Ago 28

Il piccolo passo di Nardò nel mondo grande e terribile

Riportiamo questo interessante articolo scritto da Stefano Galieni per Liberazione in cui viene riassunta l’esperienza del campo di accoglienza di Nardò dove operano le brigate della solidarietà attiva e l’associazione Finis Terrae. Ieri noi di controlacrisi.org abbiamo chiamato i ragazzi che sono partiti da Nardò per arrivare nella zona del foggiano e del potentino, nel confine tra la Puglia e la Basilicata per raccontarci la loro giornata. Ci hanno descritto una situazione molto differente da quella di Nardò riportata nell’articolo che troverete di segutio. In quei territori i lavoratori vivono senza acqua, senza nessun servizio, alla mercee dei caporali in un territorio spopolato e privo di interventi in cui le istituzioni locali non hanno saputo costruire niente di positivo. Il cammino intrapreso dall’esperienza di Finis Terrae e delle Brigate è importantissimo perchè rompe una retorica stantia degli interventi sul tema incapace di costruire risposte chiare ed efficaci. Questi ragazzi scesi a centinaia da tutte le parti d’Italia hanno dimostrato a tutti e tutte, che dopo Rosarno è possibile mettere in piedi esperienze positive tra accoglienza e diritti sociali. La costruzione di una rete di autorganizzazione che utilizzi il modello del campo di accoglienza di Nardò come pratica spendibile per intervenire nel fenomeno del lavoro bracciante segna senza dubbio un punto importante da cui partire nel sud del nostro paese. Buona lettura  www.controlacrisi.org

Nella masseria di Nardò dove si investe sull’accoglienza

La stagione delle raccolte a Nardò, nel Salento, sta per terminare. Già una parte dei lavoratori stagionali, migranti, rifugiati, titolari delle diverse forme di protezione umanitaria, si sono spostati verso altre zone per continuare il lavoro. Una umanità varia, c’è chi ha sempre lavorato in agricoltura e chi si è ritrovato senza lavoro perché la fabbrica in cui lavorava, al nord, ha chiuso i battenti e lo ha messo in mezzo ad una strada. Storie che si incrociano, tunisini che vanno e vengono ormai da oltre 10 anni, sudanesi e ghanesi con vicende diversissime, si incontra chi ha un accento lombardo o veneto e magari avrebbe maturato già il diritto per la cittadinanza ma invece deve lavorare per non essere espulso, e chi è giunto da poco, ha superato o sta ancora affrontando la trafila dolente per vedersi garantiti i diritti di protezione sussidiaria e cerca di arrangiarsi.

Capita da tanti anni, ma questa stagione potrebbe segnare l’inizio di una svolta positiva. Prima dell’inizio della raccolta infatti, su iniziativa del Comune, soprattutto del vice sindaco Carlo Falangone, dell’associazione Finis Terrae e delle Brigate della Solidarietà, si è ristrutturata una vecchia masseria abbandonata, un po’ fuori dal paese. Il Comune (di centro sinistra) ha speso circa 70 mila euro, la Provincia (centro destra) 25 mila euro in tende. Risultato: un campo di accoglienza per chi lavora come non si era mai visto. Tende certo, 28 da 8 posti ciascuno, ma con materassi sollevati da terra, e poi docce, servizi igienici, un presidio Asl, uno sportello di assistenza legale, mediatori culturali.

Un investimento nell’accoglienza, insomma, che ha prodotto risultati superiori alle aspettative. Racconta Gianluca Nigro, coordinatore del “Progetto Amici”: «Rispetto agli anni passati si è affrontata la battaglia contro il lavoro nero e si sono costruite alternative reali di accoglienza. 152 lavoratori sono stati assunti in regola (lo scorso anno furono meno di una ventina) sui circa 400 che sono transitati nel campo. La maglietta che abbiamo dato a chi lavora, con la scritta “Ingaggiami contro il lavoro nero” voleva trasmettere proprio la necessità ristabilire rapporti di lavoro dignitosi». Non è che non siano mancati i problemi, ma chi è arrivato a Nardò si è ritrovato in una condizione unica per il panorama meridionale. In due mesi ad esempio sono state eseguite oltre 870 visite mediche, sono proseguite le pratiche per i permessi di soggiorno e per le diverse forme di protezione umanitaria, insomma chi alla sera tornava stremato, dopo aver raccolto pesanti angurie, magari per 10 ore, non solo si ritrovava in tasca una paga corrispondente ai canoni sindacali, ma si vedeva trattato come persona, scopriva di avere diritti e di poter vivere in condizioni umane.

Mercoledì sera la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Laura Boldrini, si è recata nel campo per verificare direttamente quanto si diceva su questa esperienza. Si è ritrovata davanti uno spazio apparecchiato, al cadere del sole, seguendo i precetti del Ramadan, i lavoratori hanno mangiato e raccontato la loro esperienza. «Mi sono soffermata a parlare soprattutto con i sudanesi, in gran parte rifugiati, e i loro racconti mi confermavano quello che potevo vedere. Una esperienza unica, letti ordinati, lenzuola pulite, una atmosfera di serenità mai vista nei luoghi del lavoro agricolo. Un esperimento che ha funzionato perché ha coinvolto tutti, lavoratori, associazioni, istituzioni, Asl, forze dell’ordine». E su questo aspetto la rappresentante dell’Acnur è estremamente netta. «Buone pratiche come queste in cui cooperano istituzioni di diverso orientamento politico rendono nobile la politica. Quando le associazioni si impegnano per mantenere i legami ponendo al centro del proprio agire i diritti di chi lavora e impedendo che si creino condizioni di degrado e di tensione, quando le forze dell’ordine sanno comportarsi con discrezione per sostenere simili interventi, si investe nella convivenza e nell’inclusione. Di questo beneficiano tutti, lavoratori, imprenditori, cittadini. Credo che queste pratiche vadano sostenute e esportate. Quando si sconfigge il disagio si gettano le basi per prospettare un futuro. Tre concetti in fondo: senso di responsabilità, visione ed esempio di civiltà politica, una salutare boccata di ossigeno di cui c’era il bisogno».

E in effetti il tentativo di esportare tali pratiche è già in atto. Gianluca Nigro insieme ad alcuni ragazzi delle Brigate di Solidarietà era ieri a Palazzo S. Gervaso in Basilicata, dove da anni si cerca di percorrere la stessa strada. «Da Palazzo ci hanno chiamato per dirci che erano arrivati lavoratori con le nostre magliette indosso e ora siamo venuti qui per pianificare un intervento – racconta Nigro – Ci rendiamo conto che stiamo creando grosse aspettative ma sul lavoro agricolo nel meridione vogliamo costruire una vera e propria rete. Abbiamo bisogno di relazionarci con tutte le associazioni presenti nei diversi territori, ma vogliamo anche che siano coinvolte e responsabilizzate le istituzioni. L’intervento integrato è l’unico che può aprire sbocchi sapendo che la battaglia principale è la lotta al lavoro nero».

L’esperienza di Nardò è però servita anche a riflettere sull’intreccio fra questione richiedenti asilo, rifugiati ecc… e lavoro agricolo. Molti di coloro che hanno tale status trovano nelle raccolte l’unico sbocco lavorativo possibile e allora si tratta di rendere più efficaci i percorsi di accoglienza. «In questi giorni ci sono stati sbarchi, quasi tutti di potenziali richiedenti asilo dati i paesi di provenienza, Afganistan, Iraq, Iran, kurdi dei diversi paesi – ricorda Laura Boldrini – Non sono numeri da utilizzare per parlare di invasione. Piuttosto è possibile costruire per queste persone un percorso integrato, dall’intercettamento al soccorso in mare, alla prima accoglienza, alla identificazione, alla corretta informazione per accedere all’asilo». Dove si costruiscono forme di accoglienza, si pensi a Riace o a Caulonia in Calabria e di ingresso nel mondo del lavoro come a Nardò, forse si ricomincia a far vivere un po’ di civiltà.

Stefano Galieni

27/08/2010

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Ago 28

”NUOVE SCHIAVITÙ”

 

Un fenomeno complesso che nel mondo vede coinvolte quasi 3 milioni di persone. Le ragazze vittime di sfruttamento sessuale sono in prevalenza nigeriane o romene in età comprese tra i 15 e i 18 anni – è quanto emerge dal dossier “Le nuove schiavitù” sulla tratta e sfruttamento di minori, redatto da “Save the Children” in occasione della “Giornata in ricordo della schiavitù e della sua abolizione” che si è celebrata la scorsa settimana. Il rapporto conferma la complessità del fenomeno che nel mondo vede coinvolte quasi 3 milioni di persone, soprattutto donne e bambine, e che in Italia ha registrato 50mila vittime di tratta e sfruttamento (di cui quasi 1000 minori) che hanno ricevuto protezione e assistenza tra il 2000 e il 2008. Non mancano poi le vittime di sfruttamento lavorativo (163 fra il 2007 e il 2008). Il coinvolgimento di minori (spesso poco più che quattordicenni) in attività illegali riguarda in prevalenza afghani, egiziani, bengalesi e romeni. I minori, che arrivano in Italia con viaggi organizzati pagati dalle loro famiglie, si ritrovano in seguito costretti a ripagare il debito. Lo sfruttamento può essere sessuale o lavorativo. Il dossier conclude con una serie di raccomandazioni ai ministeri interessati chiedendo ai responsabili di adoperarsi nell’identificazione delle vittime di tratta, auspicando l’operatività del “national referral system” relativo alla presa in carico e assistenza dei minori, considerando tutte le forme di sfruttamento, non solo quelle a scopo sessuale.

Scarica il dossier in pdf da savethechildren.pdf (139,71 kB)

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Ago 28

Tremonti e la sicurezza sul lavoro

” ‘Dobbiamo rinunciare ad una quantita’ di regole inutili: siamo in un mondo dove tutto e’ vietato tranne quello che e’ concesso dallo Stato’. Lo ha detto il ministro dell’Economia Tremonti, ieri al Berghem fest, sottolineando che ‘robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci. L’Ue e l’Italia si devono adeguare al mondo’. ‘Tremonti si riferiva alla giurisdizione europea e alla sua estensione eccessiva, la sicurezza del lavoro resta essenziale’, ha poi precisato la sua portavoce” fonte ANSA

Il lapsus del Ministro Tremonti sul fatto che la  626  (sic!) sarebbe un lusso rivela il vero sentire e la cultura rispetto alla sicurezza sul  lavoro del personaggio. Tanto più maldestra la “precisazione” della sua portavoce che invece di temperare la gaffe del ministro rende esplicite le ragioni di queste dichiarazioni.
Diario prevenzione da tempo ha seguito e pubblicato notizie in relazione all’iniziativa della Commissione Europea per “semplificare” le norme in materia di valutazione e gestione dei rischi in ambito lavorativo. Il pensiero del Ministro è allineato agli orientamenti neoliberisti della Commissione UE. Per dimostrare ciò riportiamo una serie di  stralci e relativi link ad articoli precedentemente pubblicati

” Nel 2009 la Direzione generale impresa della Commissione Europea  ha speso 17 milioni di euro  in una consulenza affidata da un gruppo di esperti ( il Consorzio ) per redigere un progetto devastante.
Il risultato di questo straordinario lavoro è il seguente: fare risparmiare le imprese che, qualora il progetto andasse in porto  non dovranno più redigere il documento di valutazione dei rischi ( neppure quello semplificato) e in sostanza non dovranno più svolgere  azioni  di  risk assessment, un ritorno alla gestione dei rischi random e senza un  metodo d lavoro  come negli anni ‘60.” 
[ vedi articolo completo  03/11/09-UE 17 milioni di euro per una ricerca per smantellare le norme per la sicurezza sul lavoro ]  


“La Commissione europea ha adottato il 22 ottobre il Piano d’azione per ridurre gli obblighi di comunicazione delle aziende. Il piano, parte della campagna “legiferare meglio”, comprende tredici campi diversi. Promette una riduzione dei costi per le imprese di circa 40 miliardi di euro all’anno. Orientamenti comunitari per la salute e la sicurezza (SSL) sono interessati dal piano. Per la direttiva quadro del 1989, la Commissione prevede una serie di proposte: esentare alcune piccole imprese dall’obbligo di redigere  una valutazione del rischio, di ridurre il numero delle ispezioni dei luoghi di lavoro, incoraggiare gli Stati membri a limitare il recepimento delle direttive in materia di SSL requisiti minimi ivi stabiliti. I risparmi sui costi promessa da parte della Commissione sarebbe di circa 650 milioni di euro all’anno in materia di salute e sicurezza.

I sindacati sono fortemente contrari a questo piano. Con il pretesto di ridurre la burocrazia, la Commissione mette in discussione molti obblighi dei datori di lavoro per raccogliere, elaborare e trasmettere informazioni. In questo modo, violando i diritti dei lavoratori, dei consumatori e la possibilità per gli Stati membri a far rispettare le leggi.
Rimuovere la valutazione del rischio nelle piccole imprese equivarrebbe a  creare un sistema a due velocità nel quale  i lavoratori delle piccole imprese cesserebbero di ricevere un approccio preventivo. Questa proposta è del tutto irrazionale. Verosimilmente sono le piccole imprese che hanno la maggiore necessità della  valutazione del rischio in quanto sono poco abituate ad un approccio sistematico al rischio e la prevenzione.”
 [ vedi articolo completo  La Commissione europea mette in discussione la  valutazione del rischio  nelle aziende ]


Per questi motivi l’esternazione del Ministro non va presa come una boutade tardo estiva  ma come l’accenno ad un progetto politico di decrescita infelice del ruolo dello Stato nella tutela del diritto alla salute delle persone che vivono del loro lavoro.
In questo quadro rientra la strategia di deresponsabilizzazione dello stato e delle regioni tramite la “creazione” del Polo della sicurezza del lavoro incentrato sull’Inail. [ vedi articolo [LA NEO-AGGREGAZIONE  DEL FUTURO POLO DELLA SICUREZZA INAIL. A CHI E A COSA SERVE ? ]

L’esternazione del Ministro quindi rientra nel progetto più complessivo di ” adattamento ” delle condizioni di lavoro e di sicurezza sul lavoro agli standard “cinesi” proposti da Marchionne e approvati dalla Marcegaglia e non ultimo da Sacconi.
La subcultura dell’adattamento passivo alle regole della competizione globale è il segno vero della crisi della occasionale  classe dirigente  di questo sfortunato paese. Si possono chiedere lacrime sudore e sangue ad un paese intero in cambio di un progetto che mantenga relazioni civili e lo stato di diritto e il rispetto delle persone che vivono del loro lavoro. Questo progetto non c’è e non c’è una leadership onesta e trasparente legittimata a richiedere altri sacrifici.


Gino Rubini

editor Diario della Prevenzione
26/08/2010

www.diario-prevenzione.it

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Ago 28

« Liberazione, un antidoto contro la crisi della democrazia »

Docente di storia italiana presso l’Università di Torino, Giovanni De Luna è uno dei naturali interlocutori di Liberazione sulle tante questioni storiche e politiche che ci troviamo ad affrontare. Già militante di Lotta Continua, De Luna è un intellettuale attento alle minacce che corre in questa fase storica la nostra democrazia. Tra queste c’è senza dubbio il tentativo di omologare l’informazione, televisiva da un lato - e questo può essere considerato un obiettivo già raggiunto dalla destra - e giornalistica dall’altro, mettendo a tacere le voci più scomode attraverso un ridimensionamento del finanziamento.

«Faccio fatica ad entrare nei dettagli finanziamento pubblico sì, finanziamento pubblico no - ammette lo storico - perché non ho le idee chiare. Ma quello che mi colpisce di più della vicenda di Liberazione è questa tendenza all’afasia di un intero segmento di uno schieramento politico. E se viene a mancare Liberazione è come se si mettesse un po’ la ciliegina su una torta fatta di un silenzio pesante. Un’intera area sociale e politica, che non ha già una rappresentanza istituzionale, a quel punto verrebbe privata anche di un suo organo di stampa. Una situazione che non fa piacere a nessuno indipendentemente dalla singole responsabilità di quello che sembra essere un percorso di estinzione, dal quale nessuno può certamente chiamarsi fuori».

A prescindere appunto dalla questione finanziamento pubblico mi sembra di capire?

Questa come dicevo è appunto la classica ciliegina sulla torta. Resta la tendenza. E c’è a questo punto da interrogarsi sul rischio dell’azzerramento di queste voci e di questa area politica.

Un trend che la destra vuole favorire….

Certo. E questo desta più di un allarme per i rischi che corre la nostra democrazia, minacciata appunto dalle pulsioni populiste della destra. Ma il problema in realtà è un altro: questi allarmi ci sono sempre stati, basti pensare a Scelba o ai tentativi di colpo di stato. Allora però c’era una forte opposizione che ha contrastato questi tentativi, un forte schieramento politico, variegato finché si vuole ma comunque solido. Che ha creato degli anticorpi messi in campo da questo paese per contrastare le derive antidemocratiche.

Oggi tutto questo manca?

Gli anticorpi non ci sono più e l’afasia complessiva dello schieramento di sinistra, della quale rischia di essere vittima Liberazione, è qualcosa che non è mai successo nella storia del nostro paese. Vorrei invece che queste voci ci fossero perché è lì che c’è l’antidoto. Il rischio che invece questo segmento politico venga azzerato in tutte le sue espressioni è grave e pericoloso.

A proposito di silenzio, voglio tornare sulla questione del finanziamento pubblico e sul rischio che molte testate chiudano in seguito al ridimensiomento del flusso di denaro pubblico. Anche in questo caso non è grave, se si esclude la battaglia della Fnsi e delle testate interessate come noi e “il manifesto”, la mancanza di mobilitazione per esempio da parte del centro-sinistra?

E’ certamente un silenzio pesante quello che c’è, una cappa che opprime questo paese. Di fronte a questi movimenti scomposti della destra dall’altra parte ci sono solo dei balbettii. Al di là poi della mia dimensione di studioso, la mia generazione non ha mai assistito a qualcosa del genere. Insomma fa paura questa perdita della capacità d’iniziativa su tutti i fronti quando la mobilitazione per la libertà di stampa è sempre stata invece un cavallo di battaglia della sinistra che si è dovuta spesso muovere in quest’ottica. Ripeto, quello che mi sconcerta di più è il rischio che un intero segmento politico possa scomparire anche sul fronte mediatico.

 

Vittorio Bonanni

26/08/2010

leggi www.liberazione.it

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Sep 03

I prodotti Herbalife possono agevolare lo snellimento o la perdita di peso, se inseriti nell'ambito di una dieta ipocalorica controllata. Anche se alcuni prodotti Herbalife possono essere utilizzati in sostituzione di un pasto, essi non sono tuttavia destinati ad essere usati come sostituti dell'intera dieta di una persona, e dovrebbero essere integrati da almeno un pasto completo quotidiano.
I prodotti sono notificati al Ministero della Salute. La notifica non implica accettazione, da parte del Ministero della Salute, di qualsivoglia messaggio a carattere pubblicitario.
I prodotti non sono medicinali e non sono trattamento o cura di malattie.

Tutti o quasi, sanno che lavorare da casa è oggi in una fase di forte evoluzione e intraprendenza.
Fino a qualche anno fa una famiglia poteva vivere agiatamente in presenza di uno stipendio, ora è diventato molto difficile anche con due e le cause di questo fenomeno sono molteplici.
In primis aumenta di anno in anno il costo dei beni di prima necessità, chi fa la spesa tutti i giorni lo sa, anche le spese mediche, i trasporti e molti altri servizi aumentano generalmente di più di quanto aumentano i nostri stipendi. E c'è anche un altro motivo.
Per questo motivo Herbalife propone un sistema di lavoro da casa particolarmente utile ed efficace: provare per credere!

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale »

Ago 28

QUANDO A BRINDISI VOLEVANO COSTUIRE L’OSPEDALE SAN RAFFAELE

L’amore di don Verzè per la Puglia è antico. Già nel 2001 provò a costruire un ospedale.

“Quando non ci arrivano le istituzioni – leggiamo nelle cronache dell’epoca - provvede la sensibilità di un artista a fare da collante per la realizzazione di progetti utili alla gente della propria terra.

Esattamente come sta accadendo per il progetto di un centro oncologico che sorgerà in Puglia, a Cellino San Marco per la precisione, e si avvarrà del supporto tecnicoscientifico dell’ Istituto San Raffaele di Milano, fondato e presieduto da Don Luigi Verzè. Un progetto che piano piano sta diventando realtà grazie ad Albano Carrisi che ha già donato i terreni dove far sorgere l’ Istituto Oncologico Mediterraneo: nove ettari di suolo, vicino alla tenuta di famiglia “Il bosco”, un terreno fertile pieno di alberi dove c’ è una vecchia masseria che sarà ristrutturata.

«Tutto è nato per caso grazie ad una canzone, o meglio ad un inno che mi hanno chiesto di scrivere per il San Raffaele», dice Albano nel corso della conferenza stampa organizzata nella sua azienda a Cellino San Marco per presentare ufficialmente il progetto e la Fondazione Onlus “Albano e Ylenia Carrisi”.

« È stata una folgorazione reciproca, ci siamo intesi subito (con don Verzè, ndr) e quando mi ha parlato delle difficoltà incontrate per realizzare un centro oncologico nel Tarantino, ho subito offerto la mia collaborazione, proponendo Cellino San Marco come sede. Sono un artista e di medicina capisco poco, ma so che in questa zona c’ è un altissimo tasso di tumori e che non si contano i viaggi della speranza periodicamente fatti dalla povera gente colpita da terribili drammi familiari. ».

Poi le cose sono andate male. Fitto regnante, la Regione doveva recuperare un deficit enorme in sanità e non voleva caricarsi i costi delle prestazioni generate dal nuovo istituto, a Bari non volevano perdere la centralità (quale?) del loro Istituto Tumori e così non se ne è fatto più niente.

Le cose vanno meglio con Vendola Presidente, Assessore Tedesco e poi Fiore, che riprende a tessere i rapporti con don Verzè. Lo strumento dell’accordo è previsto dalla legge e si chiama sperimentazione gestionale: una società pubblico-privato con il 51% al pubblico.

Costo dell’operazione 210 milioni, 120 della Regione Puglia, 80 del San Raffaele e 10 dello Stato. Tutto regolare sembrerebbe. Ma sugli organi di informazione incomincia a circolare qualche notizia sulla compagine sociale della nuova fondazione. Ogni socio ci mette del suo e don Verzè ci mette qualcuno dei suoi che è anche nella MolMed spa, Molecular medicine, società partecipata da Berlusconi per sconfiggere il cancro in poco tempo, come dichiarò qualche mese fa.

Inoltre, solo per la cronaca, un dipendente di don Verzè è anche l’attuale Ministro della Salute, Ferruccio Fazio.

MA IL SAN RAFFAELE ERA L’UNICO ECCELLENTE?

Ma perché la Regione Puglia sceglie un partner senza percorrere una procedura ad evidenza pubblica, cioè una gara? In fondo il San Raffaele non è l’unica eccellenza sanitaria in Italia.

C’è l’Istituto Tumori di Milano, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, L’Istituto Candiolo di Torino, per citarne alcuni. Perché, rispondono a Bari, il San Raffaele è una Onlus, cioè un ente no-profit.

Qualcuno però ricorda che il Consiglio di Stato, recentemente ha sentenziato che la Fondazione San Raffaele «svolge attività commerciale, il fatto che non persegua utili o che gli utili siano reinvestiti nell’attività non esclude che essa svolge iniziative di carattere economico con modalità tali da consentirle di permanere sul mercato e di concorrere con altre strutture enti e società che operano nel settore sanità».

Ma comunque, perché non utilizzare criteri oggettivi, cioè basati sui basilari principi di maggiore efficienza e maggiore economicità, oltreché più rispettosi del fondamentale canone Costituzionale dell’imparzialità della P.A., anche per scegliere un partner scientifico? L’impact factor della sua produzione scientifica in un particolare settore, i risultati delle terapie in alcune patologie?

Non risulta che queste domande siano state poste dagli attuali rappresentanti dell’amministrazione regionale né che abbiano avuto preventiva risposta da parte del partner scientifico.

Un altro affidamento diretto si fece sempre in Puglia alla fine degli anni ‘90 a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi per un grande centro di riabilitazione, dove la scelta cadde su un’altra fondazione, denominata sempre San Raffaele ma di proprietà del gruppo editorial-sanitario Angelucci di Roma.

Una struttura che costa circa 100 milioni l’anno, che gode di buona considerazione e soprattutto è tra le poche del genere nel Meridione. Nessuno potrà mai dire se lo stesso servizio si sarebbe potuto rendere, con minori costi o con la stessa qualità, mediante una gestione diretta da parte del pubblico.

Ovviamente, come sempre, abbiamo dati quantitativi ma non qualitativi, cioè sappiamo quanti ammalati vengono curati ma non quanti ne guariscono. Ma questo è un altro problema.

IL PATTO DELL’ASTICE ED I TUMORI CHE VANNO E VENGONO

Ma torniamo alle cronache del 2001 dalle quali questa nota ha mosso i primi passi.

Siamo a Cellino, nella tenuta di Albano Carrisi, neo-socio di don Verze nella “Fondazione Albano e Ylenia Carrisi”.

“In Puglia, così come sottolineato dal capo di gabinetto della Provincia di Brindisi Luigi Potenza, si contano negli ultimi anni oltre 270 mila casi di tumori con 150 mila decessi (fortunatamente le cifre sono sbagliate perché si riferiscono all’Italia ndr). «Di questi casi - ha detto Potenza - i più numerosi si sono registrati nella provincia di Brindisi e il dato diventa ancor più preoccupante se si considera che solo nella piccola Torchiarolo circa 200 persone sono state colpite dal male incurabile».

Nonostante ad Albano non sia riuscito di realizzare il sogno di don Verzè, l’artista brindisino ha continuato a dare il suo sostegno alla cura dei tumori e con Massimo Ferrarese è Copresidente della “Fondazione per la Puglia” con la quale vengono raccolti fondi destinati a sostenere le cure oncologiche soprattutto, sinora, attraverso borse di studio.

Ferrarese nel frattempo è diventato presidente della Provincia di Brindisi per il centro-sinistra. Recentemente ha attaccato il piano di rientro dal deficit in sanità di Vendola che prevede chiusure di posti letto. La sua controproposta è stata quella di chiedere 100 milioni per ammodernamenti tecnologici.

Poi, una sera di agosto a Campo Marino Vendola e Ferrarese si sono incontrati davanti ad un piatto di spaghetti con l’astice per discutere di sanità e carbone.

Infatti a Brindisi c’è da ridurre il consumo di carbone. Si fanno centrali a biomasse, si fanno fotovoltaici al posto delle coltivazioni agricole, ma il carbone che si brucia è sempre lo stesso.

A Ferrarese, impegnato a sostegno delle cure oncologiche, non risulta che a Brindisi ci siano più tumori che altrove. Forse non ha avuto il tempo di parlare con Albano e del suo progetto del 2001.

A Vendola non sappiamo cosa avrà chiesto per la sanità Brindisina. Sicuramente avrà chiesto di firmare subito le convenzioni con le società elettriche che ormai sono disposte ad accettare qualsiasi riduzione del carbone pur di togliersi dal collo il morso delle inchieste. Eppoi con le firme delle convenzioni le richieste di studi ed approfondimenti epidemiologici ed ambientali degli ambientalisti si andranno a fare benedire.

Per convincere l’unico restio, Mennitti, via libera all’impiego del Combustibile da Rifiuti nella centrali.

I rifiuti ossessionano tutti i Sindaci ed anche quello del capoluogo. Non riescono a comprendere che se si fa una buona raccolta differenziata non servono né discariche né inceneritori. Ma di questi ultimi la Puglia sta per autorizzarne uno per provincia. Eppoi con il riciclo dei rifiuti per ora fa profitti solo una imprenditoria di nicchia e non i grossi gruppi impegnati sui rifiuti e sugli inceneritori.

Così, firmando le convenzioni avremo meno carbone e più diossine, come a Taranto, dove potremo comunque andare a curarci “eccellentemente” facendo prima un aerosol nei fumi dell’Ilva.

LA FAVOLA INSEGNA

Le conclusioni sono due. Una è che i tumori sono tanti quando si devono curare, sono pochi quando si devono prevenire intervenendo sulle cause ambientali e soprattutto industriali.

L’altra è che il mantra, potente e breve formula sonora spirituale che ha la capacità di trasformare la coscienza, secondo cui la sanità pubblica è allo sfascio e non è capace più di curare bene la gente, viene ripetuto anche nelle regioni governate dal centro-sinistra, sicuramente anche in Puglia.

Per cui meglio dare i soldi ai privati per curare la gente malata di “tanti” tumori.

Maurizio Portaluri 

medico - Medicina Democratica Puglia

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Ago 26

Licenziati i neri che non fanno gli schiavi

 

Sedici eritrei lavorano come schiavi. Scioperano. E vengono licenziati. È successo ai lavoratori della cooperativa Papavero, impiegati nel carico e scarico delle merci presso la Gls di Cerro al Lambro (Milano). La Fiat è un simbolo, fa scuola e politica. Ma ciò che avviene a Melfi è solo la punta dell’iceberg. Nel mondo del lavoro in subappalto, specialmente se riguarda stranieri, i diritti sono già spariti da un pezzo. E se qualcuno si azzarda a pretendere ciò che gli è dovuto viene semplicemente cacciato.

Merki ha 45 anni. È scappato dall’Eritrea ed è arrivato in Italia come rifugiato politico sette anni fa. Vive con la moglie e due figli piccoli. Da cinque anni lavora alla Gls, una grossa azienda di logistica di proprietà delle poste inglesi. La Gls si occupa di ogni tipo di spedizione, anche delle casse da morto. Merki però non è un suo dipendente. Ha lavorato sempre nello stesso posto, ma per tre padroni diversi, tre cooperative che nel corso degli anni hanno gestito la manodopera, circa 90 persone tutte straniere. L’ultimo datore di lavoro è la cooperativa Papavero, il cui responsabile è un ex sindacalista Rdb. «Il nostro - racconta Merki è un lavoro pesante. Sgobbiamo per tante ore di fila, anche di notte per circa 1.100 euro al mese, a volte anche qualcosa di più. Ma noi vogliamo i nostri diritti». Per questo insieme ai suoi colleghi, tutti eritrei, seguiti dai SinCobas, Merki lo scorso febbraio ha scioperato quattro volte. I lavoratori della Papavero chiedevano cose elementari: straordinari pagati, tredicesima e quattordicesima, carichi di lavoro sopportabili, un contratto e regole chiare, sicurezza sul lavoro, il corretto pagamento delle imposte e dei contributi da parte del datore di lavoro. Durante gli scioperi hanno tentato di fare un presidio davanti alla Gls, ma ogni volta sono stati fermati da decine di poliziotti in tenuta antisommossa che in un paio di occasioni hanno caricato i manifestanti a colpi di manganello. «Le forze dell’ordine - racconta Aldo Milani del SinCobas - hanno vigilato i cancelli dell’azienda per 40 giorni. Neanche fossero amici di Maroni. Abbiamo dovuto lasciare il presidio. Ma non abbiamo smesso di seguire la vicenda di queste persone». La vertenza è continuata e i lavoratori non hanno smesso di denunciare la loro situazione e di chiedere il rispetto dei loro diritti.

Due settimana fa, la doccia fredda. La cooperativa Papavero li ha messi alla porta mentre loro erano in ferie. Licenziati per avere scioperato. Secondo i loro «padroncini» si sarebbe trattato di scioperi illegali e senza preavviso che hanno messo in cattiva luce la ditta presso cui lavoravano. L’altra sera i lavoratori si sono presentati alla Gls per chiedere il reintegro sul posto di lavoro. Sono arrivate 4 auto dei carabinieri e dopo poco hanno lasciato l’azienda. Ieri però sono andati all’ispettorato del lavoro per denunciare ancora una volta la loro vicenda e per chiedere che vengano pagati gli arretrati, anche quelli che aspettano da anni dalle cooperative precedenti che li avevano impiegati. «Noi vogliamo diritti - spiega ancora Merki - non siamo schiavi. Ma adesso dovrò cercare un altro lavoro».

La storia di questi eritrei non è un caso isolato. È un misto di razzismo e sfruttamento del lavoro molto comune, specie nelle aziende di logistica lombarde che ricorrono a cooperative per scaricare rischi, tasse e costi della manodopera. Un giro che spesso non viene adeguatamente denunciato dai sindacati maggiori. «Siamo abituati a trovarci di fronte a storie di intermediazione illegittima di manodopera, sono rapporti di lavoro fittizi - racconta Fulvio del SinCobas- abbiamo trovato aziende dove il 50% dei lavoratori, tutti stranieri, è in nero, oppure dove si trattano materiali tossici senza alcun rispetto delle norme di sicurezza».

A proposito di sicurezza, a Milano in questi giorni non si parla d’altro, e ancora una volta nel mirino ci sono gli stranieri equiparati a delinquenti etnici. Sulla loro testa il vicesindaco De Corato (Pdl) e la Lega fanno a gara la spara più grossa. Su questo si stanno già giocando la campagna elettorale per le comunali di primavera.

Giorgio Salvetti

25/08/2010

www.ilmanifesto.it

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Ago 26

Condoni, tasse, trucchi ed evasioni. L’assurda normalità italica

 

Alcune notizie, paradigmatiche del senso comune e della realtà, illuminano l’Italia d’oggi meglio di mille articoli. Tra queste sicuramente il fatto che dal maxi condono 2002/2004 mancano all’appello ancora 4,6 miliardi (questione che già nel 2008 aveva mobilitato la Corte dei conti, la quale valutava in 5,2 miliardi la cifra allora mancante all’appello e denunciato giorni or sono, nell’indifferenza quasi generale, dall’associazione Legalità ed equità fiscale).

 

L’ammanco è stato reso possibile dalla normativa che ha stabilito che per gli importi superiori a 3mila euro per le persone fisiche e 6mila per le società, era sufficiente versare la prima rata per rendere valido il condono. è accaduto che gli evasori fiscali, una volta ottenuta la sanatoria versando la prima rata del dovuto, non saldassero il conto con l’Agenzia delle entrate. Decisiva è stata la scelta di non subordinare il condono al pagamento dell’intera somma dovuta, ma di accontentarsi del primo versamento nei casi in cui era prevista la rateizzazione del debito.

 

In sostanza a mancare all’appello sono proprio i soldi dovuti dai maggiori evasori. L’errore dei legislatori è stato limitarsi a stabilire procedure di recupero coattivo delle somme, anziché prevedere l’inefficacia del “perdono”: con questo meccanismo, chi già aveva violato la legge evadendo le tasse, ha incassato il condono sul piano tributario e penale pur senza aver chiuso i conti con il fisco. Anche in un Paese in cui l’evasione fiscale pare essere lo sport nazionale, davvero c’è da restare senza parole. D’altronde la cronaca ci dice di yacht in mano a nullatenenti, di gente che gira con la Ferrari e prende sussidi di disoccupazione, di gestori di ristoranti e bar che guadagnano meno dei loro dipendenti, di commercianti, imprenditori, liberi professionisti residenti in splendidi attici ed in permanenti vacanze esotiche, letteralmente “morti di fame” per il fisco.

 

Si sa, chi davvero paga le tasse (perché sottratte alla fonte) è il lavoratore dipendente: per gli altri vi sono i trucchi nazionali, dai più sofisticati a quelli da bar. Vediamone alcuni tra i più gettonati. “Scatole cinesi”: si crea una società controllata, di cui in pratica si ha il controllo possedendone una quota maggioritaria. A quella società si fa acquistare la quota di maggioranza di una seconda società ed a quella la maggioranza di una terza società, e così via.

 

Un meccanismo che permette a chi ha il controllo della prima società di avere il controllo (anche se non la piena proprietà) di tutte le altre società controllate a cascata da quell’iniziale, con ovviamente i beni posseduti da queste società. Spesso la società iniziale ha sede in un paradiso fiscale. Un labirinto anti accertamento proprietà, anti fisco. Le “cartiere” invece sono società che aprono e chiudono i battenti nel giro di pochi mesi. Il nome evidenzia l’esclusiva funzione di produrre false fatture che permetteranno di chiedere il rimborso dell’Iva mai pagata.

 

Abbiamo poi le “società di comodo”, oggi alla ribalta per il meritorio lavoro della guardia di finanza sulle “vacanze”. Nel caso delle barche, sono ditte di charter che, però hanno un solo cliente, il loro azionista. Ciò serve a pagare meno tasse sulla barca, ma soprattutto a far scomparire lo yacht dal patrimonio di una persona fisica in caso d’accertamenti fiscali. Se l’Agenzia delle entrate controlla la dichiarazione dei redditi, troverà dichiarata una società di charter con un capitale basso (10/15mila euro) e non uno yacht da due milioni d’euro. Le società di comodo servono per nascondere al fisco ville al mare, attici in città, fuoriserie, patrimoni vari. Per scendere poi più nel banale quotidiano abbiamo lo scontrino non fiscale. è un metodo adottato da non pochi commercianti, come i proprietari di ristoranti e di pub.

 

Prestate attenzione quando vi portano il conto. Il foglio sembrerà stampato da un registratore di cassa come una ricevuta fiscale, ma sovente non lo è. Altri, addirittura, con disinvoltura si dimenticano di portare scontrino o ricevuta e si rabbuiano qualora giustamente richiesti. Normalità italica.

 

Gianpaolo Silvestri

25/08/2010

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Ago 26

LOTTE DI SALUTE E AMBIENTE

  • LA LEZIONE DI GIULIO A. MACCACARO PARTIGIANO, MEDICO, SCIENZIATO, INTELLETTUALE DEMOCRATICO, MILITANTE DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI, FONDATORE DI MEDICINA DEMOCRATICA - MOVIMENTO DI LOTTA PER LA SALUTE
  • Medicina democratica propone una unica lista nazionale  per conoscere, socializzare, interagire, partecipare, organizzarsi in un unico fronte antinucleare
  • Per Medicina democratica, il dottor Maurizio Portaluri presenta il suo libro “La sanità malata”, riflessioni sul sistema sanitario pugliese, nel corso del 2° Campeggio Antinucleare.
  •  Vietare l’esposizione al benzene  dovrebbe essere  una priorità per ciascun  sindaco.
  • Primi risultati della ricerca  per  cura e riabilitazioni degli anziani cronici non autosufficienti senza limiti di durata.
  • Medicina democratica si costituisce parte civile per morti da ammine aromatiche.  
  • L’oncologa Patrizia Gentilini (Medicina democratica) su malformazioni ai bambini per  impianti di incenerimento di rifiuti
  • Contro KME, la vittoriosa battaglia degli agricoltori,  portavoce Francesco Piacentino di Medicina democratica.
  • Iniziative contro le centrali a biomasse di Carrosio e Predosa.
  • Documentazioni relative alle centrali di Castellazzo Bormida, di Tortona e di Rivalta Scrivia.
  • Se va a fuoco il deposito di scorie nucleari di Bosco Marengo
  • Non serve un altro ponte sul Tanaro, con quei soldi piuttosto…
  •  La carta del movimento non violento
  • Addio ai treni merci, altro che favola del tav terzo valico
  • Al lavoro peggio che andare in guerra
  • Cromo esavalente, condanne senza giustizia
  • La Solvay e l’amianto
  • Alla foce del Po si denuncia la Solvay per il PFOA
  • Ecolibarna storia infinita, che non si ripeta a Spinetta Marengo
  • Sarà processato ad Alessandria Attila Palenzona
  • Anche i non ammalati potranno costituirsi parte civile al processo del polo chimico spinettese
  • Le emergenze della valle Scrivia e le denunce al comune di Tortona
  • La distruzione dei campi OGM: reato o autodifesa?
  • Se 20.000 visitatori del blog vi sembran pochi

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Ago 26

25- Firma l’appello di Andrea Camilleri, Margherita Hack e Paolo Flores d’Arcais

25- Intellettuali di destra: grandi opportunisti, forti di una rozzezza e aggressività faziosa, aggrappati al regime, servili e impudichi

25- Ogni anno si svolge lo spettacolo del bagaglino oscurantista e affarista di una vera e propria azienda capitalista. Chi paga il meeting di CL?

24- Sacco e Vanzetti: li hanno barbaramente uccisi. Ma la loro storia, la loro memoria, il loro sacrificio estremo resta nei cuori dei giusti!

24- Eolico e sciacalli: in una Calabria già massacrata da abusivismo, alluvioni e incendi. La magistratura indaga su affari e corruzione

24- Il cancro negli USA. L’ennesima conferma del baratro sul quale ci troviamo, se continuiamo ad americanizzare costumi e sviluppo

23- Da Forli come in tutta Italia: i danni che gli inceneritori provocano sono ormai indiscutibilmente riconosciuti

23- Giornata della memoria dell’abolizione della schiavitù. Rapporto drammatico di Save the children

23- Addio al grande caratterista sardo Tiberio Murgia. Vita da minatore in Belgio, cameriere a Roma, ferma coscienza di classe, comunista

22- Mettiamo al centro il tema del lavoro e della crisi, invece di cincischiare con primarie, governi transitori e berlusconate

22- I crimini contro le persone, anche bambini, e contro l’ambiente che ci portiamo addosso con i nostri abiti

22- In Italia gli onesti che tentano di sopravvivere vanno in galera, disonesti e malavitosi sono al potere. E’ il capitalismo!

21- Come il governo, a Torino il sindaco Chiamparino usa toni muscolari addirittura contro l’ONU che difende i migranti

21- Rischi per la salute e affari stratosferisci per le case farmaceutiche. Il pricoloso flop dei nuovi farmaci

21- Comunità in lotta per lla sanità pubblica. Da settimane i cittadini di Tinchi (Matera) protestano sul tetto della struttura

20- Confindustria, il neoPartito della Nazione, le pecore nere di Fini, PD, IDV, MPA giocano per non cambiare nulla

20- Per politiche antidroga basate su prove scientifiche. Per arginare le dannose le politiche attuali. Ripubblichiamo l’appello a sostegno della Dichiarazione di Vienna 

20- Vendola sborsa 120 milioni per l’ospedale di Taranto che verrà Il 24 per cento della società appartiene al figlio di Berlusconi

19- Integratori pericolosi: un’inchiesta de Il Salvagente in edicola e acquistabile on line sul sito del settimanale

19- Rivolta nei CIE: l’unica risposta del governo è: costruire altri centri di detenzione per migranti, colpevoli solo di richiesta di umanità

19- Allattamento al seno: denuncia dell’oscurantismo e dell’ipocrisia perbenista che regna in Italia, contro le donne e il loro ruolo di madri lavoratrici

 

SOMMARIO SETTIMANALE 11/18 AGOSTO

SOMMARIO SETTIMANALE 1/10 AGOSTO

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Ago 26

«Quella ciminiera falla azzurra. Così farà meno paura alla gente»

 

Tirreno Power, la proprietaria della centrale a carbone di Vado Ligure, è anche lo sponsor dell’estate savonese e di qualsiasi iniziativa culturale nella zona. Compra paginate sui quotidiani locali. Sul suo sito - dove prevalgono colori che evocano il cielo - si sorvola sulla ricca letteratura scientifica a proposito della mortalità impressionante entro 50 chilometri dalla centrale, ma si valorizza l’impegno della Spa che fa capo all’ingegner De Benedetti per lo sport. Loro dicono che sia perché lo sport insegna le regole del vivere comune ma è più probabile immaginare che associare il marchio allo sport evochi l’empatia tipica dei tifosi (noi contro loro) e un immaginario legato alla salute, alla forza, alla giovinezza, alla vita. Ossia a tutto ciò che un mostro come quello piantato tra Vado e Quiliano ruba da quarant’anni agli abitanti. Anche a Civitavecchia, in provincia di Roma, l’Enel utilizza mezzi simili per far ingoiare alla città le polveri sottili e i veleni di Torre Valdaliga. «Non c’è torneo, festival o rifacimento di strada che non porti la firma dell’azienda», conferma Simona Ricotti, no coke civitavecchiese a Liberazione. «Hanno comprato tutto. E non è per caso che il governo abbia modificato il testo unico sull’ambiente inserendo la possibilità di accordi economici che era stata esclusa dai referendum contro il nucleare». Ma come si fa a corrompere le comunità locali? Un documento che la galassia ambientalista ha intercerttato a Verona spiega come si fa a “liberare” i sindaci ostaggio di «minoranze fortemente motivate» e dalle loro «strategie di contrasto, spesso demagogiche o politicamente interessate». Si tratta di una relazione della municipalizzata veronese per l’esecuzione degli interventi relativi al termovalorizzatore di Ca’ del Bue. Un testo degno di diventare il canovaccio per un recital teatrale di Dario Fo o Michele Paolini. Il “piano di comunicazione” fa alcune raccomandazioni per «ingenerare fiducia nel proponente», limitando il ricorso a metodi assembleari (gli ambientalisti tendono ad essere ideologici!) in favore di stratagemmi che potrebbero «migliorare efficacemente la percezione». Così, nell’esempio citato, a una vera macchina da cancro come il termovalorizzatore di Brescia è bastato dipingere il camino di blu per diventare parte del paesaggio. «Ma l’arsenico che esce è sempre lo stesso», commenta Simona Ricotti annunciando per settembre il varo di un coordinamento nazionale contro le centrali a carbone che coinvolgerà i cittadini di Rossano Calabro, Gualdo Cattaneo, Porto Tolle, Brindisi. Oltre ai liguri e a chi vive all’ombra di Torre Valdaliga Nord (anche qui il progetto prevede una torre azzurra) e Torre Valdaliga Sud. La prima è di Enel, funziona da un anno ed è già al centro di alcune inchieste sull’occultamento di rifiuti, sull’eccesso di fumi e rumori, e rischia il sequestro per esercizio in assenza di autorizzazione. Tirreno Power spunta nella torre sud dove vorrebbe far funzionare a ciclo continuo il gruppo di riserva che risale al ‘74 e avrebbe già effettuato indagini di mercato per farlo funzionare a carbone.

 

E quando il marketing non è sufficiente si ricorre al ricatto occupazionale. Un evergreen. «A Savona Tirreno Power tenta di superare gli ostacoli rivolgendosi alle categorie sindacali nazionali per sponsorizzare l’ampliamento arrivando ad ipotizzare la chiusura dell’impianto qualora il potenziamento non venisse concesso», dice il segretario provinciale del Prc, Marco Ravera. «E’ grave che i sindacati, regionali e nazionali, abbiamo scelto di scavalcare il territorio. Tutto per una cinquantina di posti di lavoro in più. Le rinnovabili ne creerebbero molti di più».

 

Dal punto di vista politico l’avvento di giunte di centrodestra in provincia e al comune di Vado ha complicato la situazione: «Qui siamo nella sfera d’influenza di Scajola», dice anche Simone Falco, ex consigliere Prc a Vado dove lo scontro sulle questioni ambientali si sta consumando anche sul progetto Margonara (nel quale è stato bocciato un grattacielo firmato dall’archistar Fuksas) e sui 250mila metri cubi di cemento che la multinazionale danese Maersk vorrebbe far galleggiare in mezzo al porto.

 

Di carbone si muore ma l’azienda ha tappezzato la città con poster che dicono: «La tecnologia esiste Tirreno Power la possiede». Intanto continua a far funzionare due gruppi vetusti e obsoleti in barba ai piani regionali su energia e qualità dell’aria e continueranno a funzionare così anche dopo l’ampliamento. Tanto sulle ciminiere solo il padrone ci può mettere le mani e l’Arpal, secondo l’Ordine dei medici, può fare solo misurazioni «superficiali e insufficienti».

 

Checchino Antonini

25/08/2010

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Ago 26

LA FORZA DELL’INTELLETTUALE DI DESTRA

Se si discute seriamente degli intellettuali, la prima cosa che conviene osservare è che è il dibattito sugli intellettuali che si è logorato, non la loro funzione. Anzi. L’efficacia degli intellettuali di destra è evidente a tutti. Nessuno di loro è un genio, sono rozzi anche quando sono colti, spesso sono servili e impudichi. Ma ci sono. Contano. Possiamo disprezzarli, non possiamo sottovalutare l’efficacia della loro funzione. Servono, appunto. Hanno la grande opportunità di potersi appoggiare a un regime, al potere, a una realtà strutturale, insomma, e questo li rende forti. I nostri sarcasmi non li scalzano. Conviene, anzi, riflettere sulla loro funzione, prima di discutere della funzione degli intellettuali di sinistra.

Il potere e il denaro. Essere organici, più che a un partito, al potere conferisce una forza e un’efficacia molto rilevanti, essenziali. Perché il potere di cui parliamo non è un potere metafisico. È una struttura nel senso di Marx, è un potere strutturale, strutturato. È fatto di giganteschi conflitti di interessi, di continue violazioni delle leggi e delle regole, di corruzione, di impunità. È fatto di un’enorme, pervasiva, penetrante capacità mediatica. È fatto di istituzioni corrotte e corrompibili, di grandi industrie, di sindacati docili quando non servili. E di danaro, molto danaro. A questa struttura cosa può contrapporre la sinistra? O meglio, cosa possono contrapporre gli intellettuali di sinistra, ché di questo posso e voglio parlare.

La sovrastruttura. Incominciamo con l’osservare che gli intellettuali di sinistra sono sovrastrutturali, non solo nel senso che la loro opposizione investe o piuttosto può investire soltanto, come è ovvio, delle realtà sovrastrutturali, ma anche nel senso che essi possono essere organici soltanto a organizzazioni partitiche, per di più esigue, fragili e litigiose, a una cultura, a delle idee, o meglio, se non si ha paura della parola, a delle ideologie. Possono essere organici, insomma, a qualcosa di immateriale. Mentre, oggi, è la materialità che conta, anche per chi finge di nutrire soltanto ideali.

Il punto che mi preme sottolineare, e che, credo, dovrebbe essere al centro di un dibattito, è l’organicità e la disorganicità dell’intellettuale. La disorganicità, elogiata da Umberto Eco, è facile da assumere e da praticare, può essere preziosa sul piano culturale, ma sul piano politico, o meglio sul piano strutturale, ben difficilmente produce risultati apprezzabili. L’intellettuale disorganico possiede di solito un’intelligenza lucida e penetrante, una cultura raffinata, è brillante, versatile, ironico, a volte sarcastico, spesso scettico, non di rado sfiora il cinismo. È libero e soprattutto si sente libero e si compiace della propria libertà. Vanta la propria funzione sociale e culturale, non manca di esibire i propri meriti.

La funzione dell’apparire. Esiste anche una disorganicità di sinistra, e non è meno raffinata di quella di destra. Sono gli intellettuali disorganici di sinistra che sostengono che gli intellettuali non esistono più, o sono diventati inutili, non contano, così come non serve discutere, perché non se ne può più di proposte astratte, sganciate dalla realtà, in conflitto fra di loro, che lasciano il tempo che trovano. Ma intanto loro discutono, sono presenti, non rinunciano a prendere la parola e ad apparire. E mostrano di aver ragione. Perché intellettuali come loro sono davvero inutili. Ma ha più ragione Massimo Raffaeli che invita a tener conto dell’esempio di Brecht e propone la via dell’umiltà. Sono le domande semplici e apparentemente ingenue che possono imbarazzare e mettere con le spalle al muro una cultura aristocratica e cinica.

Fiducia e coraggio. L’ottimismo è degli imbecilli, la fiducia è di chi ha coraggio, non si arrende e soprattutto non tradisce. Perché chi si vergogna o esita a dirsi comunista o marxista o di sinistra, tradisce. È fatta anche di tradimenti, di molti tradimenti, l’agevole ascesa di Silvio Berlusconi.

Ma, prima di concludere, non possiamo trascurare l’intellettuale organico. L’intellettuale organico chi è, oggi? Prima di tutto: esiste ancora? Certo che esiste, o che può esistere. Non può più essere organico a un grande partito di sinistra, ma può essere organico a una determinata cultura, a una determinata ideologia.

Serietà e coerenza. Una cultura non solo non conformistica, ma radicalmente antagonistica. Un’ideologia ben strutturata, razionalmente contestativa. Può essere organico, in primo luogo, a una classe sociale, se non crede alla favola fatta circolare dagli intellettuali reazionari secondo la quale le classi non esistono più. Gli operai di Pomigliano, e non solo loro, stanno a dimostrare il contrario. Organicità implica serietà, implica coerenza, implica fedeltà. A volte implica anche rinunce e sacrifici.

Per quanto mi riguarda, non ho paura a dire, o, se si preferisce, a ripetere, che organicità chiede disciplina intellettuale e morale. E chiede impegno. Saranno i sarcasmi degli intellettuali disorganici a disarmarci e a metterci a disagio? Chi ha detto che una cultura organica è incapace di ironia? Noi, che abbiamo perduto tutto, o quasi, noi, pessimisti organici, abbiamo imparato da tempo che è attraverso l’ironia che va guardato il mondo alla rovescia in cui ci tocca vivere.

Fausto Curi

24/08/2010

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Ago 26

FUORI BERLUSCONI

TUTTI IN PIAZZA

W LA COSTITUZIONE 

Il carattere eversivo dell’azione di Berlusconi è ormai dichiarato, la sua volontà di assassinare la Costituzione nata dalla Resistenza è costantemente esibita. Per difendere la Repubblica è necessario che l’Italia civile faccia sentire unanime la sua voce.
A questa Italia che vuole rinascere dalle macerie in cui l’ha precipitata un regime di cricche chiediamo di scendere in piazza al più presto, l’ultimo sabato di settembre o il primo di ottobre, per una grande manifestazione nazionale a Roma.
Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, i club, le testate, i siti, i gruppi “viola”, a tutti i cittadini che si riconoscono nei valori della Costituzione e nella volontà di realizzarli compiutamente. Ci rivolgiamo al mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, a tutte le personalità che hanno il privilegio e la responsabilità della visibilità pubblica, perché si impegnino tutti, individualmente e direttamente, alla realizzazione di una indimenticabile giornata di passione civile.

FUORI BERLUSCONI
REALIZZIAMO LA COSTITUZIONE
VIA I CRIMINALI DAL POTERE
RESTITUIRE LE TELEVISIONI AL PLURALISMO
ELEZIONI DEMOCRATICHE


Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Margherita Hack

Firma l’appello | La pagina Facebook

(24 agosto 2010)

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Ago 26

Chi paga il Meeting di CL?

L’INCHIESTA. Il giro di affari dell’evento di Comunione e Liberazione quest’anno supera gli 8 milioni di euro. Tra i finanziatori la grossa industria ex statale e tutti gli enti pubblici, dai Comuni al Governo.

Una macchina da guerra. Domenica è partita la sua trentesima edizione e non dà il minimo segnale di crisi il Meeting riminese di Comunione e Liberazione. Quest’anno il volume di affari della manifestazione dovrebbe ammontare a 8 milioni e 300mila euro. Quasi un milione di euro in più rispetto al bilancio di previsione dello scorso anno. Le controversie terrene della recessione economica non intaccano l’organizzazione del Meeting. Ma non è solo questione di fede o di equilibrio spirituale. Come ogni anno, anche stavolta, in soccorso di Comunione e Liberazione è arrivato il sostanzioso aiuto della grossa industria ex statale italiana: Telecom, Finmeccanica, Autostrade, Eni, Sisal.

E a tenere in piedi la convention ciellina c’è anche un discreto flusso di soldi pubblici proveniente da Comuni, Province, Regioni e Governo. Però la risposta alla domanda “Chi paga il Meeting?” non è semplice come si possa pensare. Per prima cosa, la manifestazione non è gestita direttamente da Cl, ma da un sua promanazione: il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”.

Fino al 2008 è stata un’associazione, poi si è trasformata in fondazione. Ha un consiglio di amministrazione composto da sette consiglieri. Tre riminesi, compresa la presidente Emilia Guarnieri, che del Meeting si occupa fin dal 1980, e quattro milanesi, tra cui Giorgio Vittadini, presidente della potente Compagnia delle opere. Le somme di denaro che si trova a gestire sono da grossa azienda: tra i 7 e 10 milioni di euro ogni anno. Ma verificare il bilancio della fondazione è abbastanza complicato. Non è accessibile tramite una normale visura camerale e non viene facilmente dato ai giornalisti, «per motivi commerciali», come ha spiegato a Terra il direttore del Meeting Sandro Ricci.       

Tuttavia una valutazione superficiale delle risorse che alimentano una delle più grandi manifestazioni culturali e politiche italiane è comunque possibile. Stando a quanto ha dichiarato Ricci al nostro quotidiano, di quegli 8 milioni e 300 mila euro, dichiarati nel bilancio di previsione, il 70% verrebbe incassato tramite gli sponsor e il restante 30% attraverso attività dirette del Meeting (soprattutto ristorazione, vendita di gadget e libri e quote di partecipazione.

Oltre a grandi aziende italiane, sono  presenti in massa enti pubblici del centro nord. Anche la rossa Emilia fa generosamente la sua parte. La provincia di Rimini contribuisce con 13 mila euro e la Regione con 70 mila, a cui si aggiunge anche la spesa dell’Ente regionale al turismo, che al Meeting fa pubblicità alle spiagge del Mare Adriatico. A farla da padrone è ovviamente la Regione Lombardia del ciellino Roberto Formigoni. A luglio, nel pieno della polemica tra Tremonti e il governatore lombardo, il capogruppo della Lega in Consiglio Regionale, Stefano Galli, ha aperto una polemica sui 230 mila euro di finanziamento che la Regione ha stanziato per il Meeting. «Cosa c’entriamo noi con una manifestazione che si svolge in Emilia Romagna?», fu la provocazione dell’uomo del Carroccio. A un mese di distanza, la risposta del direttore del Meeting prova a minimizzare: «In quella cifra sono comprese anche le spese che la Lombardia affronta per l’allestimento dello stand e per il personale che ci lavora dentro».

Ma Pippo Civati, consigliere regionale e giovane promessa del Partito Democratico, la pensa diversamente: «Ai 230 mila euro che Formigoni ha ufficialmente elargito a Cl, vanno aggiunti i contributi  dati al Meeting da tutti gli enti regionali, come le Ferrovie del nord, che non sono compresi nel bilancio della Regione». Il Governo non ha mancato di dare una grossa mano. Sono infatti presenti con un loro stand il Ministero dei Beni culturali (5 mila euro), il Ministero delle Infrastrutture (40 mila euro, per pubblicizzare i fasti del Mose), il Ministero per le pari opportunità e la Presidenza del Consiglio.  

All’organizzazione del Meeting però non piace la parola “contributo statale”. Preferiscono «spazio comunicativo venduto». Cl prende i soldi dallo Stato, ma in cambio offre pubblicità. «La nostra - spiega Ricci- è una manifestazione cui prendono parte 800 mila persone. Siamo un grosso potenziale dal punto di vista del mercato pubblicitario». E i numeri lo dimostrano: dodici ore di servizi televisivi, settemila articoli comparsi sui giornali e sulle riviste, oltre 800 giornalisti. Forse solo al Festival di Sanremo o a una crisi di governo giornali e televisione dedicano tutto questo spazio. 

Giorgio Mottola

24/08/2010

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Ago 24

Nicola and Bart

 

Questa è una storia di due semplici uomini, di due italiani degli ultimi anni dell’800 e dei primi anni del’900. Emigranti, per motivazioni diverse, ma con lo scopo di riuscire a vivere dignitosamente in quella che ad entrambi sembrava la “terra promessa”. La vicenda di Sacco e Vanzetti ancora oggi dimostra come possa essere deleterio il pregiudizio, come possa scatenare la più feroce delle repressione l’istinto di paura e di terrore davanti a chi mostra contrarietà rispetto alla classe dominante, al pensiero dominante, alla morale dominante.

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti arrivano per vie diverse negli Stati Uniti d’America: il primo lascia in Italia una famiglia che ha un commercio di olio extravergine di oliva a Torremaggiore. Negli Usa trova lavoro presso un calzaturificio a Milford nello Stato del Massachussetts. E’ un tipo tranquillo, di poche parole ma che non se ne stà in disparte quando c’è da rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro, l’apertura a nuovi diritti per i lavoratori e da tutto il suo sostegno alle lotte sindacali dell’epoca. E’ anarchico, come Vanzetti. Ma i due ancora non si conoscono.

Bartolomeo emigra per fuggire da una Italia che gli ricorda il profondissimo dolore per la morte della cara madre e forse anche per confermare una tradizione di famiglia che aveva visto anche il padre emigrante.

A differenza di Nicola, Vanzetti è un grande lettore di opere classiche e di autori anche moderni: in casa sua si trovano testi di Dante, Marx, Darwin, Hugo, Zola. E’ anche un buon oratore e lo dimostrerà al processo, soprattutto nella fase finale, quando davanti ai suoi accusatori getterà in faccia la verità di quelle accuse, rette sul nulla, inconsistenti e rese possibili solamente dal clima xenofobo – in questo caso apertamente anti-italiano – e anticomunista (anche se Nicola e Bartolomeo non erano comunisti, ma anarchici) degli anni successivi alla Grande Guerra.

L’esecutivo americano ha bisogno di inaugurare una stagione di repressione dei movimenti operai, sindacali, come già sperimentata a Boston. Occorrono due agnelli sacrificali. Sacco e Vanzetti sono gli obiettivi di questa repressione crudele, spietata e che nulla ha da invidiare ai modelli autoritari di tanti altri paesi sia dell’epoca che non.

Quando scoppia la Grande Guerra, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti fuggono in Messico per evitare di essere arruolati. Sono anarchici e non presterebbero giustamente mai le loro forze al servizio di uno Stato e, per di più, in una guerra contro altri popoli. Ma questo la gente, i governi, non lo capiscono. Per lo meno, la maggior parte delle persone vede questi anarchici come pericolosi radicali, come persone che hanno una “non idea” del mondo e che sognano una società, una utopia, un non luogo dell’esistenza che nulla a che vedere col meraviglioso mondo capitalistico che proprio in quegli anni prende il via dalla potente macchina economica americana.

Quando tornano, non sanno che sono già stati schedati come sovversivi. Il Ministero della Giustizia li conosce, li ha nelle sue cartelle e li tiene sotto osservazione. In queste liste compare anche il nome di Andrea Salsedo, un amico di Nicola e Bartolomeo. Fa una fine strana questo Salsedo, o per lo meno fa una fine chiarissima: viene assassinato dalla polizia che lo fa precipitare dal 14esimo piano del palazzo del Ministero di Giustizia. Un Pinelli ante litteram… Un “vizio” poliziesco quello di far precipitare anarchici distratti dalle finestre…

Questa defenestrazione porta Nicola e Bartolomeo ad indagare, a cercare di scoprire la verità. Tentano anche di fare un comizio a Brockton, il 9 Maggio di quel 1920, ma vengono arrestati per aver diffuso volantini anarchici. Ed è in questo frangente che nasce l’assurda accusa: oltre ad aver affisso manifestini anarchici, avrebbero alcune settimane prima ucciso un cassiere e una guardia giurata del calzaturificio “Slater and Morrill”, mentre lo stavano rapinando.

A nulla serve l’esposizione dei solidi alibi dei due anarchici italiani. A nulla serve la confessione del duplice delitto da parte di un detenuto portoricano. La giustizia americana ha già deciso: sono loro. Sacco e Vanzetti iniziano così un lunghissimo calvario proccessuale costellato di insulti nei loro confronti e di un castello di menzogne che fa rabbrividire nel leggere gli atti del dibattimento. Il linguaggio dei procuratori e dei giudici è spietato: “Bastardi anarchici” arriva a definirli il presidente del tribunale Webster Thayer. L’imparzialità del diritto americano è fuori dalle stanze del processo. Dentro ci sono solo pregiudizialità, la “paura rossa” dei comunisti, genericamente tale ed estesa a chiunque contesti l’ordine politico ed economico costituito.

Nicola Sacco, per tutta la durata del processo, tiene un comportamento da quasi assente: conferma quel suo carattere timido, taciturno. Ma non risparmia alcune repliche a questo potere che lo giudica per qualcosa che non ha fatto, che lo giudica solamente perché è anarchico, perché è un emigrante italiano.

Bartolomeo Vanzetti si esprime con più grinta, con veemenza. Punta il dito contro i suoi accusatori e dice loro quel che gli spetta. Parla l’inglese molto meglio di Nicola e fa un arringa finale che ancora oggi è considerata di altissimo profilo: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra; io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano» [...] (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts).

La mobilitazione interna e internazionale per i due anarchici è enorme: cortei, assemblee ovunque, intellettuali che firmano appelli al governatore. Ma non serve a nulla. La poderosa macchina dell’ingiustizia farà il suo corso.

Poco prima di essere portato alla sedia elettrica, Nicola Sacco scrive al figlio…: «Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili.».

Il 23 Agosto del 1927 li portano alla camera della morte. Li uccidono. Ma la loro storia, la loro memoria, il loro sacrificio estremo resta. E cinquant’anni dopo questo duplice omicidio di Stato, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis afferma l’innocenza piena dei due anarchici italiani: «Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.».

 

Marco Sferini

23/08/2010

www.lanternerosse.it

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Ago 24

Eolico e sciacalli. Calabria in ginocchio

Pale, mulini a vento ovunque. “Aerogeneratori” si chiamano, per la tecnica e per la burocrazia. Fino a qualche  anno fa non se ne vedeva neanche uno. Adesso in Calabria le turbine turbano. Da lontano i mulini a vento possono sembrare i bracci di enormi ventilatori a pale messi lì a soccorso di pendolari e vacanzieri. Phon enormi e torreggianti su aste bianche, un pronto soccorso dal caldo, una sorta  di “protezione civile” impotente a smuovere la fila di autobus e macchine che come formichine ogni mattina in questi giorni d’agosto cuociono al sole sfilando lentamente sui rettifili d’asfalto torrido dell’A3 e della “Strada dei Due Mari”, da Lamezia a Catanzaro. Il vento non manca da queste parti.

I mulini a vento girano bene, ma le pale non sempre mulinano a dovere. Altre torri eoliche, più grandi, bianche ed enormi, piantate come candeline su una torta di compleanno, sono spuntate sui costoni della val di Crati, nel Marchesato di Crotone, sul reventino e sui contrafforti verdi delle Serre, verso la costa di Pizzo e Tropea.

La piantagione di mulini a vento si vede dal cielo, quando l’aereo ancora sul Tirreno prima di mettere le ruote sulla pista di Lamezia, fa un mezzo giro dal mare per prendere di petto la terra. Proprio un bel colpo d’occhio. Un prato di bianchi steli di margheritone pop. In Calabria negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di progetti per l’installazione di torri e parchi eolici. L’eolico è una gara selvaggia, una nuova frontiera del Far West nostrano. Può un territorio come quello calabrese, già massacrato in lungo e in largo da decenni di abusivismo, di dissesti e alluvioni, incendi estivi e saccheggi ambientali consumati dal mare fino ai monti e fin dentro alle aree protette e i parchi nazionali, essere sacrificato, come è stato, anche sull’altare del business eolico?

La corsa all’oro dei mulini a vento qui può distruggere del tutto quel poco che resta di uno tra i paesaggi più belli d’Italia. L’affare finora è passato per le mani di improvvisati magnati del vento, d’accordo col solito sottogoverno di politici e loschi intermediari che da noi fa il bello e il cattivo tempo. Contro il proliferare dei mulini a vento non si sono levate proteste ufficiali. E poi, a che serviva l’eolico in una regione senza industrie che di energia ne ha già da vendere?

La “bolla” speculativa dei certificati verdi, il sistema degli “sviluppatori” e tanti altri aspetti tetri e inquietanti di questo business in Calabria sono stati scoperti e messi di recente nel mirino dalle inchieste della magistratura, facendo il giro di diverse Procure. È una strana tribù postmoderna quella degli “sviluppatori” che agiscono in Calabria, autentici sciamani dell’intermediazione eolica.

I loro troppi miracoli col vento in poppa a un certo punto si sono impigliati nelle pale dei mulini e sono finiti sui tavoli dei magistrati. Insieme ai loro referenti politici, ex assessori e funzionari regionali, iscritti nel registro degli indagati. Dalle indagini si apprende che in meno di tre anni una società del settore, la Cesp, “facilitata” dall’intermediazione locale, aveva ottenuto autorizzazioni per l’installazione di 230 megawatt. Poi tutte girate al colosso italo-spagnolo Erg-Cesa.

Non solo. Cesp dichiarava di avere in ballo altri progetti per ulteriori 500 megawatt. Invece di interrogarsi su questo mostro che stava crescendo sotto i suoi occhi, la Regione Calabria negli anni scorsi autorizzava una selva di turbine pari a un terzo di quelle già esistenti in Italia. Per ora, il risultato di questo dispendio di denaro e territorio messo allo scoperto dalle inchieste è il solito: la Calabria dall’eolico produce la miseria 4 mila kwh sui 4 milioni prodotti in tutta Italia. E per giunta verificabili solo sulla carta. La scusa è quella che l’eolico comunque crea lavoro in una regione affamata di lavoro.

Erano stati promessi posti di lavoro a mucchi dai mulini a vento. Che naturalmente non ci sono stati. Tutti sanno che i parchi eolici installati nel subappennino calabro al massimo impegnano quattro o cinque lavoratori veri. Per un motivo molto semplice: le pale eoliche non richiedono manutenzione, arrivano già belle e pronte su enormi tir, vengono issate sui cocuzzoli e l’unico intervento importante da fare dopo averle piantate è quello di realizzare sui terreni le strade di servizio. Il che attira altra speculazione, altre brutture che sfregiano il paesaggio in modo definitivo. Ci sono meccanismi chiari che spiegano bene tutto questo interesse. Le sovvenzioni ai parchi eolici in Italia sono le più alte e le più ricche d’Europa. Il prezzo dei certificati verdi è il più generoso del Continente. E così da noi, e in Calabria soprattutto, i mulini a vento degli impianti eolici sono diventati un affare. Che attrae faccendieri, amministratori corrotti e grandi aziende internazionali. Ma anche la criminalità che controlla i territori.

Non è la prima volta che in Calabria nel sistema degli appalti vanno a braccetto amministrazioni compiacenti e interessi malavitosi. Politica e interessi criminali si saldano specie quando il potere in Calabria si baratta con le risorse pubbliche, con i beni indisponibili dell’ambiente e della natura, con la terra di un demanio su cui dominano e spadroneggiano i prepotenti. Anche i privati proprietari dei suoli dove sono ubicate le turbine traggono dai mulini un reddito superiore a quello che ricaverebbero dai raccolti o dal pascolo. A presentare le domande per le centrali e per i contributi spesso non sono state le grandi società che poi realizzano il campo eolico, ma un sottobosco di «facilitatori» locali che vantano buone entrature nel Palazzo e arraffano permessi da vendere al miglior offerente.

L’autorizzazione per un impianto vale oro: 500 mila euro per ogni megawatt. Una centrale da 30 megawatt vale quindi 15 milioni di euro. Le chiavi di questo forziere sono in mano alla politica che ha partorito un sistema sconcio: gli impianti nascono in posti inadatti, in aree di interesse ambientale, vicino ai centri abitati o dove non ci sono cavi per trasportare l’energia pulita eventualmente prodotta. In Calabria le turbine girano poco, ma i mulini a vento sono sempre di più e nessuno sa se di energia ne producono davvero e quanta.

Intanto i campi dei mulini a pale continuano a crescere e a roteare indisturbati nei posti più improbabili. Il più grande parco eolico d’Europa: 48 torri per 120 megawatt nelle campagne di Isola Capo Rizzuto. Nella calura immobile di quei campi desertici e allucinati, davanti alla specchio di cobalto dello Ionio, Monicelli ha girato la saga picaresca dell’armata Brancaleone e prima di lui Pasolini nel 1963 aveva scelto questi stessi luoghi riarsi per la rappresentazione ruvida e minimalista del suo Vangelo secondo Matteo. Vento poco da quelle parti, però la temperatura è torrida, tanto.

Il Marchesato di Crotone è uno dei luoghi più aridi del continente, a imminente rischio desertificazione. In più c’è il rischio mafia. Qui più che il vento servirebbe l’acqua. Avanti così e la Calabria diventerà tutta un mostro eolico. Praticamente una foresta di turbine e mulini a vento sparpagliati ovunque secondo calcoli e convenienze tutt’altro che sostenibili per l’ambiente e per la gente. Il vento dell’angelo sterminatore presto pianterà sul suolo calabro un terzo degli «aerogeneratori» installati in tutta Italia. I nuovi campi elisi del vento, piantati su una terra che ha perso un’altra delle sue beatitudini. Nel 1889 lo scritore vittoriano George Gissing, dal ponte di un vapore che solcava il mare verso la Sicilia, in un «cielo color cremisi, senza una nuvola», ammirava gli ultimi bagliori di «un nobile tramonto sul Tirreno».

Davanti al lui il paesaggio maestoso della costa Calabria avvolta di «un blu purpureo e intenso». Per questo vittoriano solitario era l’immagine della bellezza: «A sinistra le colline selvagge della Calabria appaiono come una lunga piega ondulata di corpi, colline su colline di un oscuro color pervinca. Sono rimasto a lungo a guardarle, pensando a cose inesprimibili». L’apostrofe rivolta da Gissing alle colline calabresi sospese tra mare e cielo adesso resta lì, impiccata tra le pale bianche degli aerogeneratori che mulinano a vuoto sulle colline di vento e di polvere di questa Calabria. 

Mauro Minervino

23 agosto 2010

*Il testo pubblicato è parzialmente tratto da un capitolo che l’autore, Mauro Francesco Minervino, antropologo e scrittore, ha dedicato ai temi dell’ambiente in un volume dal titolo eloquente: La Calabria brucia  (Ediesse, Roma, II° ediz. 2009, pp. 205, E. 10).

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Ago 24

Il cancro era una malattia rara….

 

Non ci sono molti dubbi sul fatto che anche a prescindere dall’aumento del cancro polmonare da fumo di sigaretta… in seguito alla esposizione sempre più collettiva e universale a tossine industriali aumentate in atmosfera e catene alimentari.. si sia registrata un’esplosione di incidenza del cancro.

 

L’incidenza dei tumori infantili negli Stati Uniti è aumentata in meno di 30 anni (dopo la standardizzazione dei dati di incidenza del cancro, nel 1973 e fino al 2000) del 31%: da 130 a 170 per 100.000; con un aumento del 56,5% dei tumori cerebrali infantili e un aumento del 69% per i tumori a carico di sangue/sistema immunitario. Tra i giovani oltre i 19 anni, l’incremento complessivo 1973-2000 è stato del 22%.

 

In tutte le età il cancro ai testicoli è aumentato del 66% (1975-2002); l’incidenza del cancro alla prostata è quasi triplicata in meno di 20 anni (1973-1992).. Il cancro al seno è aumentato del 25,3%, in 20 anni (1975-1996) e colpisce (compreso il carcinoma duttale in situ), almeno una donna su 6 (!) negli Stati Uniti (ancora nel 1960 il rapporto era di 1:14).

Così sembra corretto dire che “circa la metà” degli americani di oggi andrà incontro ad un cancro invasivo: una cifra che risente certamente di qualche approssimazione, a causa del recente calo di autopsie (nel senso che registiamo meno tumori di quando le autopsie erano più comuni).

 

In sintesi: i tumori sembrano essere circa raddoppiati dall’inizio del 20 ° secolo.

 

Tony Tweedale 

R.I.S.K. Consultancy, (Rebutting Industry Science with Knowledge), Edinburgh, Scotland

da http://isdepalermo.ning.com

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Ago 24

Schiavitù minorile nell’ex belpaese

Sono almeno 50.000 le vittime di tratta e sfruttamento in Italia che hanno ricevuto protezione, assistenza e aiuto fra il 2000 e il 2008. Nello stesso intervallo di tempo risultano 986 i minori di 18 anni vittime di tratta e grave sfruttamento inseriti in programmi di protezione.

È quanto emerge dal dossier «Le nuove schiavitù» sulla tratta e sfruttamento di minori, redatto da Save the Children in occasione della Giornata in Ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, che si celebra domani. Nigeria, Romania, Moldavia, Albania, Ucraina le nazionalità prevalenti delle vittime di tratta, a scopo di sfruttamento sessuale. Anche se non mancano vittime di sfruttamento lavorativo (163 fra il 2007 e il 2008). 5.075 fra il 2004 e il 2009 gli indagati per riduzione o mantenimento in schiavitù e per reato di tratta di persone.

«Il dato che emerge dal nostro dossier - spiega Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l’Italia  - è l’allargamento del bacino di minori sfruttati o potenziali vittime di sfruttamento, mentre la tratta sembra sempre più circoscritta al gruppo delle ragazze nigeriane e dell’est Europa. Nel caso di minori sfruttati o a rischio, parliamo di ragazzi fra i 12 e i 17 anni, soprattutto afgani, egiziani e bengalesi ma anche rumeni. Sono minori stranieri non accompagnati che si lasciano alle spalle situazioni così difficili da essere disposti a tutto pur di non tornare indietro e pur di pagare i trafficanti che li hanno portati qui. Sono ragazzi messi talmente alle strette dalle loro condizioni da accettare di prostituirsi, di lavorare in nero nel settore orto-frutticolo e della ristorazione, di spacciare, chiedere l’elemosina, compiere attività illegali”.

Secondo i dati del Comitato Minori Stranieri, i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia sono 4.466. “Molti di questi ragazzi e ragazze - precida Neri - spesso scappano dalle comunità e tornano a vivere su strada in una condizione di semiclandestinità. Inoltre un significativo numero di quelli che arrivano da soli in Italia, non entrano in contatto con le comunità d’accoglienza e i servizi sociali, quindi non vengono registrati dal Comitato Minori Stranieri, e rimangono esposti a molti rischi. Save the Children fino ad ora ne ha intercettati e seguiti circa 2.500 con le sue attività su strada, di mediazione e informazione nei porti e nelle comunità per minori, in Sicilia, Puglia, nelle Marche e a Roma. E di recente - continua Neri - abbiamo avviato delle attività rivolte a minori stranieri non accompagnati prevalentemente esterni al circuito dell’accoglienza e protezione anche in Lombardia e a Torino ». Sono per lo più ragazze, in gran parte di nazionalità nigeriana e rumena e di età compresa tra i 15 e i 18 anni, le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Italia. In ripresa sono gli arrivi in aereo, il che comporta un debito più elevato da ripagare, mentre su strada si continuano a intercettare le ragazze giunte in Italia via mare, in Sicilia e poi spostatesi sull’intero territorio nazionale, ad esempio a Torino, Milano, Napoli o sulla costa adriatica. Una forte presenza di ragazze nigeriane si registra nell’area di Castelvolturno, dove la loro situazione rimane critica. Le giovani rumene o di altri paesi dell’Est Europa, sono una presenza costante su strada. Molti operatori rilevano ancora la prostituzione indoor, cioè al chiuso, ma più come un’alternativa per evitare che le ragazze siano fermate e multate dalle forze dell’ordine mentre si prostituiscono per strada”.

2 Agosto 2010

 

www.dazebao.org

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Ago 24

Inceneritore: le evidenze crescono!

Gentile Direttore, 

vorrei portare a conoscenza dei suoi lettori quanto emerso da un studio epidemiologico di recente  pubblicato ( Occup Environ Med 2010; 67, 493-499), condotto in Francia e riguardante l’insorgenza di malformazioni al tratto urinario in bambini nati da madri esposte prima del concepimento o nelle primissime fasi della gravidanza ad emissioni di impianti di incenerimento di rifiuti.

 

Lo studio ha identificato 304 casi di malformazioni di questo tipo diagnosticate nel periodo  2001- 2003 nel sud est della Francia ove sono attivi  21 inceneritori ed ha evidenziato, entro 10 km dalla fonte ed  in base all’esposizione a diossine calcolata su un  modello di ricaduta, un rischio di insorgenza di malformazioni variabile da tre a quasi sei volte l’atteso.

 

I danni che gli inceneritori provocano sono ormai indiscutibilmente riconosciuti;  nello studio di Coriano, condotto in prossimità dei due inceneritori di Forlì ed ormai ben noto ai cittadini forlivesi, non sono state purtroppo indagate le malformazioni; tuttavia, nella popolazione femminile esposta nel livello sub-massimale, il più popolato,  si è avuto un incremento del rischio di abortività spontanea del 44%. Malformazioni ed abortività spontanea sono eventi strettamente correlati in quanto quest’ultima  riflette l’azione nociva sull’embrione e sul feto delle sostanze tossiche cui la madre è esposta e  che, qualora non si arrivi all’aborto, può esitare in malformazioni.

 

 Comunque, sempre dallo studio di Coriano si documenta,  nel livello di esposizione citato e nelle sole donne,  un aumento di ricoveri per: malattie renali (oltre il 200% ) infarto, infezioni respiratorie, scompenso cardiaco ed un aumento di  morte per tumori ( stomaco, colon retto, polmone, sarcomi, linfoma di Hodgkin, vescica, cervello, leucemie) e, complessivamente,  nell’intera area esaminata si sono contati ben 116 decessi oltre l’atteso fra le donne nei  13 anni presi in esame e nel raggio di soli 3.5 km.

 

Tutto ciò non deve stupire se si pensa che nelle emissioni di questi impianti, nonostante l’utilizzo di tecnologie adeguate, sono comunque presenti inquinanti di ogni specie (dal particolato, ai metalli pesanti, alle diossine): i veleni rimangono tali anche alzando i camini o aumentando la velocità di espulsione dei fumi e di veleni  ne abbiamo già troppi!

 

Tuttavia, ancor più interessante dello studio stesso, è però l’editoriale che compare nella rivista in cui questo è pubblicato ed in cui il Prof David Kriebel dell’Università del Massachuset afferma ciò che ormai da anni in tanti andiamo dicendo e cioè che questi impianti, oltre che immettere  fumi in atmosfera, producono ceneri tossiche che da qualche parte vanno collocate, contribuiscono al riscaldamento globale e, soprattutto, ostacolano il diffondersi di pratiche molto più virtuose quali la riduzione, il recupero/ riciclo perché una volta che questi  impianti costosissimi sono stati costruiti, i gestori vogliono avere garantita una sorgente continua di rifiuti per alimentarli.

 

A noi cittadini forlivesi sarà offerta, con l’nizio della raccolta porta a porta,  una grande ed imperdibile occasione:  dove questo metodo è stato applicato con serietà ha dimostrato di portare da subito ad una diminuzione consistente dei rifiuti e all’incremento della quota di riciclo: anche a Forlì sarà così, perché così è scritto negli accordi e dobbiamo solo vigilare perché quando mancherà il combustibile  non si cerchino scorciatoie per continuare a bruciare.

 

Patrizia Gentilini

Oncologa

Presidente ISDE Forlì

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Ago 24

Tiberio Murgia, il vero picconatore

È morto l’altro ieri, a 81 anni, Tiberio Murgia, popolare e amato caratterista del cinema italiano, l’unico attore non professionista apparso in ben ben 155 film. Sempre comunista fin da 16 anni, anche se di famiglia monarchica e fascistona, formato poi alle Frattocchie («ma mai ateo!»), sardo di Oristano, dove era nato il 5 febbraio 1929, resta per tutti il leggendario Ferribotte (variazione romanesca di «ferry boat», il traghetto delle migrazioni…), il siciliano dai baffi sottili, il corpo nervoso, il viso smunto dai tratti marcati, i capelli nerissimi e imbrillantinati. Era il focoso e geloso acchiappafemmine di I soliti ignoti, il personaggio che (scoperto casualmente da Monicelli in una trattoria di via della Croce dove era cameriere) fu trasformato da Murgia in una delle più terragne e imitate maschere della commedia all’italiana, a forza di battute che irridevano ai beceri proverbi della tradizione come il famoso: «Donna piccante pigghiala per amante, donna cuciniera pigghiala per mogliera».

Da molti anni dimenticato, Murgia era improvvisamente tornato alla ribalta, sia per l’uscita della sua straordinaria autobiografia, Il solito ignoto (edizione Insieme, Pescara, 2004), curato dal giornalista e filmaker Sergio Sciarra, sia per aver portato in tribunale il neofascista Storace & Co., che ne avevano sfacciatamente sfruttato l’immagine per una campagna anti-Veltroni. Nel libro Murgia racconta i suoi durissimi mesi da minatore in Belgio. Un’avventura galante proibita lo aveva degradato da segretario di sezione Pci e dalla sua isola, ma un’altra gli salvò la vita, perché la notte dell’esplosione in miniera era beatamente altrove. E poi i retroscena del capolavoro di Monicelli, i 50 anni di commedia all’italiana, vissuta dal pugnace emigrante sardo (da ben 7 generazioni, anche se nei dizionari del cinema basco ne fanno addirittura una loro bandiera) soffermandosi con una ricca aneddotica sui suoi celebri compagni di lavoro e di avventure. La gentilezza di Gassman e la spocchia di Renato Salvatori, Sordi, Mastroianni, Totò, Monica Vitti, Peter Sellers. La lettura e discussione dei giornali con «un vero signore», Ernesto Calindri. Le feste proibite della «dolce vita». Le scazzottate sul set, le liti furibonde di Maurizio Arena e Franco Fabrizi. L’antipatia di Nazzari, mito infranto. Le scorribande amorose di Capannelle, Leopoldo Trieste e Victor Mature. Il potente clan di Francio e Ciccio, non sempre amichevoli con quel «siciliano» intruso, gli straordinari duetti con Mina e Celentano. Avvincente e rocambolesca la sua vita, fatta di fame, lavoro duro, emigrazione, coltellate promesse e sferrate, amori, umiliazioni, coscienza di classe, lotta contro la disoccupazione e il fascismo mai scomparso. E calli da picconatore vero: «Ma che hai le spine nelle mani? mi disse Gassman quando si presentò. “No, sono i calli”. Erano alti 3, 4 centimetri, calli da cantiere».

Poi il successo, il miracolo, dopo un lungo provino a Cinecittà e ben 9 siciliani veri sconfitti, nonostante le perplessità del produttore Cristaldi. Un caratteraccio dal cuore d’oro che sedusse De Sica e Nanni Loy, con più di una cinquantina di film (anche musicarelli, film balneari, parodie) solo negli anni ‘60, meno nei 70, regno delle commedie sexy (La soldatessa alla visita militare , La liceale, il diavolo, l’acquasanta) e un lento riflusso nel decennio successivo, indocile a facce e caratteri regionali. L’audace colpo dei soliti ignoti, La grande guerra (1959) e La ragazza con la pistola (1968), Costa Azzurra (1959), Le svedesi (1960) e Caccia alla volpe (1966) rimangono gli altri successi. Beppe Cino lo volle però in un cameo d’autore, per La diceria dell’untore, tratto dal romanzo di Gesualdo Bufalino. E Raiuno per Tutti pazzi per amore 2 (2010).

«Per una vita Tiberio mi ha ringraziato affettuosamente di avergli fatto cambiare vita - ricorda Monicelli - aveva una faccia altezzosa, sempre sospettosa su un corpo esile e nervoso, lo scelsi subito. Ha interpretato tanti film ma in fondo sempre lo stesso ruolo per il quale lo avevo scelto nei Soliti Ignoti. Un cosa curiosa, ma lui ne era contentissimo perché conobbe il successo. Siamo sempre rimasti in contatto, era carino, con me, generoso».

«Quando l’ho saputo mi sono venute le lacrime agli occhi. La morte di Tiberio Murgia è stata una notizia terribile - ha detto all’Ansa l’attrice Claudia Cardinale, che ha iniziato con lui la sua carriera d’attrice interpretando la sorella del celebre, gelosissimo Ferribotte.

«Quando l’ho conosciuto era il mio primo film, I soliti ignoti, non ero neanche di vent’anni - racconta la Cardinale - Lui aveva un viso incredibile con quelle sopracciglia sempre aggrottate, quegli occhi, era piccolo di statura. Sono vicina alla sua famiglia e lo porto nel cuore», ha concluso la Cardinale che non potrà partecipare ai funerali perché in partenza per New York sul set di un nuovo film con una giovane regista, Nadia Szold.

Roberto Silvestri

22/08/2010

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Ago 22

BERLUSCONI ED I SUOI HANNO PAURA, DIAMOGLI ADDOSSO

 

Sì, Berlusconi ha paura delle urne, non ci vuole troppo a capire che il messaggio che la maggioranza ha dato ieri al paese è quello del fallimento e della paura. Di fatto Berlusconi esce da questa pre-crisi con un pugno di mosche e con qualche bozza in testa. Bossi minaccia le doppiette ed invoca le urne ma la sensazione che traspare è che lo faccia per sé e non per il governo, preparandosi comunque a gestire la difficoltà che la crisi economica apre nel suo blocco sociale. Fini ed i suoi si ritrovano così al centro della politica italiana, voteranno la fiducia al premier, e contratteranno con i poteri forti la strategia da assumere indebolendo sempre più l’esecutivo. L’UDC invoca il patto di responsabilità e, sciaguratamente, il centro sinistra continua ad intortarsi con il governo di transizione invece di organizzare la piazza per chiedere l’immediata cacciata del premier. La grande assente di tutto questo can can è la crisi economica e la situazione drammatica in cui versa il paese. Dai campi alle officine il livello di disperazione è sempre più elevato e le nubi all’orizzonte annunciano altra tempesta. Dobbiamo mettere al centro della discussione politica il tema del lavoro e della crisi per inchiodare Berlusconi e Bossi al proprio fallimento senza paura, senza cedere alle sirene della responsabilità nazionale o perdere troppo tempo a discutere di una improbabile modifica della legge elettorale. Ma dov’è la responsabilità nazionale quando una delle componenti maggiori di Confindustria come la Fiat non trova di meglio da fare che ricorrere contro la sentenza del tribunale per il reintegro dei tre operai di Melfi. Dov’è questa responsabilità nazionale? nell’ennesima morte di un operaio in nero morto sotto un muletto in una delle tante fabbriche dello sfruttamento? Ci chiediamo per chi debba essere giocata questa responsabilità nazionale, per riempire le tasche ad una borghesia italiana parassitaria ed eversiva? Oggi essere contro Berlusconi è necessario ma non basta, perchè Berlusconi è complice di un processo di devastazione sociale del paese ma non l’unico imputato. Anche le politiche di Confindustria e della commissione europea vanno sconfitte. Per molti è facile schierarsi contro il cavaliere mentre è ben più difficile schierarsi contro Marchionne, la Marcegaglia, la Banca Centrale Europea. Non esiste soltanto il governo italiano che opera nel nostro paese ma anche il “governo dei governi” europeo che impone con il cappio del patto di stabilità politiche di austerity determinando un’Europa a due velocità che vede l’Italia (e l’Italia del sud) nelle ultime posizioni. Dobbiamo costruire al più presto una la mobilitazione che abbia come punto centrale il legame tra la protesta sociale contro la crisi prodotta dalle politiche liberiste e la cacciata del governo Berlusconi. E’ arrivato il momento di dargli addosso la resistenza è finita passiamo all’offensiva.

leggi www.controlacrisi.org

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