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Giu 30

Cannabis made in Italy. Garantiscono le cosche

E’ la cannabis l’"oro verde" delle organizzazioni criminali del Meridione. Dalla relazione annuale della Dcsa, la Direzione centrale dei servizi antidroga, emerge che negli ultimi anni si è registrato un trend di costante aumento dei sequestri di piante di cannabis effettuati nel Mezzogiorno d’Italia: in Calabria, Sicilia e Puglia. Al Sud si sono concentrati l’81,07% dei sequestri di piantagioni di canapa indiana dalla quale si producono marijuana e hashish.

Nel 2008 sono stati 4.024 i chili di hashish e 722 quelli di marijuana sequestrati in Sicilia, le sostanze stupefacenti più in circolo nella regione. La relazione evidenzia che le ultime rivelazioni dei collaboratori di giustizia attestano che dietro il proliferare delle piantagioni di canapa indiana in Sicilia c’è la longa manus di Cosa Nostra.  «Il traffico di stupefacenti è ormai da tempo il settore più redditizio delle organizzazioni di tipo mafioso - si legge nel documento - la presenza di consolidate ramificazioni all’estero e un capillare controllo del territorio rende il nostro Paese uno snodo strategico per le rotte del narcotraffico internazionale».

La mafia comincia a produrre in proprio la droga: parecchie tonnellate di marijuana, in quanto la coltivazione diretta offre maggiori guadagni e meno rischi per il trasporto. Non è un caso dunque se il maggior sequestro registrato in Europa di piante di marijuana (un milione 400mila) sia stato effettuato in provincia di Palermo. Nella Valle dello Jato nel 2007 e anche durante tutto il 2008 sono state scoperte vaste coltivazioni che avrebbero fruttato al dettaglio alle associazioni criminali parecchi milioni di euro.  Ad aprile 2008, a Siracusa, sono stati sequestrati ben 3mila 500 chilogrammi di hashish e 567 piante di cannabis. Alla Sicilia spetta poi il primato nazionale nei sequestri di marijuana: 722,16 chili. Distanziata nettamente la Puglia, con 344,36 chili.

Le organizzazioni criminali italiane hanno fatto registrare significativi mutamenti nel campo della droga, quali ad esempio la nascita di joint venture finalizzate a tale traffico. Nelle indagini emerge che per abbassare i costi di approvvigionamento della droga i boss «si avvalgano di canali, strutture e mezzi logistici forniti da altre consorterie criminali».  Per questo nell’ultimo periodo Cosa Nostra «sta riattivando canali e contatti con il narcotraffico del Sudamerica e sta stipulando intese e accordi con la camorra e la ‘ndrangheta per ottenere nuove referenze internazionali e sfruttare consolidati appoggi logistico-operativi».

Significative a questo proposito le risultanze dell’operazione "Old Bridge" condotta dalla Procura di Palermo nel febbraio del 2008, che ha portato all’arresto di una novantina di persone tra Stati Uniti e Sicilia appartenti alle famiglie degli "scappati", quelle che insieme ai "cugini" americani avevano un ruolo predominante nel traffico di eroina negli anni ‘70 e ‘80 e che, anche se costretti a fuggire dopo la guerra di mafia persa con i Corleonesi, hanno sempre mantenuto un ruolo centrale nel traffico di stupefacenti con l’Isola. L’operazione Perseo, del dicembre 2008, ha poi fatto luce su un traffico internazionale di cocaina tra Sudamerica e Palermo, organizzato e diretto da esponenti di primissimo piano di Cosa Nostra in contatto diretto con organizzazioni criminali sudamericane, soprattutto in Paraguay.

Le indagini hanno fatto scoprire che la cocaina veniva mescolata ed occultata in una raffineria paraguaiana e poi inviata a Palermo dove veniva lavorata e messa in commercio.  «E’ da evidenziare - continua la relazione - che sebbene Cosa Nostra abbia consentito attività di vendita ad organizzazioni criminose, anche straniere, non rinuncia mai al controllo capillare del territorio tramite la pratica del pizzo, mediante il versamento di un terzo dei profitti alla famiglia competente per territorio».  Il ruolo in Sicilia degli stranieri nel narcotraffico è comunque minimo e limitato ai gruppi nordafricani. Sono infatti appena 176 gli stranieri segnalati, l’1,54% del dato nazionale. Oltre il 50% è composta da tunisini (45) e marocchini (49). Per questi ultimi il numero di segnalazioni è salito del 207% rispetto all’anno precedente.

Il rinnovato interesse delle cosche mafiose verso una maggiore partecipazione al narcotraffico è sicuramente dovuto alla necessità di garantirsi nuove entrate finanziarie in quanto, grazie alle operazioni di polizia e alla maggior presa di coscienza da parte degli imprenditori e dei commercianti, il ricorso all’estorsione è diventato più rischioso e critico.

Davide Mancuso

Liberazione

27/06/2009

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale





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