Viaggio tra le badanti di Verona (Italia)
Si parla tanto di badanti in questi giorni. Molte di loro non sono in regola e ora, con il decreto sicurezza, temono di perdere il lavoro e di dover far ritorno al proprio paese d’origine. Un giovane ricercatore della Bocconi, Pierangelo Spano, ha pubblicato un libro-inchiesta sulla situazione nel Veronese. Uno spaccato che racconta di donne sole e volenterose e di uno Stato assente, che finge di non sapere che senza questo sommerso sarebbe un caos sociale.
Assistono per lo più anziani al di sopra dei 75 anni, per la maggior parte di loro si tratta della prima esperienza lavorativa, arrivano grazie al passaparola di chi a Verona lavora già in qualche famiglia. Sono le badanti provenienti dall’Est Europa, donne le cui faccende domestiche si mischiano a quelle infermieristiche. Signore e ragazze di cui le famiglie scaligere sanno poco o nulla, non il titolo di studio né i lavori precedenti. Rimangono almeno un anno con, quando esistono, forme di contratto ambigue e precarie, ricoprendo l’insufficienza del settore pubblico nell’assistenza agli anziani.
E’ ciò che emerge dalla ricerca di un esperto del Cergas (Centro sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale) dell’università Bocconi di Milano, Pierangelo Spano. Lo studio, basato su 862 interviste telefoniche fatte a famiglie veronesi, è ora un libro “Le convenienze nascoste dell’assistenza agli anziani”. Un testo che ha come obiettivo quello di mettere in luce quanto il nostro Welfare risparmi grazie al sistema delle badanti e che contribuisce a delineare i contorni di questa figura sempre più diffusa nella città scaligera.
A ricorrere ad aiuto esterno per l’assistenza al proprio caro sarebbe il 5,2 per cento delle famiglie veronesi, che per il 57,7 per cento contatterebbe la badante attraverso quelli che Spano chiamo i “network personali” e cioè i conoscenti o i parenti. Solo il 15,5 per cento dei casi infatti arriva nelle case scaligere attraverso agenzie o servizi messi a disposizione da strutture pubbliche. “A una selezione fatta in maniera tutto sommato poco attenta alle competenze, corrispondono – spiega Spano – una definizione altrettanto imprecisa dei compiti e delle mansioni. Spesso a queste donne si richiede più che delle vere competenze un’assistenza continuativa 24 ore su 24, è questa infatti la motivazione più frequente che sta alla base di molte scelte”.
E per il 57 per cento di queste nuove figure assistenziali, per lo più provenienti dall’Europa dell’Est (ma non mancano badanti italiane, quasi sempre vedove o pensionate), si tratta della prima esperienza lavorativa per la quale non possiedono alcun titolo di studio. Le criticità del rapporto però, a leggere i risultati della ricerca, non sono percepite nell’inadeguatezza professionale, che viene lamentata solo dall’8 per cento di coloro che hanno risposto alle interviste telefoniche, bensì nelle difficoltà di regolarizzare le immigrate e nel turnover troppo elevato (12 per cento).
Secondo il ricercatore della Bocconi il fenomeno si sarebbe sviluppato come “risposta spontanea a un’insufficienza del settore pubblico nell’assistenza agli anziani. Tutti gli attori hanno alcune convenienze nascoste a perpetuare una situazione che però non è ottimale. Per le famiglie si tratta del modo più economico di risolvere o minimizzare l’impatto di una problematica pressante; per le immigrate è un mezzo di sussistenza ottenibile senza grande specializzazione, mentre il sistema pubblico evita di doversi interrogare sull’adeguatezza delle soluzioni proposte”.
Jessica Cugini
06.07.2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale


