e proprio ammortizzatore sociale.

Ma forse stiamo equivocando. Berlusconi parlava di far lavorare di più quelli che ancora lavorano. Qui facciamo fatica a capire come e cosa ci guadagnano i disoccupati, a cui governo e imprese non offrono lavoro dignitoso, se gli occupati lavorano di più. Secondo noi così si aggrava la crisi, ma il nostro è probabilmente un vecchio schematismo ideologico e anche matematico, che non crede che in economia si possano moltiplicare i pani e i pesci. Come invece hanno creduto coloro che hanno comprato i derivati e i vari titoli spazzatura e che erano convinti che l’economia non fosse più sottoposta ad alcuna legge.

Comprendiamo che alla parola legge il Presidente Berlusconi abbia una reazione stizzita. Ma stia tranquillo, la violazione delle leggi dell’economia non è reato da nessuna parte e anche coloro che negli Stati Uniti hanno pensato di poter vendere e comprare all’infinito il Colosseo, la stanno facendo quasi tutti franca.

Secondo noi, quando un’economia è depressa o in crisi, sarebbe necessario, prima di tutto, redistribuire il lavoro e i redditi, invece che accumulare disuguaglianza tra chi può lavorare e chi no e, ancor di più, tra chi è ricco e chi no. Però è difficile far intendere il concetto di redistribuzione a chi pensa che sia offensivo anche solo sospettare che i ricchi non siano tali per diritto divino.

Allora il cavalier Berlusconi provi a spiegarci in concreto come funziona il meccanismo per cui se io lavoro il doppio e tu lavori niente, abbiamo un lavoro per uno. Provi a superare il significato profondo del sonetto di Trilussa e magari potrà concorrere al Nobel per l’economia. In fondo, nel passato, quel premio l’hanno ottenuto persone che avevano idee più strambe e anche più dannose delle sue.

Giorgio Cremaschi

Liberazione

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Mar 30

UOMINI E NO

Se anche il popolo di Israele dimentica la tragedia del suo popolo siamo proprio sull’orlo della barbarie. Non importa se sono settori giovanili o militari estremisti e la libertà del mercato a far precipitare nell’inciviltà la stessa cultura degli ebrei, questa volta non c’è l’ipocrita scusa dei degli stupidi missili di Hamas.

La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz.

Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.

E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.

Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.

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Mar 30

I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto

Mentre il Papa visita l’Africa e fa affermazioni su contraccezione, AIDS, aborto e salute riproduttiva, le donne africane continuano a morire di AIDS, di aborto e di parto. I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto 23 marzo 2009. A chi piace (…)

I preservativi non servono solo contro l’Hiv. Prevengono anche l’aborto 23 marzo 2009. A chi piace usare il preservativo durante un rapporto sessuale? Probabilmente a nessuno.

Però in molti contesti, e in particolare là dove l’Aids è una pandemia che miete vittime quotidianamente e rende orfani migliaia di bambini, il preservativo è una necessità, l’unico modo per esercitare il proprio diritto alla salute e alla vita.

“I preservativi maschili e femminili sono uno strumento essenziale e sicuro per prevenire la trasmissione dell’HIV/AIDS, oltre che per consentire alle coppie di pianificare le gravidanze e distanziare le nascite”, sottolinea Daniela Colombo, presidente di AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, “aumentando la possibilità di avere una gravidanza e un parto sicuri e evitando il ricorso all’aborto in caso di gravidanze non volute”.

Mentre il Papa visita l’Africa e fa affermazioni su contraccezione, AIDS, aborto e salute riproduttiva, le donne africane continuano a morire di AIDS, di aborto e di parto.

I numeri parlano chiaro: nei paesi in cui la diffusione dell’HIV ha raggiunto cifre altissime, molto spesso è stata riscontrata anche una percentuale elevata di “fabbisogno insoddisfatto” di contraccettivi.

In Botswana, ad esempio, paese dove gli adulti (15-49 anni) che convivono con HIV e AIDS sono il 23,9%, le donne dai 15 ai 49 anni sposate che, pur desiderandolo, non hanno accesso ai contraccettivi moderni sono il 44,7%, secondo i dati diffusi nel 2007 da UNAIDS e dalla Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite.

Delle 529.000 morti per cause legate alla gravidanza e al parto che avvengono ogni anno nel mondo, 79.000 sono provocate da aborti clandestini e in condizioni non sicure (dati UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione).

È solo attraverso l’uso della contraccezione, compreso l’uso dei preservativi maschili e femminili, che le gravidanze possono essere pianificate, evitando il ricorso all’aborto.

L’OMS, Organizzazione mondiale della sanità, stima che il 97% degli aborti non sicuri avviene nei paesi in via di sviluppo.

Assicurare che il fabbisogno di contraccettivi sia soddisfatto e che tutti gli aborti siano sicuri consentirebbe di ridurre drasticamente la mortalità materna e di proteggere la salute delle donne.

“L’insufficienza dei finanziamenti per prodotti di consumo e servizi per la salute sessuale e riproduttiva è uno degli ostacoli maggiori”, afferma Colombo, alla luce dell’esperienza maturata da AIDOS nei Centri per la salute delle donne realizzati in numerosi paesi, dalla Palestina al Nepal, dal Burkina Faso al Venezuela.

L’UNFPA stima che per soddisfare il fabbisogno di contraccettivi e preservativi – nel 2005 – sarebbero stati necessari circa 1.300 milioni di dollari, ma gli aiuti allo sviluppo finalizzati a questo scopo ammontavano a poco più di 200 milioni.

Secondo l’UNFPA, ogni milione di dollari in meno di finanziamenti per i contraccettivi porta a 360 mila gravidanze non desiderate, 150 mila aborti, 800 decessi di donne e 11 mila decessi infantili in più.

Per quanto riguarda l’HIV, si stima che la prevenzione sia fino a 28 volte più vantaggiosa, dal punto di vista economico, della cura, che deve rimanere una priorità essenziale per i 33 milioni di persone che nel mondo vivono con l’HIV.

Redazione

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Mar 30

Testamento biologico: un orrore di disegno

di legge

Direttive o dichiarazioni anticipate? La differenza non è da poco, perché le prime esprimono una volontà, le seconde un’opinione; le prime chiedono rispetto, le seconde “vanno tenuto in conto”.

Comincia con un conflitto fra parole la distanza dell’Italia dalla comunità scientifica (e giuridica) internazionale. Il Comitato Nazionale di Bioetica infatti nel suo parere sull’argomento adotterà il termine “dichiarazioni” (ripreso nel disegno di legge del governo) quando la letteratura internazionale parla di advance directives, direttive anticipate. Nel linguaggio comune invece, grazie ai media, è prevalso il termine “testamento biologico”. Traduzione impropria dell’inglese living will, testamento sulla vita o sul vivente; che sia perché dalle nostre parti la vita biologica vale più della vita personale?

Ma di cosa si tratta concretamente? Le direttive anticipate (DA) rispondono al desiderio di estendere le preferenze e i valori che hanno indirizzato tutta una vita a una fase in cui non si è più in grado di esprimerle. Immaginare, mentre si è in buona salute trattamenti e cure che possono allungare la vita e valutare se siamo disposti a vivere in condizioni di dipendenza e sofferenza è faticoso in una civiltà che ancora non riconosce la cura come un bisogno di tutti e un’attività cui riconoscere valore, materiale e simbolico e non è facile nemmeno pensare a una malattia che potrebbe portarci alla morte, in una civiltà dove la morte non violenta è rimossa e quella violenta ridotta a icona.

E tuttavia a molti è capitato di essere chiamati dai medici al letto di una persona cara per contribuire a decisioni difficili, anche per gli operatori della salute. Può succedere per un evento acuto, per esempio un ictus o un grave trauma, o per una malattia che –come la demenza- comporta un lento declino della capacità. Per questo molti chiedono di poter dire anticipatamente come affrontare gli ultimi mesi di vita.

Nei paesi sviluppati l’allungamento della vita e la disponibilità di cure adeguate consegna il tempo e il modo del morire (come del nascere) alla medicina; sempre più parliamo di “processo del morire” che può essere sospeso, dilatato, accelerato. Già, ma a chi affidare le decisioni al proposito?

In tempi antichi l’approssimarsi della morte allontanava il medico, che –accettando il limite anche della propria “arte”- lasciava che il processo si concludesse “secondo natura”. Oggi la maggior parte delle morti avviene in ospedale e il loro modo e momento è influenzato da decisioni mediche in non meno del 25% dei pazienti ricoverati nei reparti di degenza ordinaria e nel 70-80% dei casi nei reparti di terapia intensiva. Se a questo aggiungiamo che all’approssimarsi della fine della vita ben l’85% delle persone perdono la capacità di comprendere le informazioni e di comunicare le proprie preferenze, di dare cioè il proprio consenso informato, si comprende l’importanza di strumenti che possono aiutare medici e famigliari non tanto a decidere “per” il malato quanto “con” il malato, sulla base delle preferenze e dei valori espressi quando è ancora in grado di farlo.

Se partiamo dall’idea infatti che ciascuno è libero di disporre di sé in merito a interventi terapeutici o assistenziali, la possibilità di esprimerle per tempo anche ai propri cari (proprio con ha fatto Eluana) eviterà che vengano fatte (da altri, famigliari o medici) scelte che per eccesso o per difetto sono contrarie al modo di intendere la vita di quella singola persona. In un recente incontro su questo tema, mi ha colpito il racconto di una “figlia” che raccontava come i suoi genitori avessero consegnato a lei volontà opposte: l’uno rifiutava ogni trattamento in caso di malattia terminale (salvo le cure palliative), l’altra chiedeva di “fare tutto il possibile” per mantenerla in vita.

La legge in discussione in parlamento può garantire il rispetto di opzioni diverse e tanto distanti?

Il primo articolo (un po’ come nella legge 40) pone le premesse perché ciò non avvenga. Con un’interpretazione discutibile degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione infatti, dichiara (art 1, comma 4) che “La Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui il titolare non sia più in grado di intendere e di volere”. Il corsivo (mio) sottolinea la gravità dell’affermazione: la vita non è disponibile a chi la vive. Tanto che (art 1, comma 5) “La Repubblica … garantisce la partecipazione del paziente all’identificazione delle cure mediche più appropriate, riconoscendo come prioritaria l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente” ma si affretta nei successivi articoli (e in particolare nel quinto – “Contenuti e limiti delle dichiarazioni anticipate di trattamento”)- a elencare le proibizioni a medici e malati.

E’ vero che (art 5, comma 4) “ può essere esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, futili, sperimentali, altamente invasive e invalidanti” ma evita di ricordare che la decisione sui trattamenti (se siano futili o sproporzionati o gravosi) non può prescindere dal coinvolgimento dell’interessato.

Per spiegare meglio questo concetto ricorrerò a un esempio (che traggo da uno scritto di Defanti sul cosiddetto accanimento terapeutico): “in un paziente operato di un tumore maligno del polmone si manifesta una metastasi a carico della colonna vertebrale che comprime il midollo spinale e provoca la paralisi degli arti inferiori e della vescica oltre ad intensi dolori … Mettiamo ora che, a seguito di un cateterismo vescicale, reso necessario dalla paralisi, subentri una grave infezione con setticemia. Il malato è altamente febbrile e a rischio di vita. Se non trattato tempestivamente con terapie antibiotiche mirate e a dosi massicce è probabile che vada incontro alla morte. Se viene trattato secondo le regole dell’arte, ha buone probabilità di guarire dall’infezione e di sopravvivere per qualche settimana o magari per qualche mese, ma sempre paralizzato e sopportando intensi dolori e il disagio di altre complicazioni dovute alla paralisi degli arti inferiori.” Come giudicare e soprattutto a chi il compito di giudicare se il ricorso agli antibiotici in un caso di questo genere sia futile o sproporzionato?

Molte persone sarebbero inclini a pensare che la somministrazione degli antibiotici rientri nella categoria dell’accanimento terapeutico, in quanto il suo risultato consente sì di prolungare la vita, ma rischia di aggravare-prolungare la sofferenza del malato; eppure … la terapia antibiotica è molto probabilmente efficace, non è sperimentale,e non è particolarmente gravosa. Il giudizio sulla sua opportunità non può dunque venire che dalla persona malata, dalle sue preferenze. L’art 3 -“divieto di accanimento terapeutico”- suona pertanto grottesco e infatti al comma 2 precisa: “Il divieto di accanimento terapeutico non può legittimare attività che direttamente o indirettamente, per loro natura o nelle intenzioni di chi li richiede o li pone in essere, configurino pratiche di carattere eutanasico o di abbandono terapeutico”.

Ma non basta (ancora). La Sig.ra Maria che decise di non farsi amputare la gamba pur sapendo di andare incontro alla morte, sulla base di questa legge, una volta incosciente, sarebbe stata obbligata a subire l’amputazione, intervento efficace ma sproporzionato agli occhi della signora, non a quelli dei medici. Il principio di indisponibilità della vita introdotto nel ddl è così un attentato non solo alle disposizioni anticipate di trattamento ma allo stesso consenso informato cosicchè il diritto alla salute si tradurrà in un obbligo al trattamento.

Con il comma 6 dell’art 5 entriamo nell’assurdo: la discussione sulla natura della nutrizione e idratazione artificiali. Malgrado il diverso avviso delle Società scientifiche italiana e europea di nutrizione (SINPE e ESPEN), i difensori della vita anche contro chi la vive sostengono che siano semplici misure d’assistenza: “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. Ma questo è sufficiente a dichiarale obbligatorie? L’alimentazione naturale si può rifiutare – lo sciopero della fame è un diritto garantito– e nessuna azione può essere imposta, salvo esplicito ricorso a una forma di violenza.

L’art 6 giunge a imporre una revisione triennale delle direttive anticipate: “Salvo che il soggetto sia divenuto incapace, la Dichiarazione ha validità di tre anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia. La DAT può essere indefinitivamente rinnovata, con la forma prescritta nei commi precedenti” cioè dal notaio! Anche se un emendamento fa riferimento al medico curante piuttosto che al notaio e a 5 anni invece di 3, questo genere di obbligo avrà l’effetto di rendere più complicata e improbabile la stesura della direttive.

Il fiduciario (Art 7, comma 4) “in stretta collaborazione con il medico curante con il quale realizza l’alleanza terapeutica, si impegna a garantire che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dalla persona nella Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. Un modo elegante per dire che le direttive anticipate non vincolano né il fiduciario e ancor meno il medico che (Art 8, comma 4 e 5): “4. Nel caso in cui le DAT non siano più corrispondenti agli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche … può disattenderle, motivando la decisone nella cartella clinica. 5. Nel caso di controversia tra fiduciario ed il medico curante, la questione è sottoposta alla valutazione di un collegio di medici: medico legale, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia, designati dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero. Tale parere non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico”.

Insomma questa legge rende le direttive anticipate complicate e inutili. Ma ridurrà gli spazi già esigui di libertà in ossequio agli imperativi Vaticani: “Spetta alla politica approvare e varare senza lungaggini o strumentali tentennamenti un in equivoco dispositivo di legge che preservi il paese da altra analoghe avventure”. L’avventura è quella di Eluana, che ha atteso 17 anni per vedere rispettata la proprie volontà e che ha potuto morire prima dell’approvazione di questa legge.

Maddalena Gasparini

www.womenews.net

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Mar 30

No al razzismo contro i Rom, L’acqua è di tutti.

Firma l’appello

A Roma, nel quartiere di Montesacro, il presidente del municipio IV ha chiuso le fontanelle pubbliche perchè i Rom non possano più utilizzarle.  Un’iniziativa per contrastare una scelta razzista.

A Montesacro, il Presidente del IV Municipio ha chiuso delle fontanelle perché dei Rom che vivono per strada, quelli che non hanno la possibilità di vivere in campi più o meno attrezzati dal Comune e che non hanno dunque l’accesso all’acqua potabile, “infastidivano” riempiendo presso di esse i cassoni dei loro camper.

E’ forse utile sapere che, tra i Rom, ve ne sono molti di origine ex-jugoslava che sono privi di documenti perché il loro paese di origine non esistono più e le anagrafi dei nuovi paesi nati in seguito alle guerre degli anni ‘90, che già avevano portato alla distruzione di molti documenti, sono state rifatte su base etnica (la Serbia ai Serbi, la Croazia ai Croati etc.) e i Rom ne sono stati esclusi.

Molti di loro, dunque, fuggiti verso la fine del regime titino e in seguito alla sua caduta, si sono trovati in un nuovo paese mentre quello vecchio gli si disintegrava alle spalle e li lasciava senza radici giuridiche.

Essi si sono trovati così esclusi dal sistema delle cittadinanze: senza più una cittadinanza di provenienza riconosciuta, non potevano chiedere quella del paese di accoglienza né per se stessi né per i loro figli nati in questo e giunti in alcuni casi fino alla terza generazione. Per cambiare cittadinanza, infatti, bisogna averne una di provenienza e i figli, in Italia, prendono quella dei genitori. Le anagrafi italiane, dunque, li iscrivono come appartenenti ai paesi della ex-Jugoslavia (per non iscriverli come italiani).

In queste condizioni, queste persone, prive di documenti e di identità giuridica, non hanno la possibilità di chiedere un permesso di soggiorno né un cambio di cittadinanza né l’apolidia perché ciò presuppone una cittadinanza di provenienza. Paradossalmente, senza una cittadinanza di provenienza, non si può neanche essere espulsi. Queste persone, dunque, non hanno sostanzialmente la possibilità di un lavoro regolare né, ad esempio, di affittare o comprare una casa o una macchina né di accendere un’utenza qualsiasi.

Nel caso dell’acqua, dunque, il loro unico accesso a questa fonte primaria di sopravvivenza è fornito dall’erogazione pubblica, negando la quale, si nega sostanzialmente loro il diritto alla vita.

Tanto premesso noi cittadini e cittadine romane ci rivolgiamo al Presidente del IV Municipio  chiedendo il ripristino immediato dell’erogazione dell’acqua delle fontanelle chiuse arbitrariamente come misure di contrasto alla presenza nei pressi di alcune famiglie Rom che vi si approvvigionavano di acqua potabile per le più elementari necessità di sopravvivenza.

Firmare l’appello e mandare una mail all’indirizzo: ilmondoiniv@gmail.com

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Mar 30

Bombe sulla Serbia,

i misteri irrisolti

A dieci anni dai bombardamenti Nato sulla Serbia restano crimini impuniti e uranio impoverito: la denuncia di Amnesty e le storie nascoste della «missione di pace». Le domande dell’Osservatorio dei Balcani

In occasione del decimo anniversario dell’inizio dei bombardamenti della Nato sulla Serbia, Amnesty International denuncia che «la maggior parte dei responsabili delle sparizioni e dei sequestri di persone di etnia albanese e serba deve ancora affrontare la giustizia ». L’associazione per i diritti umani ha pertanto rinnovato la richiesta di misure urgenti per risolvere l’enorme problema dei crimini di guerra e dell’impunità per le violazioni dei diritti umani verificatesi dal marzo al giugno 1999.

«Tanto le autorità kosovare che quelle serbe sono venute meno al dovere di avviare indagini indipendenti, approfondite e imparziali. Solo una manciata di responsabili di sparizioni e sequestri è stata portata in giudizio», ha affermato Nicola Duckworth di Amnesty International. La storia di questi ultimi dieci anni è piena di esumazioni prive di documentazione, informazioni andate perse, interferenze politiche nel sistema giudiziario, indagini abbandonate e attività duplicate, svolte senza coordinamento da organismi differenti. Tutto questo ha impedito a molti dei parenti delle migliaia di persone scomparse di riavere i resti dei propri cari e, nella maggioranza dei casi, ha significato l’impossibilità di accedere alla giustizia. Secondo le cifre fornite da Amnesty, nel 1999, oltre 3000 cittadini di etnia albanese furono vittime di sparizione a opera della polizia, dell’esercito e di gruppi paramilitari serbi; altri vennero sequestrati dai gruppi armati dell’opposizione kosovara. Circa 800 tra serbi, rom e appartenenti ad altre minoranze vennero a loro volta rapiti dall’Esercito di liberazione del Kosovo, in molti casi sotto gli occhi della forza di peacekeeping a guida Nato, dopo che il conflitto armato internazionale era cessato. 1900 famiglie serbe e kosovare ancora aspettano notizie sul destino dei propri cari. Amnesty International ha incontrato molte di esse nel febbraio di quest’anno, a dieci anni di distanza dalla propria missione effettuata nel 1999, all’indomani della fine del conflitto.

«A oggi, solo la metà dei corpi degli scomparsi è stata restituita alle famiglie per la sepoltura», ha detto Duckworth. «Queste famiglie sono a loro volta vittime di una continua violazione del diritto a conoscere la sorte dei propri congiunti. Non è stato loro garantito l’accesso alla giustizia né tanto meno a un risarcimento o a una riparazione giudiziaria». Amnesty International ha chiesto alle autorità della Serbia e del Kosovo, nonché alla missione Eulex dell’Unione europea, di cooperare sul piano giudiziario per informare le famiglie sulla sorte dei propri cari e portare i responsabili delle violazioni dei diritti umani di fronte alla giustizia.

L’Osservatorio sui Balcani - la cui nascita risale proprio a quei giorni per offrire uno spazio di informazione e riflessione - dedica uno speciale dossier «1999-2009: Dopo le bombe» che ripercorre e analizza i fatti oltre a fornire una dettagliata cronologia degli eventi. «Il 24 marzo ricorrono i dieci anni dall’intervento Nato sulla Repubblica federale di Jugoslavia.

Dieci anni dopo ci ricordiamo, noi in Serbia, noi in Europa, perché è stata bombardata l’ultima Jugoslavia? Siamo a conoscenza delle conseguenze di quello che è accaduto e abbiamo imparato qualcosa?», scrive da Belgrado Danijela Nenadic. «Non sono sicura di voler essere in Serbia il 24 marzo. Mi prende un crampo allo stomaco quando penso a quella data» - scrive la giornalista nel riportare che il 60 percento dei cittadini della Serbia è favorevole all’entrata nell’Unione europea. «Ma il nostro posto non è nella Nato. Solo il 20 percento dei cittadini appoggia l’ingresso della Serbia in questa alleanza. I motivi di certo sono noti a tutti. E saranno del tutto evidenti il 24 marzo 2009». «Ma né allora né nell’immediato futuro - conclude la giornalista - mi aspetto che si parli apertamente del bombardamento della Serbia, ne qui né in Europa. Su tutto ciò è più facile tacere. Come se nulla fosse successo».

Per l”Osservatorio sui Balcani la Nato impiegò proiettili e bombe all’uranio impoverito. Due ricercatori hanno elaborato un documento nel quale cercano di ricostruire quali effetti hanno avuto i bombardamenti sulla popolazione. E voci sempre insistenti parlano di rifiuti radioattivi in Bosnia Erzegovina: non si tratterebbe solo delle conseguenze dei bombardamenti.

La Nato ha ammesso l’uso di proiettili all’uranio impoverito durante la campagna, e alcuni giornali italiani hanno riportato la notizia della morte di 45 soldati italiani e dell’ammalarsi di cancro di altri 515 soldati. «Dieci anni dopo, il mondo ha il diritto di sapere cosa è realmente accaduto e quali sono le conseguenze di tali atti» - ha dichiarato Alessandro di Meo di Un ponte per…. Se la verità sulle vittime militari sta lentamente venendo fuori in Italia in conseguenza di proprio del sorprendente aumento dei morti e degli ammalati di cancro tra i soldati che parteciparono al Kfor.

www.Unimondo.org

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Mar 30

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, da Istanbul, invia questo messaggio di forza e di speranza a tutti i territori in lotta, che oggi festeggiano questo storico

22 marzo 2009.

In contemporanea al controfurm, che in questi giorni ha ospitato più volte delegazioni di parlamentari curdi, ieri è stata anche la giornata del Newroz. Alla festa per eccellenza della popolazione curda, vicino ad Istanbul hanno partecipato oltre 100.000 persone. Era presente anche una delegazione italiana, che ha affisso il proprio striscione sotto il palco principale in difesa della Vallata di Hasankayef, in segno di solidarietà e in appoggio alla lotta contro la costruzione delle dighe in Turchia, in particolare la diga di Llisu, nel Kurdistan turco.

E poco fuori la città, in 100mila festeggiano il Newroz kurdo, con la partecipazione di una delegazione italiana.

“Non importa quello che succederà oggi, ultimo giorno del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua. Abbiamo detto chiaramente in faccia a questi signori che il Forum è illegittimo, indemocratico, scorretto. Sono imbarazzati, disorganizzati, confusi. Qualsiasi cosa accada oggi, noi abbiamo vinto”.

E’ Maude Barlow che parla. La rappresentante dell’Onu,  e attivista per la difesa dell’acqua, ha tenuto ieri un incontro con i movimenti provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Istanbul per il Forum Alternativo dell’Acqua.

Attraverso le tante figure – istituzionali e non – che per tutta la settimana hanno partecipato ai lavori del vertice mondiale dissentendo fortemente dai contenuti e dall’impostazione, e partecipando contemporaneamente e in maniera costruttiva alle iniziative del Forum alternativo, il movimento globale per l’acqua pubblica e come diritto umano, può dire di aver registrato una grande vittoria.

Anche il Ministro dell’Acqua boliviano, Renè Orellana, presente agli incontri del Controforum con una delegazione, ha sottolineato quanto siano profonde le divisioni fra gli stati partecipanti al Forum ufficiale.

Sono emerse le contraddizioni di un incontro che per anni è riuscito a sostenere l’ambiguità del Consiglio Mondiale dell’Acqua, organismo privato strettamente connesso alla Banca Mondiale e alle multinazionali dell’acqua.

E la forza di un movimento mondiale che ha saputo farsi ascoltare.

“Abbiamo fatto grandi passi in avanti – ha continuato Maude Barlow – stiamo andando tutti verso la stessa direzione. Grazie per la lotta fatta. Grazie ai movimenti latinoamericani che per primi l’hanno cominciata. Andiamo avanti assieme. Questa settimana è stata storica”.

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

Istanbul, 22 marzo 2009

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Mar 30

La vagina dentata

"Denti" è un film horror. Cioè: è horror per quelli ai quali spaventa l’idea di scoprire che una vagina può azionare dei denti quando di sente infastidita da qualcosa. Personalmente ho riso alle lacrime. Quindi è una commedia. Una commedia horror.

Il film di Mitchell Lichtenstein prende ampiamente spunto dal mito della "vagina dentata". E’ una intelligente proposta che parla di sessualità adolescenziale, di terrorismo psicologico moralista, sullo sfondo: un panorama di quelli americani tutti prati verdi e laghi limpidi interrotto da due ciminiere industriali che vomitano fumi neri e inquinamento con il quale gli abitanti della storia convivono senza alcun problema. Le ciminiere ci sono sempre, quasi fossero un altro protagonista, un personaggio tra i personaggi.

Lei, la protagonista, è una attivista di una di quelle sette per la purezza e la verginità fino al matrimonio che vanno di moda in america (da noi non servono, basta il papa e il movimento per la vita). Con l’adolescenza arrivano le prime voglie, le curiosità e tutte sono fraintese, forzate, sfruttate da ragazzi o uomini che vedono materializzarsi una delle paure più ancestrali che li accompagna per tutta la vita.

La vagina con i denti è un simbolo che ci è stato attribuito nella storia per dare un nome all’ansia da castrazione, alla paura della perdita dell’attrezzo che più di qualunque altro viene considerato importante per il genere maschile. Senza il pene un uomo cos’e'?

La vagina della protagonista è una potente arma respingente degli intrusi. Accetta chi la conquista e la seduce e mozzica quelli che tentano di stuprarla o molestarla. Mente e vagina  agiscono all’unisono. Per ogni pene mozzato nessuna macchia di sangue sporcherà la ragazza. Lei resterà pura. Esilarante la scena nella quale un cane mangia quel che resta di un pene mentre il suo padrone (del cane e del pene) perde la spocchia assieme alla speranza di vederselo riattaccare.

E’ un film che sono certa piacerà moltissimo a quelle che pensano alla giustizialista castrazione chimica come soluzione semplificatrice ad un più ampio problema che è costituito da una diffusissima cultura dello stupro.

E’ un film che è piaciuto molto anche a me per altri motivi: tra le cose evidenti dice qualcosa di molto importante. A giocare al terrore sessuofobico si creano mostri repressi e persone penecentriche (androcentriche per i più colti).

Eve Ensler nei suoi "Monologhi della vagina" [guarda il video] ci ricorda come il pene sia considerato uno status symbol mentre la vagina sia persino impronunciabile a tal punto che le donne la chiamano in mille modi diversi, riferimenti allusivi come "cosina" o "la’ sotto", pur di non definirla precisamente per quello che è.

Il film "Denti" ci fa ridere dei pregiudizi, li ridicolizza, li distrugge. Perciò mi sembra un buon lavoro. Dopo le ultime notizie a proposito di stupri italici è terapeutico guardare un film così. Buona visione.

http://femminismo-a-sud.noblogs.org

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Mar 30

Dall’estrema destra slogan choc contro

i disabili

E’ successo alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non.

Appena lo vede e capisce quello che c´è scritto sopra Davide si mette a piangere. Si guarda intorno: tra i suoi amici facce smarrite, espressioni incredule. E laggiù, sotto quello striscione su cui è scritto "Travestiti da disabili, ma con le pance piene, siete sempre e solo iene", indifferenza e tracotanza. Piange. E tra le lacrime dice: «Io non sono travestito da disabile. Io sono Down».

È successo sabato, alla Festa della Primavera organizzata nella sua sede di via della Farnesina, nel XX municipio, dalla cooperativa Effetto Natura. Una festa per le famiglie dei ragazzi disabili e non che in questi mesi hanno lavorato insieme: erano più di 300 con le loro famiglie e i loro amici. Stavano tutti percorrendo il Sentiero delle Stelle o il Giardino delle Farfalle, i due progetti realizzati insieme, quand´ecco che sono arrivati: 20 persone di Casa Pound e del Blocco Studentesco. Hanno innalzato il loro striscione mentre noi scout, racconta Virgilio, «ci siamo messi intorno all´ingresso. Alcuni di quei ragazzi, infatti, sono noti nel quartiere: teste calde, pronti a menare le mani».

Andrea Antonini, consigliere de La Destra del XX municipio e coordinatore regionale di Casa Pound Italia, ha poi spiegato che la protesta è nata per la «finta inaugurazione di un centro disabili», che la giunta Veltroni, «per il tramite della sua delegata alla disabilità, Ileana Argentin» ha voluto assegnando «uno dei pochi spazi pubblici del XX Municipio», «non si sa bene su quali basi», visto che da quando ha inaugurato (ottobre 2008) non ha fatto «un solo giorno di attività finalizzata all´accoglienza dei disabili».

«Usare questo atteggiamento demagogico e presentarsi in quel modo davanti a ragazzi con sofferenze vere è una vergogna» ha detto Ileana Argentin. «Un atteggiamento che esprime solo arretratezza culturale e assoluta mancanza di solidarietà». Flavia Caruso, ideatrice della cooperativa (e madre di un ragazzo Down di 15 anni), nonché naturalista e responsabile dei progetti di educazione e formazione ambientale dell´ufficio scolastico regionale del Lazio, ha poi spiegato che «quando individuammo questo terreno era in completo stato di abbandono. C´era un capannone ricoperto di eternit (amianto) e per il resto l´area era un vero immondezzaio. Era il 2005. Alla fine siamo entrati nell´ottobre dello scorso anno, pochi mesi fa. Non abbiamo finanziamenti, si regge tutto sul volontariato. Tra i soci» continua la Caruso, «ci sono anche disabili. Il nostro obiettivo è l´integrazione: far lavorare insieme disabili e non. Come è successo con il Sentiero delle Stelle, realizzato da scout e Down».

 

Rori Cappelli

23 marzo 2009

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Mar 30

CONTRO

IL NUCLEARE,  

AD ALESSANDRIA

ED IN OGNI LUOGO

Per impedire il deposito nucleare ad Alessandria bisogna  presentare

il ricorso al Tar del Lazio, entro fine mese.

Per presentare il ricorso necessitano 4.000 euro per le spese legali.

I tempi sono strettissimi. Invitiamo perciò tutti a segnalare urgentemente

la somma con cui sono disponibili a contribuire. Pubblicheremo di volta in

volta l’elenco dei sottoscrittori.

Poi, appena raggiungeremo i 4.000 euro, indicheremo  le modalità

per il versamento del contributo.

Se non li raggiungeremo, le generazioni presenti e future alessandrine

si terranno il deposito nucleare, radioattivo per 26.000.000.000 di Bequerel

(26 miliardi, iniziali). Dunque dipende da noi tentare di impedirlo.

A questo punto l’invito a contribuire diventa pressante.

Sarebbe una grave iattura fallire l’obbiettivo proprio quando si è ad un passo,

e sarebbe un  brutto segnale per la nostra battaglia contro il rilancio del

nucleare in Italia.  

Manca infatti una settimana alla scadenza del 31 marzo e

la sottoscrizione non ha ancora raggiunto i 4.000 euro indispensabili

per le spese legali del ricorso al Tar Lazio. Siamo a quota 3.428 euro.

Primi promotori:

Legambiente Piemonte Settore Energia

Medicina democratica 

Associazione dei Comitati della Fraschetta

Pro Natura Piemonte

Rete ambientalista della provincia di Alessandria

Progetto ambiente

AFA Amici delle ferrovie e dell’ambiente

Gevam onlus

Rete nazionale Rifiuti zero

Circolo alessandrino movimento Decrescita Felice                                                                                                                                                           

Partecipa a questa battaglia contro il nucleare in Italia!

Aderisci. Diffondi questo appello.

contattare:

linobalzamedicinadem@libero.it

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Mar 30

Due morti (e 18 feriti) alla messa del Papa

Il buon Dio, che ovviamente segue con grande sollecitudine il suo rappresentante in terra, e naturalmente non si nuove foglia che Dio non voglia, ha condannato a morte due poveri deficienti che si accalcavano per vedere il Papa in Angola, e dei diciotto feriti gravi si occuperà dopo essersi consultato con la divina provvidenza. Probabilmente li condannerà a morte perché il loro cuore non era puro, avevano nascosto simpatie islamiche.

E’ singolare che i miracoli non avvengano mai quando vi è una massiccia presenza di preti e sarebbero utili a salvare vite, ma vogliamo interpretare che queste morti assurde, che saranno immediatamente dimenticate, vogliono gettare una ombra di morte sulla dichiarazione papale fatta in Camerum, che ci spiegava che i preservativi non servono a salvare la vita, anzi aggravano il problema dell’AIDS. Per la mia sensibilità “maledetto sedicesimo” ha passato il segno, condanna a morte quegli idioti che daranno retta alle sue parole, e mi sento autorizzato a qualunque insulto e denigrazione contro questo “difensore della vita”.

Berlusconi invece, completamente disinteressato all’appoggio elettorale della Chiesa, approva le parole del Papa e difende il suo “insostituibile ruolo nella società”.

Per noi laici questo Papa va benissimo, sputtana la Chiesa come le migliaia di preti pedofili pizzicati a molestare sessualmente i giovanissimi, ha scontentato ebrei e musulmani, e se fossi in lui comincerei a stare attento al sapore dei cibi consumati, buona parte della Curia gli è contraria e quelli conoscono bene come fargli fare la fine di Papa Luciani.

Paolo De gregorio

22 marzo 2009

www.bellaciao.org

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Mar 30

Cari Hermanos,

il nostro adagio "RESTIAMO UMANI" , diventa

un libro. 

E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro, scritto al meglio delle mie possibilità, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito  piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate, o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna  all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso, sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,  impregnate di fosforo bianco,  taglienti di schegge d’esplosivo.

Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri  delle nostre urla di terrore, e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori  che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro, vicino alla portata dei bambini, di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza. In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia. Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore, vale dire Vittorio Arrigoni, me medesimo,

andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage, affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una  serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.

Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :"e’ arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare"), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede, da qui nasce la mia scommessa,  sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno  dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.

Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di  volontariato, di vita, di sbronza.

E più in là ancora, proporlo a biblioteche, agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà. Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet) e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi,  legarsi.

Non siamo pochi, siamo tanti,  e possiamo davvero contare, credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto, e fra due settimane nelle librerie. Confido in voi, che confidate in me, non per i morti ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale