Lug 30

La vicenda di Umbria Olii di Campello sul Clitunno (Pg) è tornata alla ribalta delle cronache, certo non per volontà dei familiari delle vittime di quel tragico incidente del 25 novembre 2006 che provocò la morte di quattro operai, saltati in aria, mentre nel piazzale dell’azienda erano intenti ad effettuare un intervento di manutenzione; bensì per l’accanimento del proprietario dell’impresa Giorgio Del Papa, tornato all’attacco in modo imprevedibile. Rinviato a giudizio per strage con accuse pesanti che vanno dall’omicidio plurimo colposo all’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione, ha presentato ai familiari delle vittime di quella terribile sciagura una richiesta di risarcimento danni per l’incredibile cifra di 35 milioni di euro.

Con forte coinvolgimento pubblichiamo la lettera di Lorena Coletti, sorella di una delle vittime. la sua indignazione è la nostra di fronte al vergognoso e disumano atteggiamento dell’industriale.

Lettera di Lorena Coletti

Sono Lorena Coletti sorella di una delle vittime della strage della Umbria Olii.

Il 25 novembre 2006 quattro uomini si alzarono e partirono per andare al lavoro per guadagnarsi da vivere.

Era di sabato, il lavoro lo avevano iniziato il martedì, dovevano installare delle passarelle sopra a dei silos. 

In quei silos c’era gas Esano, gas molto infiammabile, questo poiché nessuno aveva fatto una bonifica di questi silos.

Verso le 13 di quel maledetto giorno una enorme esplosione avvenì.

Venni a sapere della notizia solamente la sera molto tardi.

La moglie che lo aspettava per il pranzo non vedendolo tornare fece un giro di telefonate verso i suoi colleghi, ma fu un vano tentativo, perchè non ottenne nessuna risposta.

Fino a che non telefonò alla moglie del datore di lavoro che gli diede la notizia.

Giuseppe Coletti mio fratello,Maurizio Manili datore di lavoro,Vladimir Thode e Tullio Mottini erano morti nell’esplosione. Unico sopravvissuto Dimiri Claudio.

Il proprietario della Umbria Olii fu indagato e rinviato a giudizio con l’ accusa di omicidio plurimo con l’ aggravante della colpa cosciente e della previsione dell’evento.

Secondo l’ accusa Del Papa avrebbe dovuto avvertire i lavoratori della ditta Manili, della pericolosità delle sostanze contenute nei serbatoi dove non era mai stata fatta la bonifica.

Un’omissione che sarebbe secondo i giudici e i periti dell’accusa, alla base dell’incidente causato dall’utilizzo di una fiamma ossidrica per terminare i lavori sulla superficie metallica dei silos.

Il 24 novembre prossimo doveva iniziare il processo penale, ma Giorgio Del Papa e la sua difesa impugna il tutto facendo ricorso in Cassazione.

Oggi apprendo la notizia dal mio avvocato che la cassazione decide a ottobre sul rinvio a giudizio penale.

Ma per la seconda volta viene alla mia famiglia fatta un’ altra richiesta di risarcimento.

Sono passati quasi tre anni, e l’ anno scorso ci fu la prima richiesta: di oltre 35 milioni di euro.

Ora mi chiedo se anche quest’anno la cifra sia sempre quella oppure, se hanno messo a conto anche gli interessi, visto il tempo che è passato.

Sottolineo che a mio fratello Giuseppe Coletti e’ stata stroncata la vita, e a Giorgio Del Papa non è stato neanche dato un giorno di carcere e tanto meno di arresti domiciliari.

Questa e’ la giustizia Italiana!!!!!

In tre anni mio fratello e’ stato ucciso diverse volte ora dico basta.

Degli operai che partono la mattina per fare il loro dovere, per mantenere la famiglia e fare una vita onesta e dignitosa, non meritano di morire.

Come non meritano che la loro dignità’ venga calpestata da assurde richieste di risarcimento, mandate da chi li ha uccisi .

Non lo permetto.

Mi chiedo come un uomo se si può chiamare uomo, abbia il coraggio di alzarsi la mattina e di specchiarsi con quattro morti che pendono sopra la sua testa.

E’ una cosa che mi fa venire i brividi solo a pensarci, mi chiedo se ha un cuore o al suo posto una pietra.

Vorrei che lui sapesse che la vita di quattro persone vale molto più’ di qualsiasi cifra che lui chiede.

Ma il peggio di tutto e’ che e’ ancora libero e che lo stato Italiano gli permette di fare queste cose.

Chiedo inoltre di poter incontrare il Presidente della Repubblica per poter parlare personalmente con lui.

Io non mi arrenderò e non permetterò più che la memoria di mio fratello e delle altre vittime venga calpestata, sono esseri umani morti per lavorare non per divertimento.

Finchè avrò vita li difenderò; di sicuro non mi limiterò a fare fiaccolate, ma cercherò di fermare chi ancora una volta vuole calpestare i lavoratori di Italia.

Basta prendersela con Giuseppe Coletti e le altre vittime della Umbria Olii.

Saluti

Lorena Coletti

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Lug 30

Otto anni dopo ci sono solo le ferite

Era il gennaio del 2001. Il biellese non era ancora una zona depressa industrialmente come oggi ma già i primi segnali che la concorrenza cinese nel settore tessile si stava facendo dura erano nell’aria.

In quaranta giorni vi furono tre incendi enormi in tre grandi fabbriche. La prima a bruciare fu la Pettinatura Biellese di Vigliano. Più che bruciare esplose, senza una ragione che si è mai compresa appieno. Vi furono tre morti: Tuban Renzo, Roccallo Graziano e Colleta Carlo. Cinque invece furono i feriti gravissimi, ustionati. Fralla Mauro era uno di questi. Sono passati otto anni ed il ricordo di quella tragedia è raccontato dai segni ancora presenti delle bruciatura che gli portarono via una parte del corpo. «Ricordo che stavo salendo le scale interno dello stabilimento, quando sentii uno strano odore. Non ebbi nemmeno il tempo di riflettere che venni investito da un palla di fuoco. Ebbi il riflesso di buttarmi per terra così le fiamme attaccarono solo una parte del mio corpo. Da quel giorno la mia vita è molto difficile, in ogni momento». E questo gli salvò la vita perché con le parte integre di epidermide negli anni successivi poté sottoporsi a decine di dolorosi trapianti. Oggi Mauro Fralla vive con una misera pensione data dall’invalidità al 65%. Passa il suo tempo a pensare a quel giorno e facendo dolorosa riabilitazione che, molto probabilmente non terminerà mai. Gli altri morirono invece perché le fiamme non gli lasciarono scampo. La Pettinatura di Vigliano era la fabbrica leader a livello europeo con 350 dipendenti ma negli anni passati dentro lo storico stabilimento si giunse fino a 3mila dipendenti, se non di più.

Prive di una spiegazione razionale si sospettò ancora il dolo. Borghezio parlò di mafia, di racket. Al tempo gli extracomunitari non andavano ancora di moda.

Certo nelle industrie tessili gli incendi non sono infrequenti, anche se vecchi operai dicono ancora oggi di non rammentare esplosioni come quelle avvenute in quelle settimane. Alla Pettinatura Biellese di Vigliano poteva essere una strage, evitata solo grazie al fatto che nella fabbrica era in corso uno sciopero per il rinnovo del contratto integrativo e i dipendenti presenti erano pochissimi. Il complesso industriale, già di proprietà dei conti Fracassi, sorge a Vigliano Biellese, un paesone a circa 5 chilometri da Biella. Un tempo zona industriale oggi distesa di capannoni vuoti e centri commerciali.

La Pettinautura è una carderia, ovvero dove le balle di lana usate vengono lavorate per essere poi lavate e rifilate. È un processo pericoloso, in quanto a volte fra i tessuti vi sono residui metallici che si surriscaldano a contatto con i macchinari. «Ma un’esplosione è inspiegabile» affermarono gli inquirenti subito dopo la tragedia.

In mezzo finì anche un povero saldatore, sospettato di aver lavorato troppo vicino alle balle di lana. Dopo qualche anno si aprì un processo dall’esito non scontato, e sul banco degli imputati salirono gli amministratori Maurizio Fracassi Ratti Mentone, 39 anni e Giuseppe Vaglio Rubens, 38 anni e il responsabile della sicurezza e prevenzione Ennio Coppa, 54 anni. Il processo si imperniò sulle perizie riguardanti le polveri che giravano nello stabilimento, se potessero essere o meno costituire un pericolo tale da giustificare la tragedia. Perizie opposte, come da copione, vennero presentate da difesa ed accusa. Nel novembre 2005 tutti vennero condannati a due anni per omicidio colposo. Secondo i giudici l’incidente non era prevedibile (da questo specifico capo d’accusa gli imputati sono stati infatti assolti) ma l’azienda leader in Europa per quanto riguarda il settore delle pettinature nel 2001 era inadeguata sotto il profilo della sicurezza e pericolosa per i lavoratori.

Dopo il primo grado l’interminabile appello, ancora in corso, tempi biblici della giustizia italiana.

La vicenda della Pettinatura Biellese quindi come esempio di un circolo vizioso che sembra non volersi arrestare a e che parla di insicurezza sul lavoro, disastri, morte, pentimenti (per un po’), risarcimenti economici, processo, condanna. E poi tutto come prima.

Tuban Ermenegildo è il fratello di una delle vittime, Renzo. Sono passati otto anni da allora, ma tuttora non riesce a vivere senza altro pensiero nella testa. «Anche io lavoravo alla Pettinaura Biellese, anche io vedevo che le condizioni di lavoro erano precarie, come poi hanno constatato i giudici. Dopo una tragedia simile è come se la vita dei famigliari, di chi rimane in genere, venisse meno. Arriva qualche soldo, nel mio caso pochissimi. E poi tutti si dimenticano, torna tutto come prima. Così alla televisione non fai che sentire di nuovi incidenti, nuove esplosioni nelle fabbriche, nuove morti. Non cambia mai nulla in questo paese senza giustizia»

Maurizio Pagliassotti

Liberazione

28/07/2009

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Lug 30

Da Genova a Roma per chiedere aiuto: ridateci i nostri figli

Marisol, Consuelo, Elena, Laura e chissà quante altre. Minimo comun denominatore delle loro storie è quello di essere ecuadoriane, di avere quasi sempre mariti italiani e violenti, e di imbattersi in istituzioni sorde, distratte, complici, razziste. Per la burocrazia sono quasi sempre matte e spesso hanno avuto rapporti difficili con le polizie. Ieri in dieci sono scese a Roma, viaggiando di notte, per incatenarsi di fronte al ministero di Giustizia. Come hanno visto fare in tv alla mamma di Denise Pipitone. Ma mica glielo hanno fatto fare, anzi, le hanno confinate in un angolo di piazza Cairoli, lontano dall’ingresso del Guardasigilli. Una delegazione è salita e pochi minuti dopo è scesa. «Vi faremo sapere». Così hanno deciso di andare a Montecitorio a vedere se trovavano orecchie più attente alla commissione Affari sociali. Qualcuna ha con sé album di fotografie e disegni delle creature che hanno perso o rischiano di perdere. Perché in comune hanno anche il fatto di essersi viste togliere i figli, affidati ai padri o ai servizi sociali. Sono la punta di un iceberg. Come loro, solo in Liguria, ci sarebbero centinaia di madri terrorizzate, confuse. A marzo, una come loro s’è barricata con 5 figli nel consolato ecuadoriano di Genova.

Marisol ha 40 anni, da undici è a Genova. Voleva aprire un ristorante, specialità ecuadoriane, ma il padre di sua figlia l’ha minacciata. «Guai a te!». Così adesso Marisol fa le pulizie. Il padre di sua figlia, pare, voleva la casa dove abitavano. E voleva la bimba. Il padre di sua figlia aveva un’altra donna. Un giorno le piombò in casa con altri uomini in divisa. Poliziotti. Poliziotti che scappano quando Marisol chiama i carabinieri. Poi capita in questura, all’ufficio passaporti, e riconosce l’altra donna, in uniforme, che era venuta a casa sua per dirle che o rinunciava alla bambina oppure l’avrebbe fatta rinchiudere in manicomio. Il padre della bambina menava Marisol e sua madre che era venuta dall’Ecuador per darle una mano. Quando è iniaziata la "guerra", Ilaria aveva un anno, ora ne ha sei. Quando arrivò la carta che spiegava l’affidamento ai servizi sociali, Marisol pensò che "servizi sociali" sono due parole positive. Che magari c’era qualcuno che avrebbe messo una buona parola per far tornare la pace. Invece scoprì che il padre della sua bambina le aveva sottratto la casa dichiarando il falso. Era il 17 dicembre del 2007. Marisol non capisce tanto accanimento. Sa che «tutti i giorni ci sono persone che si lasciano». Ammette l’ingenuità, capisce di essere stata derubata. Decide di ribellarsi. Ilaria, intanto, racconta a scuola che il padre la picchia. La dirigente scolastica dichiara di non aver mai avuto contatti con i servizi sociali che, invece, l’avrebbero dovuta seguire. Semplicemente non si sono mai fatti sentire. Eccetto che per allontanare la bambina dalla scuola dopo la denuncia della madre.

Cinquecento, novecento, chi lo sa davvero quante siano le madri ecuadoriane come Marisol. Minimo comun denominatore delle loro storie è quello di avere quasi sempre mariti italiani e violenti, e di imbattersi in istituzioni sorde, distratte, complici, razziste. Per la burocrazia sono quasi sempre matte e spesso hanno avuto rapporti difficili con le polizie. Come ieri, ad esempio, che in dieci sono scese a Roma, viaggiando di notte, per incatenarsi di fronte al ministero di Giustizia. Come hanno visto fare in tv alla mamma di Denise Pipitone. Ma mica glielo hanno fatto fare, anzi, le hanno confinate in un angolo di piazza Cairoli, lontano dall’ingresso del Guardasigilli. Una delegazione è salita e pochi minuti dopo è scesa. «Vi faremo sapere».

Così hanno deciso di andare a Montecitorio a vedere se trovavano orecchie più attente alla commissione Affari sociali. Qualcuna ha con sé album di fotografie e disegni delle creature che hanno perso o rischiano di perdere. Consuelo ha 41 anni, madre single, e una lettera che attesta come sia una eccellente badante di una donna malata di Alzheimer. Salvatore, il suo bambino, ha sette anni ma quando era all’asilo la maestra l’ha bollato come «maniaco sessuale, pericoloso, che fa disegni bruttissimi». Consuelo li ha portati. Rimira quegli alberi, le nuvole, i semafori, le case e i cuori e i camion e i soli e proprio non capisce cosa ci sia di anormale. Racconta di Salvatore che tornava da scuola con i lividi e delle maestre che dicevano che era bugiardo a dire che lo picchiavano. «Si butta per terra, è aggressivo, è un bambino bugiardo». Ma Consuelo non se la beve. L’assistente sociale rivolta la frittata e dice che sarebbe la madre a maltrattarlo. Così dal 22 aprile, Salvatore è affidato a una comunità ma è felice solo quando può vedere la madre. A scuola non ha imparato granché ma forse ce lo portano tardi e lo tengono separato. Il suo diario è come nuovo. I rapporti dei servizi sociali dicono che non collabora e insinuano abusi sessuali. Mica è facile raccontare una storia del genere. A chi piacerebbe dire che il suo uomo è un violento? A Elena sembrava fosse andata discretamente con quell’affido condiviso ottenuto tre anni fa. Suo marito era troppo violento, una volta le ha rotto il setto nasale, un’altra le ha puntato la pistola in faccia. Sono stati sposati sei anni, a Imperia. Lui è un impresario edile tra la l’imperiese e Montecarlo. Ma questo non gli ha impedito di reclamare all’ex moglie 600 euro al mese per il mantenimento del figlio. L’ha sempre minacciata di soffiarle il bambino quando avrebbe iniziato le scuole e così è stato. Quando Claudio ha compiuto sei anni una psicologa l’ha affidato ai servizi sociali e collocato nella casa del nonno, dove sta il padre. Lei lavora a Marassi in una lavanderia, lo riesce a vedere un paio di volte al mese. Claudio sta male a Imperia, è sempre vissuto a Genova e forse suo padre lo picchia. Così dice il bambino all’assistente sociale. E se fosse vero c’è il rischio che venga dato in adozione. Allora poi una ci diventa davvero matta. Laura , 28 anni, per dire, non vede la sua Chiara da più di due anni, da quando aveva otto mesi. Gliel’hanno presa quando ne aveva due perché una perizia diceva che non era idonea ma immatura. Con suo marito hanno deciso di ricorrere in appello. Ci sarà a settembre ma intanto hanno perso le tracce della creatura. Guarda il cronista e chiede: «Lei che ne pensa?».

Chissà cos’è accaduto quattro anni fa tra Marta , 30 anni da 9 ad Alessandria, e quella «ricca signora di Bordighera» in casa della quale era badante il suo ex marito. Oppure chissà cosa è accaduto tra l’uomo e la ricca donna. Perché Marta racconta un accanimento fuori dal comune che l’ha portata a ricevere una denuncia per maltrattamento di minore con tanto di carabinieri e assistenti sociali a piombarle in casa per portarle via Maria, che ora ha dieci anni. «Eravamo sereni!», giura. Per sette mesi non l’ha vista e la bimba è come se non la riconoscesse. All’inizio della primavera, suo padre l’ha portata in Ecuador per sottrarre a Marta la patria potestà. Lei l’ha denunciato per rapimento e dice di non aver mai incontrato qualcuno che l’aiutasse.

Marta, Laura, Elena, Consuelo e Marisol sembrano la punta di un iceberg. Come loro, solo in Liguria, ci sarebbero centinaia di madri terrorizzate, confuse, senza nemmeno le parole per dire il dolore. A marzo, una come loro, s’è barricata con 5 figli nel consolato ecuadoriano di Genova. La loro è la comunità migrante più numerosa all’ombra della Lanterna. «L’obiettivo è quello di impiantare una vertenza, un tavolo col ministero per chiarire queste storie di discriminazione e indifferenza istituzionali», spiega a Liberazione Edgar Galiano, segretario del Comitato Immigrati che accompagna tra Via Arenula e Montecitorio l’invisibile corteo di donne.

Checchino Antonini

Liberazione

28/07/2009

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Lug 30

AVVISO: LILA DIFFIDA QUANTI CHIEDONO CONTRIBUTI E OFFERTE UTILIZZANDO IL NOME E IL LOGO LILA!

Purtroppo si stanno moltiplicando le segnalazioni, che giungono alle nostre sedi, di episodi di richieste di denaro a nome LILA, da noi non autorizzate. Nelle segnalazioni sinora ricevute le richieste sono avvenute attraverso contatto telefonico o in strada dove vengono anche offerti dietro compenso materiali informativi con il nostro logo, che LILA generalmente lascia gratuitamente in ambulatori, centri di malattie infettive ecc.

Invitiamo quanti vengano contattati a rifiutare qualsiasi richiesta di danaro e a informarci tempestivamente (cell. 3480183527 o segreteria@lila.it).

La LILA diffida e procederà con denuncia contro chiunque verrà trovato a raccogliere donazioni senza essere autorizzato dall’Associazione stessa.

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale

Sep 06

I prodotti Herbalife possono agevolare lo snellimento o la perdita di peso, se inseriti nell'ambito di una dieta ipocalorica controllata. Anche se alcuni prodotti Herbalife possono essere utilizzati in sostituzione di un pasto, essi non sono tuttavia destinati ad essere usati come sostituti dell'intera dieta di una persona, e dovrebbero essere integrati da almeno un pasto completo quotidiano.
I prodotti sono notificati al Ministero della Salute. La notifica non implica accettazione, da parte del Ministero della Salute, di qualsivoglia messaggio a carattere pubblicitario.
I prodotti non sono medicinali e non sono trattamento o cura di malattie.

Tutti o quasi, sanno che lavorare da casa è oggi in una fase di forte evoluzione e intraprendenza.
Fino a qualche anno fa una famiglia poteva vivere agiatamente in presenza di uno stipendio, ora è diventato molto difficile anche con due e le cause di questo fenomeno sono molteplici.
In primis aumenta di anno in anno il costo dei beni di prima necessità, chi fa la spesa tutti i giorni lo sa, anche le spese mediche, i trasporti e molti altri servizi aumentano generalmente di più di quanto aumentano i nostri stipendi. E c'è anche un altro motivo.
Per questo motivo Herbalife propone un sistema di lavoro da casa particolarmente utile ed efficace: provare per credere!

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale »

Lug 30

Unicef:

I bambini immigrati in Italia stanno peggio

La qualità della vita dei minori immigrati è generalmente peggiore di quella dei bambini europei, e l’Italia, poiché le migrazioni sono state più recenti, è una delle nazioni in cui la differenza si sente maggiormente. Questa la sintesi della ricerca sui minori migranti condotta dall’Unicef che sarà presentata ufficialmente il prossimo autunno, e di cui Redattore sociale dà anticipazione in attesa della presentazione ufficiale prevista per il prossimo settembre.

In Europa il 7 per cento dei bambini è figlio di genitori immigrati, e sale all’11 per cento se si considerano i figli di immigrati che sono nati in Italia. Lo studio, condotto dal professor Donald Hernandez [per l’Europa] e dai professori Letizia Mencarini, Emiliana Baldoni e Gianpiero Della Zanna [per l’Italia], ha evidenziato che i bambini e i giovani nelle famiglie immigrate nei paesi europei in generale vivono, con poche eccezioni, condizioni sfavorevoli rispetto ai coetanei eruopei. Lo svantaggio riguarda vari indicatori di benessere, inclusi la salute, l’istruzione, la povertà e l’inclusione nel mercato del lavoro.

Le motivazione principali di queste differenze, secondo il professor Hernandez, sono causate dalla «lingua e dalla cultura diversa che contribuisce a creare barriere» e dal fatto che «il generale basso livello d’istruzione dei genitori si ripercuote sui figli». Il primo passo per modificare la tendenza, spiega Hernandez, è «facilitare l’integrazione attraverso investimenti di inclusione» e, soprattutto, «è opportuno che i governi dedichino maggiori attenzioni a questo problema creando politiche ad hoc perché questi giovani migranti saranno i cittadini del futuro delle nostre nazioni».

I minori migranti in Italia, ha spiegato Letizia Mencarini, hanno un livello d’istruzione più basso rispetto ai loro coetanei italiani, vivono in case più sovraffollate e hanno i genitori con un reddito più basso e con lavori poco qualificanti. In particolare, i meno istruiti sono i marocchini, senegalesi e pachistani, mentre i più istruiti sono i giovani provenienti dall’Europa dell’Est e dall’America Latina. Meno di un migrante su quattro continua gli studi dopo le scuole superiori [contro il 40 per cento degli italiani].

Contrariamente a quanto avviene in altri paesi, quali la Francia, la Spagna o la Germania, in Italia non c’è una forte concentrazione linguistica o etnica specifica, cosa che ha sicuramente un effetto sugli sforzi di inclusione dei bambini figli di migranti nel sistema educativo.

E le cose non miglioreranno certo con l’approvazione del ddl sicurezza, ormai legge e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale lo scorso 24 luglio, e per ciò in vigore dal prossimo 8 agosto.

La nuova legge, come più volte evidenziato da diverse organizzazioni internazionali, non promette nulla di nuovo per gli stranieri in Italia e le loro famiglie.

«I bambini stranieri nati da genitori non regolarmente soggiornanti sul territorio e i bambini italiani nati da un genitore straniero non regolarmente soggiornante sul territorio non potranno più essere riconosciuti dal proprio genitore – diceva un comunicato di Save the children in occasione dell’approvazione definitiva del ddl 733 – una persona senza permesso di soggiorno non potrà più contrarre matrimonio nel territorio dello Stato, neanche in presenza di figli con cittadinanza italiana e gli adolescenti soli che provengono da altri paesi non potranno più avere la sicurezza di continuare il percorso di vita iniziato in Italia, una volta divenuti maggiorenni, vanificando investimenti personali e della società di accoglienza».

Ma oltre a attaccare direttamente i minori, la nuova legge mira soprattutto a destabilizzare totalmente la figura dello straniero in Italia, stabilendo il prolungamento del trattenimento amministrativo, una vera e propria misura di restrizione della libertà personale, a 180 giorni e la subordinazione dell’iscrizione anagrafica alla presenza di requisiti di idoneità alloggiativa, ma soprattutto l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, che comporterà l’obbligo per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio di denunciare le persone prive di permesso di soggiorno, a cominciare da medici e presidi scolastici. «Tutte queste misure avranno un impatto estremamente negativo in termini di condizioni di vita delle famiglie e dei minori stranieri, siano o meno regolarmente soggiornanti – continua l’organizzazione – vanificando di fatto il riconoscimento dei diritti umani fondamentali di cui sono titolari in quanto persone».

Ma in tutta Italia, e non solo, continuano le proteste di tutta la società civile, che con appelli, campagne e sottoscrizioni tentano di fermare quell’attacco xenofobo e discriminatorio all’immigrazione che la nuova legge promette.

L’ultimo dei tanti appelli si chiama «Onoriamo i poveri», i cui firmatari, oltre un centinaio di suore e preti, promettono di farsi promotori di una vera e propria campagna di disobbedienza civile: «Faremo quanto è in nostro potere affinché un numero sempre crescente di cittadini metta in atto pratiche di accoglienza, di solidarietà e anche di disobbedienza pubblica perché nel tempo più breve possibile questa legge sia radicalmente cambiata». Nel documento il cosiddetto «pacchetto sicurezza» viene definito «strumentale e pretestuoso», in quanto «la legge – sottolineano i religiosi – discrimina, rifiuta e criminalizza proprio i più poveri e i più disperati. Riteniamo strumentale e pretestuosa la categoria della clandestinità loro applicata. È lo stato che rifiuta il riconoscimento. Di null’altro sono colpevoli queste persone se non di essere troppo bisognose. Per lo stato italiano oggi è questo che costituisce reato». I firmatari sostengono di riconoscersi «nell’umanità e nella dignità di tutte le persone, che vengono colpite da questa legge iniqua» e richiamano lo stato italiano al rispetto di norme e documenti violati dal «pacchetto sicurezza»: dalla Dichiarazione universale dei diritti umani alla Convenzione sullo stato dei rifugiati, dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e alla stessa Costituzione della repubblica.

Lucia Alessi

[27 Luglio 2009]

www.carta.org

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Lug 30

Gaza muore di sete e malattie

Le Organizzazioni non governative italiane impegnate nella promozione e nella tutela dei diritti del popolo palestinese rilanciano l’appello promosso dalle organizzazioni umanitarie tra cui Oxfam International, Care West Bank and Gaza, War Child Holland e Medical Aid for Palestinians UK, in cui si chiede alla comunità internazionale, e all’Unione europea, di compiere più sforzi per rispondere concretamente ai bisogni della popolazione di Gaza colpita dall’ultima offensiva militare israeliana. A sei mesi dalla fine dell’attacco militare israeliano, a Gaza centinaia di migliaia di persone non hanno ancora una casa né accesso all’acqua potabile.

L’economia, settore agricolo incluso, è al collasso e la ricostruzione sembra impossibile. L’operazione «piombo fuso» ha distrutto il tessuto economico già indebolito dall’embargo imposto dal governo israeliano. Non ha senso continuare a privare le persone dell’opportunità di lavorare e sostenere le proprie famiglie. I valichi di frontiera devono essere aperti subito in modo da facilitare la ripresa delle attività economiche nel più breve tempo possibile.

Ma la ricostruzione è limitata a causa del divieto imposto dal governo israeliano di far entrare nella Striscia di Gaza materiali come cemento e ferro. Ciò significa che 20.000 famiglie, le cui abitazioni sono state rase al suolo o danneggiate, non possono riprendere una vita normale. Molti sono costretti a vivere in campi profughi o in abitazioni improvvisate e precarie. Inoltre, circa 35.000 persone non hanno accesso all’acqua potabile e a un sistema sicuro di trattamento delle acque reflue. La ricostruzione di scuole, ospedali, università e di molte altre infrastrutture pubbliche non ha ancora avuto inizio. Cibo e medicine passano, in modo irregolare, solo attraverso il valico di Kerem Shalom e molte scorte di medicinali sono in fase di esaurimento. Nessun passo in avanti è stato compiuto dalla comunità internazionale per garantire l’entrata a Gaza degli aiuti e dei materiali di costruzione. È giunto il momento che i leader mondiali intraprendano azioni concrete per fare pressioni sul governo israeliano affinché i valichi vengano aperti. Le restrizioni e i divieti imposti violano i diritti umani della popolazione civile di Gaza. Tutto questo è inaccettabile.

Facciamo appello all’Ue affinché congeli il rafforzamento dell’accordo di associazione Ue-Israele, che ha come prerequisito da parte di Israele il rispetto «dei principi della Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e la libertà economica» (Euromediterranean Agreement-Preamble) e compia tutti gli sforzi diplomatici necessari per garantire il pieno rispetto del diritto internazionale tenendo fede agli impegni presi per rilanciare il processo di ricostruzione a Gaza. Richiediamo, inoltre, al governo italiano, che ha stanziato quattro milioni di euro per aiuti indirizzati alla popolazione della Striscia di Gaza, di fare pressione affinché Israele garantisca l’apertura dei valichi di frontiera perché, come affermano le Nazioni Unite, il miglioramento delle condizioni della popolazione di Gaza non è possibile senza quelle merci necessarie per la ricostruzione e la ripresa delle attività commerciali e produttive.

Acs, Cisp, Ciss, Cospe,Cric, Centro intern. Crocevia, Disvi, Educaid, Medina,Overseas, Terre Des Hommes-Italia, Vis, Gvc

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Lug 30

Razzismo o rispetto delle regole?

La bufera seguita all’approvazione “bipartisan” dell’ordine del giorno presentato dall’assessore provinciale all’istruzione di Vicenza, che, in sostanza, tenta di impedire che i posti vacanti di “dirigente scolastico” siano coperti da soggetti provenienti dal Sud, ha suscitato scalpore e indignazione.

Per contestare la decisione, sono intervenuti i massimi vertici del Pd, lo stesso Galan, il Governatore del Veneto, ha “preso le distanze” dal provvedimento e Miriam Mafai, attraverso le pagine de “La Repubblica”, ha rivolto un invito a non sottovalutare i fenomeni di apartheid in atto nella scuola pubblica.

Personalmente, non condivido le critiche e le contestazioni. Infatti, credo che - almeno questa volta - si possa oggettivamente ritenere di essere di fronte ad un grosso equivoco; dettato da un’insufficiente informazione e/o approssimativa conoscenza dei fatti.

Faccio una premessa.

Anticipo di aver sempre condiviso la posizione di coloro i quali ritengono che nel nostro Paese - di là da quanto determinato, nel corso degli ultimi anni, dalle posizioni (spesso) xenofobe e razziste della Lega Nord - è sempre stata sottovalutata, spesso esorcizzata e/o negata, la condizione di latente disprezzo e disistima che tanti nostri concittadini del Centro-Nord avvertono nei confronti dei meridionali.

Certo, fanno (sostanzialmente) parte di un innominabile (e vergognoso) passato quegli avvisi presenti a Bergamo, Varese, Modena (per esperienza personale), ecc, che recitavano pressappoco: ” Non si fitta a meridionali”; ciò nonostante, a mio parere, nulla ha mai dimostrato che si potessero ritenere, in assoluto, episodi e condizioni (ormai) completamente superate!

A questo riguardo, se qualcuno si era illuso che il dispregio e l’insofferenza manifestati nei confronti dei “terroni”, solo successivamente amplificati (politicamente) dalla Lega e dai suoi adepti, fossero stati definitivamente accantonati e sostituiti da un vero e proprio rigurgito razzista verso gli stranieri “di turno” - ieri gli albanesi e i romeni, oggi gli extracomunitari, specie se di colore o, addirittura, islamici - ha dovuto clamorosamente ricredersi.

D’altra parte, le cronache giornalistiche ne offrono quotidiane conferme; sarebbe sufficiente riportare il caso del bambino - figlio di meridionali residenti in provincia di Treviso - costretto a cambiare scuola perché regolarmente mortificato e deriso dai compagni di classe con l’appellativo di: ”Monnezza”!

Chiusa la parentesi, rispetto al caso in discussione, ribadisco che siamo di fronte ad una cosa ben diversa da una semplice (e scontata) manifestazione di antimeridionalismo.

In questo senso, se è vero - come, peraltro, chiaramente si evince dal primo articolo pubblicato da “La Repubblica” - che i posti attualmente disponibili in provincia di Vicenza, per la qualifica di dirigente scolastico, sono tali a seguito dell’“esaurimento” della specifica graduatoria regionale, c’è un primo elemento che finisce per essere determinante ai fini della discussione.

Secondo: se è vero, come il servizio giornalistico conferma, che i sopraccitati concorsi, banditi nel 2004, prevedevano - a livello regionale - che gli “idonei” potevano superare il numero dei posti messi a concorso al massimo del 10 per cento; se è altrettanto vero che in alcune regioni meridionali il suddetto limite fu completamente ignorato - con la conseguenza di arrivare a un numero di “idonei” ben superiore al massimo previsto - c’è un altro elemento da non trascurare.

Inoltre, se risponde a verità che, quando il governo Prodi consentì la c.d. “mobilità interregionale”, i posti vacanti nelle regioni del Nord furono già coperti con gli idonei meridionali in “sovrannumero” - perché eccedenti il limite del 10 per cento previsto dai bandi regionali - le critiche appaiono (oggettivamente) molto meno motivate.

Infatti, a questo punto, i timori dei consiglieri provinciali di Vicenza sono dettati dal legittimo timore che i 647 posti vacanti di dirigente scolastico - per i quali il ministero dell’Economia ha autorizzato la copertura - possano essere assegnati a coloro i quali, nel Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, sono ancora presenti tra gli idonei delle vecchie graduatorie “gonfiate”, piuttosto che ridistribuiti tra tutte le regioni.

Alla luce di questi elementi, credo che parlare di ritorno all’apartheid ed evocare Rosa Parker sia, francamente, fuori luogo!

Mi pare abbastanza ovvio, invece, che, di là dallo stile e dalla forma - che (di norma) caratterizzano le iniziative dei “folcloristici” rappresentanti della Lega, più avvezzi ai “cori da osteria” (alla Salvini) contro i napoletani, che alla diplomazia - in questo caso sia stato posto un legittimo problema di rispetto delle norme.

In definitiva, ritengo condivisibile un intervento che consenta di evitare che, ancora una volta, siano penalizzati coloro i quali - in questo caso, le Regioni del Centro-Nord - hanno rispettato le norme, a vantaggio di Amministrazioni locali meridionali che, oggettivamente, hanno tanto da farsi perdonare in termini di rispetto delle procedure.

di Renato Fioretti

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Lug 30

ETERNIT:

UN PRIMO PASSO PER OTTENERE VERITÀ E GIUSTIZIA

Il prossimo 10 dicembre a Torino inizierà il processo contro i vertici della Eternit di Casale Monferrato, la cittadina piemontese dove sono morte almeno 1.600 persone per esposizione alla fibra killer.

È un passo importantissimo nel percorso che speriamo conduca ad ottenere verità e giustizia per le vittime dell’amianto: simbolicamente, la condanna dello svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga De Cartier De Marchienne, accusati di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele, sarebbe un messaggio importantissimo per tutti coloro che - ieri, oggi e domani – subordinano la sicurezza dei lavoratori, e quindi la loro salute, alla logica del profitto.

Sarà in ogni caso una battaglia difficile, lunga, e le offerte irrisorie di risarcimento da parte della multinazionale svizzera - già rifiutate dalle associazioni che si sono costituite parte civile - non dovranno impedire l’accertamento della verità.

Come medico del lavoro conosco bene i rischi di queste fibre killer e so purtroppo che di amianto si muore anche oggi; per questo in qualità di eurodeputato, nel corso del mio mandato ho lottato strenuamente per l’estromissione di tutti i tipi di amianto dalla produzione industriale.

Ricorderete la battaglia contro l’amianto crisotilo: il Parlamento Europeo ha approvato, con la sola opposizione del nostro gruppo, il GUE, la relazione Sacconi (del PD) accettando la richieste della Commissione Europea di prorogare la deroga per l’uso di questo tipo di amianto in alcuni impianti industriali fino al 2015.

Una decisione scandalosa se si considera che tutti gli Stati europei avrebbero dovuto mettere al bando l’amianto già con la direttiva del 1999 e in base alla direttiva del 2003 avrebbero dovuto chiudere gli stabilimenti, effettuare le bonifiche dei siti contaminati e indennizzare le vittime e le popolazioni.

Ma se questa battaglia è stata certamente persa, almeno a livello istituzionale, c’è un altro progetto, al momento in attesa, che mi auguro possa essere portato avanti in Europa. Sto parlando dell’idea di istituire un fondo europeo per risarcire le persone esposte all’amianto. L’idea, maturata attraverso la lotta delle associazioni degli esposti all’amianto, e raccolta dal GUE a livello europeo, è quella di coinvolgere oltre alle istituzioni pubbliche nazionali, come l’Inail, anche le multinazionali che hanno tratto ingenti profitti dalla lavorazione dell’amianto e che senza alcun rispetto per la vita umana hanno mantenuto l’amianto nel ciclo produttivo anche quando la ricerca scientifica ne aveva ampiamente documentato la pericolosità. Questa proposta è stata sottoposta all’attenzione della Commisione europea ma per ora sembra essere finita su un binario morto. Attraverso il processo di Torino e il protagonismo delle associazioni, toccherà al nuovo gruppo parlamentare del Gue raccogliere la sfida e sollecitare nuovamente la Commissione a favore di questa causa.

Inoltre, un altro aspetto importante di tale progetto sarebbe l’estensione dei beneficiari: tra costoro non andrebbero considerati solo coloro che hanno lavorato direttamente con l’amianto ma anche chi ne ha subìto un’esposizione ambientale. Tutte le indagini epidemiologiche certificano infatti che muoiono di tumori sicuramente causati dall’amianto (mesoteliomi) anche soggetti che non hanno lavorato a contatto con la sostanza. Proprio a Casale Monferrato, a vent’anni dalla chiusura dello stabilimento, sono ancora decine i casi di mesotelioma. Gran parte di questi sono persone che non hanno mai lavorato direttamente con la sostanza.

Come deputato europeo, proposi inoltre l’istituzione in tutta l’Ue di registri degli esposti per poter studiare l’andamento epidemiologico. Oggi infatti in Italia c’é il registro di coloro che sono stati colpiti da mesotelioma ma mancano (fatta eccezione per poche regioni) quello degli esposti e quello delle persone colpite da altre patologie da amianto, come ad esempio l’asbestosi.

Non bisogna abbassare la guardia, perché l’amianto uccide ancora. E la vicenda giudiziaria legata alla Eternit sta proprio, fortunatamente, riportando l’attenzione dell’opinione pubblica verso un problema che è assolutamente attuale: si calcola che vi siano in Italia 32 milioni di tonnellate da smaltire tra eternit e amianto friabile, di cui due milioni e mezzo nella sola Lombardia. In questa regione, in particolare, il sito della ex Fibronit in comune di Broni (PV) è stato indicato come sito prioritario da bonificare perché nell’area c’è la più alta mortalità per mesotelioma: ma la giunta Formigoni ha reso disponibili solo 3,5 milioni di euro a fronte dei 20-25 milioni necessari.

A Broni, dove ho avuto occasione di incontrare i comitati locali che seguono questa vertenza, i cittadini chiedono a gran voce la discarica di servizio per l’ex Fibronit. Ma la Regione non ha intenzione di costruire l’impianto.

Recentemente, sempre in Lombardia, si è aperto un altro caso che concerne i rischi legati all’amianto: nei due centri di Cappella Cantone e Cingia de’ Botti, in provincia di Cremona, sono infatti in via di approvazione due megadiscariche che sarebbero tra le più grandi in Europa. I cittadini ritengono che non si possa lasciare all’iniziativa privata la soluzione dello smaltimento dell’amianto.

Tanti sono dunque i fronti ancora aperti per quanto concerne la lotta alla fibra killer. E la sensibilità del governo, su questo tema, è molto bassa, visto che sta facendo di tutto per modificare il decreto sulla sicurezza nel lavoro, per offrire scappatoie agli imprenditori che non tutelano la salute dei lavoratori. È evidente che i tanti morti per amianto, così come gli operai della Thyssen e le centinaia di lavoratori che si ammalano o perdono la vita ogni anno nel nostro Paese, per il centrodestra non sono una ragione sufficiente per responsabilizzare in maniera cogente i datori di lavoro. E scongiurare che drammi come quello della Eternit possano ripetersi.

Vittorio Agnoletto

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Lug 30

Foreste, petrolio e corruzione:

il pastrocchio della Val d’Agri       

Tra monti, boschi, laghi e fiumi, tra cultura e storia, la Valle dell’Agri è un autentico patrimonio ambientale e paesaggistico. Compresa tra i monti Sirino e Volturino, al confine con la Campania, la valle prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. La zona è in parte compresa nel Parco nazionale della Val d’Agri e Lagonegrese, proprio per il suo alto valore ambientale. Ma negli ultimi venti anni si moltiplicano i pozzi petroliferi. Nell’ultimo decennio sono stati scoperti ulteriori giacimenti petroliferi tanto da supporre che nella valle ci sia il più grande giacimento d’Europa. E tra devastazioni e  erosione del territorio, spuntano la corruzione e gli appalti truccati.

Il pubblico ministero di Potenza Henry John Woodcock ha chiuso le indagini preliminari su un presunto giro di tangenti legato ad appalti per le estrazioni petrolifere in Basilicata, nell’area della Val d’Agri. L’inchiesta che ha coinvolto l’Amministratore della Total italiana "Esplorazione e produzione", che ha ricevuto un avvis di garanzia, e ha portato al sequestro di beni mobili, terreni e fabbricati.

Ai dirigenti Total (oltre a Levha, Jean Paul Juguet, responsabile del progetto estrattivo «Tempa Rossa», Roberto Pasi, capo dell’ufficio di rappresentanza lucano e un suo collaboratore, Roberto Francini) e all’ex sindaco di Gorgoglione Ignazio Tornetta, il pm contesta di aver costituito un’associazione per delinquere per pilotare gli appalti relativi al cosiddetto «Progetto Tempa Rossa» di sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

L’avviso di conclusione delle indagini è in corso di notifica anche alla Total, commissariata per le proprie attività in Val d’Agri, e ad altre società coinvolte nelle presunte irregolarità.

Secondo l’accusa, i dirigenti della Total avrebbero favorito l’aggiudicazione degli appalti dei lavori per la realizzazione del Centro Oli di «Tempa Rossa» e per altre attività estrattive alla cordata capeggiata dall’imprenditore Ferrara: per l’appalto del Centro Oli, in particolare, sarebbero state addirittura sostituite le buste delle offerte. In cambio, sempre secondo Woodcock, sarebbe stato stipulato nel febbraio scorso un accordo commerciale da 15 milioni: tutte le imprese della cordata Ferrara si sarebbero rifornite per 5 anni solo di carburanti e di oli Total.

Intanto in Val d’Agri continua l’espansione petrolifera, questa volta targata ENI: oltre al nuovo pozzo petrolifero Pergola 1 - che secondo l’Associazione OLA Ambientalista sorgerebbe in un’area con gravi problemi di instabilità idrogeologica, nonchè ricco di sorgenti - vi sono già e sono previsti altri pozzi in via di autorizzazione da parte della Regione Basilicata quali i pozzi Agri 1 Or A, Agri 1 Or B, CF6, CF9, all’interno del Parco Nazionale Val d’Agri-Lagonegrese ed a poca distanza dalla diga di Marsiconuovo. Inoltre, sempre nel comune di Marsiconuovo l’Eni è in procinto di chiedere altre 2 autorizzazioni per il pozzi AGS 1 a poche centinaia di metri dal centro abitato, immediatamente dopo lo svincolo della Fondovalle dell’Agri ed il Pozzo CFN1. In tutto i pozzi sarebbero 7. Addio, Val d’Agri addio.

www.salvaleforeste.it

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Lug 30

LA PANDEMIA, IL VIRUS A, LA FEBBRE SUINA E BIG PHARMA

Tutto è stato programmato, fin dall’inizio, sfruttando il focolaio di febbre suina in Messico. Perché in Messico? Non negli USA che ha un sistema sanitario propagandato come il migliore del mondo. E il Messico non ci fa proprio una bella figura, ma sul suo territorio, alla frontiera con gli USA stanno sorgendo tanti stabilimenti di industrie farmaceutiche e chimiche, un favore si può fare…

Il continuo martellare dei media infonde paura ai cittadini, fate scorta di mascherine, lavatevi le mani dopo aver toccato qualcosa, o dopo aver stretto la mano a qualcuno, andate all’ospedale a farvi visitare se avete questo o quel sintomo, occhio a chi torna dai viaggi, se ha una febbre sospetta deve essere mandato al pronto soccorso….

Ecc. ecc. il resto lo sai già te lo dicono tutti i giorni e ogni giorno aggiungono qualcosa di nuovo per mantenere viva la preoccupazione e la paura, perché così non protesti per i miliardi di euro che verranno spesi, anzi perché sia tu stesso a chiederlo per salvaguardare la tua salute. Hanno fatto anche una operazione cosmetica, "virus da febbre suina" era un po’ bruttino, e poi qualcuno potrebbe non comprare più il prosciutto. Virus A è molto più professionale e non ci fa più venire in mente i maiali.

I vaccini non proteggono ma danneggiano la salute e i danni possono anche essere gravi e irreparabili, come ridotte capacità mentali, inabilità fisiche e perfino la morte. Non sempre i danni sono immediatamente rilevabili e quindi uno può supporre di non averne subiti. Le prove ormai sono numerose e sono comprovate dal fatto che le case farmaceutiche pagano ogni anno milioni di dollari per danni da vaccino agli invalidi e ai famigliari dei morti attribuibili alle vaccinazioni. Se non fosse vero non sborserebbero un centesimo.

Se credi che le vaccinazioni facciano qualcosa di buono è perché stai subendo gli effetti della disinformazione trasmessa dai media e dall’istruzione. Non c’è alcuna differenza fra la disinformazione e l’istruzione ricevuta dalle elementari fino all’università e oltre.

E’ necessario smettere di avere paura, non è possibile essere razionali quando si ha paura e si accettano "soluzioni" che creano problemi sempre più grandi. Vaccinare tutta la popolazione mondiale significa dare lo start a un genocidio tale che i crimini di Hitler al confronto sembreranno i dispettucci del ragazzaccio del quartiere.

Non mi farò vaccinare. E nemmeno permetterò che l’iniezione di tali liquidi schifosi venga perpetrata sui miei figli, guai a chi ci provasse. Se dovrò subire la vaccinazione coatta, allora significa che non esiste più alcun diritto e considererò che lo stato non è più garante di essi.

Quali sono, sulla carta, i nostri diritti che verrebbero calpestati se ci fosse un’imposizione a vaccinare? Sono sanciti dalla Costituzione e da altre dichiarazioni tuttora valide:

Articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Articolo 1 del Codice di Norimberga: ”Il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale (…) e prima di accettare una decisione affermativa da parte del soggetto dell’esperimento lo si deve portare a conoscenza della natura, durata, e di tutte le complicazioni e rischi che si possono aspettare e degli effetti sulla salute o la persona che gli possono derivare dal sottoporsi dell’esperimento” Articolo 7 lettera A della Dichiarazione di Helsinki: “Nella pratica medica corrente e nella ricerca medica, la maggior parte delle procedure preventive, diagnostiche e terapeutiche implicano rischi e aggravi”

Ce ne sarebbe abbastanza da poter dire:" Vaccinazione per il Virus A? No Grazie!" e nessuno dovrebbe avere nulla da ridire. Ma il business è troppo grande per lasciare questa ampia opportunità garantita dalla Costituzione Italiana e da altre Dichiarazioni valide a livello europeo e persino mondiale, escludendo quei paesi dove i diritti sono una chimera.

Il pezzettino dell’articolo 32 che interessa molto ai nostri politici e: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge" (Enfasi aggiunta) Quindi tutti i diritti possono essere aggirati semplicemente facendo un decreto simile a questo:

Visto l’articolo della Costituzione 32, Essendo comprovata la virulenza del Virus A, Vista la dichiarazione in data (…) dell’OMS dello stato di Pandemia bla… bla… Resosi quindi necessaria l’azione preventiva si impone la vaccinazione obbligatoria a tutti i cittadini.

Ovviamente il tutto ben infarcito da burocratese, complicanze ecc, ma la sostanza sarebbe questa.

Se venisse messa in atto la vaccinazione coatta per i dissenzienti, in forza di una legge e uno si opponesse mentre si dimena per sfuggire alla siringa si potrebbe affermare che sta dando in escandescenze e potrebbe ricevere pure l’ormai famoso TSO, il punturone di cocktail di psicofarmaci. Anche la vaccinazione obbligatoria potrebbe essere definita TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Se il nostro governo decidesse che tutti i cittadini devono essere vaccinati ha già abbastanza strumenti per farlo, con l’aggiunta di un piccolo decreto legge d’urgenza. Potrebbe anche intimidire, per esempio stabilendo che gli infermieri o altre categorie "sensibili" che si rifiutassero di farsi vaccinare potrebbero essere sospesi dal servizio. I media potrebbero spargere per tutto l’etere: "Bambino non vaccinato morto dopo aver contratto il Virus A." Non è difficile "stabilire" che la causa della morte è stato il Virus A.

Sappi che ad ogni respiro stai introducendo migliaia di virus nel tuo organismo e probabilmente il Virus A sta facendo l’altalena con il tuo inspiro ed espiro, senza che tu abbia alcun danno. La paura fa perdere la capacità di ragionare, I media contano su questo per poi infilare nella mente delle persone spaventate i loro spin. Noi siamo troppo intelligenti per farci condurre dalla paura e vivere male a causa di essa. Dobbiamo sempre guardare il mondo con animo sereno ed essere ottimisti.

La nostra fortuna è che gli Egemoni di Big Pharma non sono interessati alla nostra salute. Non importa a loro se delle persone moriranno a causa dei loro veleni, ma anche non sono interessati più di tanto se non li useremo.

L’unica cosa a cui sono interessati è che ogni stato acquisti milioni di dosi da tenere in magazzino, se poi verranno buttati alla loro data di scadenza, non gliene importa nulla, i soldi li avranno ormai intascati.

Ti ricordi tutta la caciara per la SARS? Il nostro governo di allora ha acquistato milioni di dosi, per vaccinarci se fosse stato necessario. Saranno in qualche magazzino, magari dichiarati scaduti e rivenduti da qualche incaricato allo smaltimento e ri-ettichettati con un nuovo nome. Per quanto possa sembrare assurdo, l’amministrazione Bush ha fatto un decreto che permette di ri.etichettare i farmaci e quindi negli USA tale pratica è perfettamente legale.

I nostri politici, quelli incaricati di occuparsi del "Virus A" continuano a fare dichiarazioni che verranno vaccinati i primi 20 milioni di Italiani alla tal data, che se non si attua la vaccinazione gli infetti sarebbero tot milioni, invece se si vaccina molti di meno, i morti sono saliti a 500, ecc. Queste sono tutto palle prive di fondamento e non posso credere che chi le dice le ritenga vere. Tutte quelle cifre non sono circostanziate. Suppongo che un politico serio che studi la situazione possa arrivare alle stesse conclusioni a cui io e molte altre persone siamo arrivati.

Quindi si suppone che, non essendo imbecilli, tali politici sappiano cosa stiano facendo, ovvero che stiano portando avanti l’agenda di Big Pharma. Far sapere che non verranno più votati non serve a nulla, perché non gliene può fregar di meno, nel corso di una legislatura riescono a metter via abbastanza milioni di euro sufficienti per garantirsi, pensione inclusa, il resto della vita in agiatezza senza fare nulla e passando le vacanze sul proprio yacht.

"Probabilmente" una volta venduti i vaccini e raggiunta la quota fissata da Big Pharma, i riflettori si spegneranno sul Virus A. Le azioni della Novartis e delle altre facenti parte del cartello farmaceutico saranno alle stelle, i vaccini invecchieranno nei magazzini, poi una volta scaduti daranno un buon profitto a chi si occupa dello smaltimento dei rifiuti speciali.

Intanto fai il passa parola, informare è una cosa che tutti possono fare. Ho visto che le petizioni non servono granché, a meno che non siano fatte come iniziativa politica, ma non ci sperare su questo, Big Pharma da tempo usa la strategia di pagare entrambi gli schieramenti per non avere oppositori. Quelle fatte via Internet vengono regolarmente cancellate da zelanti incaricati non appena arrivano nell’account di posta del politico interessato.

Quanto vale il business del Virus A? Ce lo dice in questo articolo Maurizio Ricci, ma le stime penso che siano per difetto. E lasca perdere le spiegazioni scientifiche fornite dalle case farmaceutiche, non riempire di spazzatura la tua mente. http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/affare-vaccino/affare-vaccino.html

Non dimenticare che più persone verranno vaccinate, maggiori saranno le possibilità che un incidente di poca importanza come la febbre suina possa trasformarsi in una pandemia.

Luciano Giannazza

www.medicinenon.it

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Lug 30

Vi scrivo da…Chimbunila

Chimbunila si trova a circa mezz’ora di macchina da Lichinga. C’è un Centro di Salute che visiteremmo oggi. Partiamo presto poiché il viaggio è molto lungo. Il piano è quello di accompagnare tre pazienti al Centro di Salute per essere visti dal medico. L’appuntamento è in mattinata al villaggio di Shoula, a circa 55 Km da Chimbunila. Vogliamo avere un’idea di quello che significhi essere sieropositivo in Africa. Conoscere il luogo in cui vivono, le condizioni della strada che dovrebbero percorrere ogni mese per la visita di routine o ogni volta che stanno poco bene.

La strada che conduce a Chimbunila è buona e percorrendola fino in fondo si può arrivare a Pemba, sulla costa. Alziamo molta polvere al nostro passaggio, incrociando ogni tanto altre vetture, camion o moto. La strada non è molto trafficata, ma il vero traffico lo fanno le persone che si spostano a piedi o in bicicletta, caricando svariate mercanzie: sacchi di carbone, galline, legname, ceste, frutta, verdura. La maggior parte è diretta in città per vendere i loro prodotti al mercato centrale. Le donne lungo la strada attirano la mia attenzione. Riescono a camminare per molti chilometri con grande disinvoltura, caricando qualsiasi cosa sulla testa: valigie, fagotti, legname, taniche colme d’acqua, secchi, sacchi e per finire il figlio legato al dorso, se ancora allatta.

Imbocchiamo la strada per Ute e la magia della strada buona finisce. Le buche sono molte e mi fracassano le ossa, anche se il peggio deve ancora arrivare. Mi godo il panorama dal finestrino. Una distesa immensa di alberi di vario genere e piantagioni di mais circondate da erbe altissime che frusciano al ritmo del vento. A tratti la boscaglia si apre in piccole radure dove sono sparse capanne rotonde con il tetto di paglia. Sullo sfondo le montagne. Il villaggio di Shoula si trova in una di quelle. Sono altissime e verdi, ornate da grandi rocce. A tratti dobbiamo fare delle piccole deviazioni, che si fanno sentire su tutto il corpo, dovute ai lavori di manutenzione della strada.

Dopo più di un’ora arriviamo al villaggio di Ute. È una grande distesa di capanne che si aprono su poche strade di polvere. Sembrano tutte uguali ma hanno un senso nella loro natura. Lungo quella che a me sembra la via principale, ci sono delle bancarelle di legno grezzo dove si possono comprare pezzi di sapone, sigarette, fiammiferi, piccole mercanzie di varia natura, porzioni di zucchero o d’olio a soli 5 meticais, se non ci si può permettere l’intero pacco o bottiglia. Passiamo un bellissimo pozzo di cemento, forse opera di qualche ONG specializzata in Water & Sanitation.

Cerchiamo la casa del capo del villaggio per chiedere informazioni sulle persone che dobbiamo incontrare e il cammino da fare per arrivare a Shoula. La nostra presenza non è indifferente. Non appena stazioniamo il veicolo tutti si fermano. Qualsiasi lavoro passa in secondo piano. Ad avvicinarsi alla nostra Land bianca sono per primi i bambini. Con molta disinvoltura e curiosità guardano dentro i finestrini. Ci scrutano, attenti ad ogni nostro movimento. Parlano nella loro lingua locale, lo Jaua. Non capisco nulla ma l’unica parola che riesco a percepire è “Arungo”. Il nostro autista, ci è d’aiuto in questa fase di ricerca. Chiede dove possiamo trovare il capo del villaggio, logicamente nella lingua locale che non ha segreti per lui.

È molto disinvolto. Gesticola con tutto il corpo. Un giovane che sa dove si trovo corre a chiamarlo. Dopo più di mezz’ora di attesa, eccolo. È un uomo piccolo, con i capelli bianchi, crespi, ricci e ben tagliati, nascosti da un cappellino da baseball rosso scolorito. La sua faccia è segnata dal tempo e forse è più giovane di quello che sembra. Non parla portoghese, solo Jaua. Il nostro autista, ci è ancora d’aiuto in questa fase diplomatica. Dopo una lunga conversazione concludiamo che il capo del villaggio verrà con noi per indicarci il cammino per Shoula.

Muoviamo la macchina passando tra le capanne e lo sguardo stupefatto degli abitanti. Se dovessi muovermi da sola in questo posto sicuramente mi perderei! Imbocchiamo una strada stretta che si inerpica sulla montagna. Il vento si fa sentire. È freddo nonostante il sole sia ben alto. Inizia la strada difficile: dissestata, piena di buche e completamente in salita. A tratti la macchina ha qualche piccolo cedimento ma se la cava bene anche se fa schizzare sassi in tutte le direzioni. Per fortuna la stagione delle piogge è finita da un pezzo e la strada è secca ed accessibile. Me la immagino sotto la pioggia o dopo un acquazzone, con il fango che schizza e si appiccica dappertutto sotto al rollio impazzito delle ruote che faticano per muovere il veicolo di pochi centimetri, facendolo sbandare da tutte le parti. È un viaggio massacrante. I chilometri sono pochi, meno di 10.

La strada è il vero problema, impone al veicolo un’andatura molto lenta quasi a passo d’uomo, in alcuni punti. Siamo proprio in mezzo al nulla e raramente incrociamo qualcuno. Quando succede, il malcapitato deve fermarsi e nascondersi tra gli alberi o le canne di granturco, poiché la via è stretta e la nostra Land non ha un’andatura rettilinea.

Finalmente Shoula. Poche capanne sparpagliate tra gli alberi, le piantagioni di granturco e di girasoli. Anche qui nel vedere la grande auto bianca tutti si fermano. È un evento insolito da queste parti, in cui il mezzo di trasporto più lussuoso è la bicicletta, che pochi possono permettersi. Ci fermiamo in una radura, sotto l’ombra di un gruppetto di alberi che a me sembrano pini! A pochi metri davanti a noi c’è una casa nascosta tra i banani fatta di mattoni cotti al sole ed un tetto di paglia che spiove creando una veranda dove ci si può riparare da pioggia e sole. Il capo del villaggio di Ute scende dalla macchina per chiedere informazioni sulle persone che stiamo cercando. Poco dopo, si avvicina al veicolo, un ragazzo che parla un portoghese stentato ma si fa capire. E scopriamo essere il fratello di E. Ci spiega che la ragazza abita in un posto molto lontano da qui, al confine con il distretto di Lago. Aggiunge anche che è arrivata la sera prima per essere presente all’appuntamento.

Il medico che lavora con me a Lichinga mostra il suo blocco dove sono appuntati i nomi delle persone che stiamo cercando. Scopre che uno non è di quelle parti e nessuno lo conosce. Continua a conversare con l’uomo mentre aspettiamo l’arrivo di E. Intanto un ragazzino si avvicina curioso al veicolo, indossa una camicia bordeaux. Mastica una canna da zucchero e con molta disinvoltura si appoggia sul finestrino dove sono seduta. Sputa un boccone di canna per terra e si mette a guardare dentro con molta curiosità. Mi dà un’occhiata veloce ma non sono io ad attirare la sua attenzione. Osserva la macchina, come se fosse la prima volta che ne vede una così da vicino. Incrocio il mio sguardo con il suo e gli faccio un sorriso inarcando le sopracciglia. Mi guarda facendo un passo indietro. Il movimento inusuale del mio volto lo ha colto di sorpresa, spaventandolo.

I bimbi attorno a lui si mettono a ridere e a dire qualcosa nella loro lingua. Non capisco nulla, ma mi metto a ridere anch’io e inizio a mostrare la lingua che fa ridere tutti. Il fratello di E., continua a parlare con il medico e a dirgli che S.C., l’altro ragazzino che stiamo cercando vive qui vicino con il fratello e sta poco bene da giorni, mentre la madre è da qualche parte in Malawi per lavorare. Qualcuno lo va a cercare mentre arriva E., accompagnata dalla sorella e dal figlio di lei, un vispo bambino di poco più di un anno. Sale in macchina con calma. È piccola E., sembra avere 12 anni, ma in realtà ne ha 22. Parla e capisce il portoghese molto bene. Ha gli occhi neri, due piccole perle incastonate nel suo visetto piccolo e allungato. Porta i segni di un’infezione cutanea sul collo e sulle braccia, frutto della sua malattia, l’HIV. Non ha capelli, ma è bella comunque nella sua semplicità. Un portamento fiero. Poche parole.

Ha uno sguardo molto attento ed intelligente. Aspettiamo in macchina e dopo un po’ arriva anche il nostro ultimo passeggero, accompagnato dal fratello maggiore. Lo tiene in braccio. È troppo debole per camminare. Sale in macchina. Sembra spaesato e si rifugia sulle ginocchia del fratello, nascondendo la faccia sul suo petto. Siamo pronti per partire. Inizia il nostro viaggio di ritorno verso Chimbunila. È quasi mezzogiorno.

Arriviamo a Ute e salutiamo il capo del villaggio che ci ha accompagnato fino a Shoula. Lo ringraziamo. “Asante sana”, (grazie) gli dico, l’unica parola di Jaua che conosco e lui capisce. Sono felice. Mi sorride e ci saluta con la mano levandosi il cappello, mentre la nostra auto corre a tutta velocità verso Chimbunila. Dobbiamo sbrigarci per permettere all’autista di riportare a casa tutti prima che faccia buio. È mezzogiorno passato. Sento la strada battere sulla schiena ad ogni buca. Mi godo comunque il paesaggio. Il medico chiede all’autista dove si trova Chimbunila in linea d’aria. Ci mostra una linea parallela tra le montagne. Scopro così, che la strada per Ute e quella per Chimbunila sono parallele. Dobbiamo scendere fino alla strada principale e poi imboccare una strada parallela di quasi 15 chilometri.

Arriviamo a Chimbunila a mezzogiorno passato. Ho fame, ma non ci penso. Il medico mi fa strada, mentre i nostri compagni di viaggio ci aspettano nella veranda del Centro di Salute. Il sole picchia ma il vento è fresco e smorza la sua intensità. La farmacista ci accoglie. Mi presento e ci mettiamo a conversare con lei. La sala che funge da farmacia è piccola con poca luce. La farmacista ci spiega che in città non c’è corrente elettrica. Solo il laboratorio, il piccolo edificio di fronte, funziona con un generatore. Il centro è bianco e blu. La tinta è nuova e la farmacista ci racconta che lo hanno dipinto da poco.

C’è solo una finestrella che illumina la stanza ed è lo sportello da dove la gente si avvicina per ritirare le medicine. Dopo una lunga conversazione arriva l’agente di medicina, la ragazza che stavamo aspettando per iniziare le consultazioni. È giovane, come la maggior parte dei lavoratori in questo paese. Parliamo un po’ con lei. Poi il medico gli consegna il quaderno con tutti i protocolli HIV e TBC. Sfoglia il quaderno che le abbiamo portato e poi lo mette assieme ad altri raccoglitori che contengono le schede nosologiche di tutti i pazienti sieropositivi. Cerca tra i raccoglitori le schede di E. e S.C. Dopo un po’ le trova e le mostra al medico che comincia a studiarle.

Iniziamo le consultazioni. E. entra con la sorella e si siede a lato del tavolo. La stanza è piccola ma ci stiamo tutti. La sorella chiede 5 meticais per comprare un “bolo” al figlio che continua a piangere dalla fame. Manda qualcuno a comprarlo. Poco dopo il bambino stringe la grossa pagnotta di dolce fritto tra le sue piccole mani. La sgranocchia e la tiene come se fosse un tesoro. I suoi occhi sono ancora lucidi ma non piange più. E. è consapevole di essere sieropositiva. L’infezione alla pelle fa pensare al medico che la ragazza si trovi già a un terzo stadio della malattia. Conclude, dopo averla visitata, che anche lei deve cominciare una terapia antiretrovirale. Gli viene prescritto per le prime due settimane una terapia di “induzione”che consiste in dosi ridotte di Nevirapina assieme a Lamivudina e Stavudina. Le dosi ridotte di Nevirapina servono per ridurre gli effetti tossici sul fegato di questo farmaco e vedere come il corpo risponde alle medicine.

Anche a lei diamo un appuntamento fra due settimane. Mentre l’agente di medicina prepara i farmaci, scopriamo che E. ha un figlio di 4 anni che non è mai stato testato. Gli chiedono di portare anche lui la prossima volta. Vive con la sorella. Il compagno o il marito è scomparso dopo il parto ed E. sta crescendo il figlio da sola.

Sono quasi le tre del pomeriggio. La giornata è stata intesa e pesante. Io e il medico dobbiamo tornare velocemente a Lichinga per la riunione medica del venerdì. Concludiamo che il nostro autista ci porterà fino in città e poi riporterà il resto della truppa a casa. La comitiva preferisce aspettare il passaggio all’imbocco della strada per Ute. Li salutiamo. Ci ringraziano, mentre l’autista gli dice in Jaua “we carampano” che significa: “fra un po’ ritorno a prendervi”. Ho imparato una nuova parola, che devo però annotare nel mio quaderno per non farla cadere nel dimenticatoio della mia mente. Il Jaua è una lingua troppo complicata per me.

Ritorniamo a Lichinga. Più di venti chilometri di strada asfaltata. In testa ho la storia di E. Per me sono divenuti il volto dell’Africa affetta da HIV. C’è chi ha paura pure di nominarla, come se chiamarla per nome, HIV, significhi infettarsi. Ritorno pensando ai loro volti, ai luoghi in cui vivono tra le montagne. Mi chiedo come facciano a vivere la loro sieropositività. La macchina, intanto, sfreccia veloce in città mostrandomi il volto della strada fatto da persone che camminano.

Morena infermiera

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Lug 30

Giudizio critico: l’ultimo film di Harry Potter è moscio.

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Lug 30


“Cosa rappresenta questa immagine?”.

“Un trucchetto per capire come funziona l’ordinamento tra i numeri surreali”.

“Mi piacciono i trucchetti, forse riuscirò a capire qualcosa”.

“Ricorderai la definizione di numero surreale, suppongo”.

“Sì, ogni numero corrisponde a due insiemi di numeri creati precedentemente, in modo tale che nessun elemento dell’insieme di sinistra sia maggiore o uguale di qualche elemento dell’insieme di destra”.

“Bene. Questa definizione ricorda vagamente quella di sezione di Dedekind”.

“Ah”.

“Anche il modo di scrivere un numero surreale ricorda le sezioni di Dedekind: abbiamo un insieme di numeri, un elemento di separazione (quello che abbiamo indicato con la barra verticale), e un altro insieme di numeri: {A|B}”.

“Capisco. Dunque il numero surreale {A|B} dovrebbe essere compreso tra A e B?”.

“Sì”.

“Ma se A e B sono insiemi di più numeri?”.

“Vedremo che succede in quel caso”.

“E poi A e B possono anche essere insiemi vuoti, però”.

“Sì, in quel caso il numero rappresentato da {A|} è il successivo di A, mentre quello rappresentato da {|B} è quello che precede B. In un certo senso che vedremo poi”.

“Uhm, ci sono ancora molti misteri”.

“Sì, cominciamo a capirne uno: la definizione di ordinamento. La figura qua sopra ci può aiutare: essa rappresenta due numeri x e y, con x che precede y. Le due semirette che vedi rappresentano i due insiemi, di sinistra e di destra, relativi ai due numeri”.

“Vuoi dire, in pratica, che x = {xL|xR} e che y = {yL|yR}?”.

“Esattamente. Ho usato la notazione inglese perché tutti i libri fanno così”.

“Bene, fin qua è chiaro”.

“Ora analizziamo la definizione: cosa significa che xy?”.

“Significa che nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero è maggiore o uguale del secondo, e che nessun elemento dell’insieme di destra del secondo numero è minore o uguale del primo”.

“Bene. Ora osserva la figura: noterai che l’insieme di sinistra del primo numero, cioè xL, si trova tutto a sinistra di y”.

“Vero”.

“E quindi nessun suo elemento è maggiore o uguale di y”.

“Ah, ho capito! Questa è la prima parte della definizione! Ora ho capito anche la seconda parte: l’insieme di destra del secondo numero, cioè yR, si trova tutto a destra rispetto a x, e perciò nessun suo elemento è minore o uguale di x”.

“Perfetto, questo è il trucco. L’ordinamento fra i numeri surreali funziona così”.

“Ma perché usare tutti quei non? Invece di dire che nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero è maggiore o uguale del secondo numero, non si poteva dire che tutti gli elementi dell’insieme di sinistra del primo numero sono minori del secondo?”.

“Bé, ci sono due motivi per cui si usano i non. Il primo è per una questione di eleganza (sulla quale tu avrai sicuramente da obiettare): in questo modo si usa solo il concetto di minore o uguale (assieme al suo reciproco di maggiore o uguale) e non si tira in ballo il concetto di essere diversi”.

“In che senso?”.

“Nel senso che minore in senso stretto significa minore e non uguale. Quindi per verificare che un numero è minore di un altro dovresti verificare che prima è minore o uguale, e poi che non è uguale”.

“Ah, ho capito. L’abbiamo fatto quando abbiamo dimostrato che 1 è minore di 2, per esempio”.

“Esatto. Il secondo motivo per cui si usano i non è per avere una induzione che non ha bisogno di base”.

“Cosa?”.

“Ne parliamo la prossima volta”.

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Lug 30

“Abbiamo chiamato 0 il numero {|}, poi abbiamo chiamato 1 il numero {0|}, viene naturale chiamare 2 il numero {1|}”.

“Ti ho già detto che quello che tu consideri naturale potrebbe risultare oscuro al resto del mondo?”.

“Sì, infatti vedremo poi che 1+1 dà proprio 2 come risultato, ma non vorrei ancora parlare di somme”.

“Va bene, per ora mi fido, poi vedremo come si sommano questi numeri”.

“Sì, lasciamo le somme a dopo: ora prova però a dimostrare che 1 è minore di 2”.

“Come si fa? Noi sappiamo solo verificare se un numero è minore o uguale di un altro”.

“Ma sappiamo anche che due numeri sono uguali se il primo è minore o uguale del secondo, e viceversa”.

“E quindi?”.

“E quindi se noi dimostriamo che 1 è minore o uguale di 2, ma che 2 non è minore o uguale di 1, siamo a posto”.

“Ah, ho capito. Va bene, allora provo a dimostrare che 1 ≤ 2”.

“E cioè che {0|} ≤ {1|}”.

“Allora, questo vorrebbe dire che nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 0) è maggiore o uguale di 2, e che nessun elemento dell’insieme di destra del secondo numero è minore o uguale del primo (vero, non ci sono elementi nell’insieme di destra del secondo numero)”.

“Bene”.

“Ma come faccio a dimostrare che 0 non è maggiore o uguale di 2?”.

“Conosci la definizione di 0, conosci quella di 2, fai la prova”.

“Ah, devo lasciare in sospeso la prima dimostrazione per verificare questa seconda affermazione?.

“Esatto”.

“Allora, 2 ≤ 0 significherebbe che {1|} ≤ {|}. Questo è vero se nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 1) è maggiore o uguale di 0… no, non va bene, 1 è maggiore o uguale di 0”.

“Benissimo, quindi 0 non è maggiore o uguale di 2”.

“Ho capito”.

“Bene. Ora prendiamo in considerazione il numero {0,1|}”.

“Uhm, il primo esempio di numero in cui sono presenti due elementi in una delle sue parti”.

“Sì, infatti. Vogliamo dimostrare che questo numero, che per ora indichiamo con x, è maggiore di 1”.

“Va bene, allora, cominciamo a dimostrare che 1 ≤ x. Provo io?”.

“Vai”.

“Dovrei dimostrare quindi che 1 ≤ {0,1|}”.

“E cioè, tenendo presente la definizione di 1, che {0|} ≤ {0,1|}”.

“Questo è vero se nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 0, c’è solo lui) è maggiore o uguale di x, e nessun membro dell’insieme di destra del secondo numero è…, bé, qua mi fermo perché l’insieme di destra del secondo numero è vuoto. Ora però devo dimostrare che 0 non è maggiore o uguale di x”.

“Sì: come prima, conosci la definizione di 0, conosci quella di x, quindi provi”.

“Quindi devo dimostrare che non è vero che {0,1|} ≤ {|}”.

“Sì”.

“Quella disuguaglianza vorrebbe dire che nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 0 e 1) è maggiore o uguale di 0 e che… un momento, già questa prima parte è falsa: 0 è maggiore o uguale di 0, e anche 1”.

“Giusto. Quindi questa seconda dimostrazione è vera, puoi tornare a quella che avevi lasciato in sospeso”.

“Che quindi risulta vera pure lei”.

“Esatto. Hai dimostrato che 1 ≤ x”.

“Ora dovrei dimostrare che x non è minore o uguale di 1”.

“Sì. Devi quindi far vedere che è falsa la disuguaglianza {0,1|} ≤ {0|}”.

“Questa volta la disuguaglianza vorrebbe dire che nessun elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 0 e 1) è maggiore o uguale di 1… questo è già falso: 1 è maggiore o uguale di 1”.

“Perfetto, quindi hai dimostrato che 1 è minore o uguale di x e che x non è minore o uguale di 1”.

“Quindi 1 è minore di x”.

“Anche se non sappiamo ancora quanto vale x”.

“Ora possiamo saperlo: prova a dimostrare che x è uguale a 2”.

“Allora, per prima cosa dovrei far vedere che 2 ≤ x, e poi che x ≤ 2”.

“Giusto. Comincia dalla prima disuguaglianza”.

“Voglio dimostrare che {1|} ≤ {0,1|}. Questo è vero, a meno che qualche elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 1) sia maggiore o uguale di x (no, l’abbiamo appena dimostrato, 1 è minore di x), o che qualche elemento dell’insieme di destra del secondo numero… no, mi fermo, l’insieme di destra è vuoto. Bene, è vero”.

“Ora la seconda disuguaglianza”.

“Questa volta voglio dimostrare che {0,1|} ≤ {1|}. Allora, è vero a meno che qualche elemento dell’insieme di sinistra del primo numero (cioè 0 oppure 1) sia maggiore o uguale di 2 (no, abbiamo dimostrato che 1 è minore di 2, e quindi anche 0 lo è) oppure che qualche elemento dell’insieme di destra del secondo numero… (no, è vuoto). È vero anche questo”.

“Ecco fatto: dato che 2 ≤ x e che x ≤ 2, hai dimostrato che x è uguale a 2”.

“E quindi questi due insiemi, {0,1|} e {1|}, pur essendo diversi, rappresentano lo stesso numero”.

“Proprio così”.

“Ora però cerchiamo una regola generale, vero?”.

“Già”.

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Lug 30

                                       

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