Cari amici (vicini?? e) lontani,
ecco un altro dei miei frettolosi monodiari, scritto alla fine di una intensa missione. Di nuovo nell’emisfero australe, a correre per cinque settimane nel paese chiamato la “casa dei sassi”. Proprio questo vuol dire “Zimbabwe” in shona, la lingua indigena. Mica pensavate che io mi trovassi a Matera, vero?!?!
Il paese delle pietre, sapete perché? Perché qui le attività vulcaniche di epoche fa hanno formato e lasciato gigantesche gocce di materia fossile. Estrusioni magmatiche, vento, pioggia e altri agenti atmosferici (NON certo il gelo, visto che in certi posti dormiamo con 38 gradi in stanza) hanno smussato spigoli minerali fin troppo accuratamente. E questi sassi stanno su, impilati uno sull’altro, contro ogni scommessa gravitazionale.
Il paese dei sassi sì, ma anche il paese delle nuvole. Finalmente nel mio peregrinare per e con MSF in luoghi sempre disgraziati, ho trovato un posto in cui il turismo era un’attività fiorente prima che la crisi investisse questo paese. Così si possono contemplare i famosi paesaggi africani che uno puo’ figurarsi nel turisticamente inflazionato Kenya. Il cielo qui non è solo la cornice superiore di un paesaggio che mai annoia, ma un vero e proprio gioiello che regala spettacolari tramonti, arcobaleni in cui per la prima volta sono riuscita a contare tutti e 7 i colori (mai visti prima l’indaco e il violetto!), ancora arcobaleni paralleli (due in un sol colpo, neanche fossero stati disegnati col compasso!!!). Per non parlare della vegetazione poi: cactus alti come baobab, baobab alti come arcobaleni.
Se lo Zimbabwe è il paese dei sassi e delle nuovole, bisognerebbe chiamarlo anche il paese dei suoi impossibili equilibri naturali ma anche e soprattutto quello degli squilibri socio-finanziari. Tanto per darvi un’idea sui costi: le tasse scolastiche ammontano a 300 dollari, il rilascio del passaporto (il più caro al mondo) a 700 dollari e un bullone a 3 dollari. Considerate che 3 dollari sono pure lo stipendio mensile medio locale, per i fortunati che hanno un lavoro in una nazione in cui la disoccupazione supera il 90%.
Già, sembra facile ora poter parlare di dollari, ma sino a qualche settimana fa non si poteva scambiare né utilizzare valuta straniera. Bisognava per forza usare la moneta locale, con un’inflazione che fa addirittura ridere chi non deve arrangiarsi con l’economia locale. Il nostro povero responsabile della finanza più che la calcolatrice usa un diagramma a triangolo rettangolo per aggiungere più facilmente un imprecisato numero di zeri ai costi locali, ogni ora, ogni giorno. Ciò che vale la mattina, il pomeriggio è carta straccia. Qui si parla di trilioni per comprare il pane, le banconote giacciono inutilizzate sui pavimenti dei supermercati!!!
Definirei lo Zimbabwe un Myanmar africano: la gente è stata forzatamente costretta a ripiegare su una vita povera ed ignorante, mentre nel passato avevano accesso a risorse, istruzione, lavoro, assistenza sanitaria, economia di esportazione. Viaggiando nelle zone rurali del paese, incontro persone che parlano l’inglese meglio di me anche in remoti villaggi attorniati solo da colline montuose e campi di grano. Harare, la capitale, sembra una città europea calata in un clima tropicale: palazzi di vetro, pali della luce, ville con piscine, aiuole curate, cestini dell’immondizia per le strade! Non proprio ciò che mi sono abituata a vedere sinora in altre capitali africane: Freetown, Monrovia, Maputo.
…Questa missione rispetta per me la legge del contrappasso: esattamente un anno fa, quando mi trovavo in Mozambico per un’altra epidemia di colera, ero contenta di non essere qui in Zimbabwe, vista la disastrosa situazione in cui il paese versava (e versa). Gli espatriati che avevo incrociato a Maputo di ritorno da qui mi raccontavano favole di scaffali vuoti e costi proibitivi. Ebbene, eccomi ora davanti agli scaffali vuoti: vengono riempiti a ondate di prodotti comunque troppo cari per la popolazione. Vi si trova troppo shampoo ma non dentifricio, tanti fagioli in scatola ma non carne. Tutto sembra improvvisato, e tutto arriva dall’estero.
E pensare che lo Zimbabwe nel passato aveva una capacità produttiva agricola che poteva soddisfare gran parte della domanda proveniente da molti altri paesi africani, soprattutto ciò che concerne il fabbisogno di grano.
La crisi economica in Zimbabwe ha fatto cambiare tutto: il tipo di agricoltura non più orientato all’esportazione ma al consumo casalingo, l’irrigazione bloccata perché ci sono le infrastrutture idrauliche ed elettriche ma mancano l’elettricità e la manutenzione, il cambiamento climatico. Anni molto secchi hanno fatto sì che al posto del grano si dovesse coltivare il sorgo, che è molto più resistente alla siccità ma anche molto meno nutriente e gradevole al gusto. I pascoli per il bestiame sono impoveriti e l’erba non fa più ingrassare le mucche, che sono davvero magre! A volte rimane solo il nome: “Angus ranch”, un’area in cui fino a qualche anno fa c’erano i bianchi, che sono stati cacciati da un giorno all’altro. E una sana bistecca al sangue la vedrò solo quando tornerò in Europa!
…Nelle grandi città dello Zimbabwe splendono insegne di SPAR, i supermercati locali, il cui logo ricorda quelli europei. Ci sono entrata due volte in un mese e mezzo, proprio e solo perché dovevo comprarmi la prima volta il dentifricio e la seconda le batterie per il GPS. La fila per pagare alle casse ti sembra piuttosto naturale. Ma la seconda fila, quella dopo aver ricevuto lo scontrino per aspettare il resto, non sei pronta ad affrontarla. Devi aspettare il resto, se non vuoi che il tuo cambio dei 10 dollari ti venga reso in una quantità di leccalecca e caramelle da far paura anche al più spregiudicato dentista. Il denaro spicciolo non circola e la cassiera deve accumulare banconote da un dollaro prima di poterti dare il dovuto. Ma come sempre tutti hanno banconote di taglia grossa e si arriva alla situazione di impasse che tutti si guardano intorno sventolando 20 e 50 dollari.
Nel frattempo maestri, poliziotti, personale medico, soldati, scioperano assiduamente. Perché andare a lavorare se il costo del trasporto giornaliero è superiore al tuo stipendio mensile? Per curare i malati di colera? Sì, magari, peccato che tanto il Ministero della sanità non rifornisca di medicine le strutture cliniche. E quindi perché essere presenti nei centri di salute? Per vedere arrivare persone agonizzanti dopo un penoso viaggio in carriola, e rimandarli subito a casa perché non c’è nemmeno la varechina per disinfettare per terra?!
Lo sciopero dei maestri ha per noi il vantaggio che le scuole non vengano riaperte, come d’uso, all’inizio dell’anno: questo ci aiuterà a scongiurare il pericolo che bambini provenienti da diverse zone, che dovrebbero condividere toilette e mensa, non vengano in contatto l’uno con l’altro, diminuendo parzialmente il rischio di epidemie.
Per di più i bimbi che possono essere mandati a scuola non sono poi tanti. Molti di loro li incontriamo a pascolare il loro scarno bestiame, fatto sempre di mucche, capre e qualche asino: ecco come spendono il loro tempo le nuove generazioni invece che andare a scuola, visto che i genitori non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche. Pure per le nostre indicazioni stradali, quando siamo persi in mezzo a campi di mais e colline sassose, quando non sappiamo se infilarci in una traccia piena di cespugli verso la direzione giusta, o in una strada più larga ma dalla parte opposta a quella in cui dobbiamo dirigerci, ci affidiamo a bambini pastori. Il modo in cui contemplano stupefatti il movimento delle ruote delle nostre auto li fa sembrare più piccoli di quelli che sono, ma la lunga frusta che maneggiano abilmente e fieramente li fa sembrare già molto adulti.
Quando passiamo con le nostre macchine rumorose e ingombranti c’è sempre il rischio che qualche mucca o capra si faccia cogliere dal panico ed inizi a cambiare improvvisamente direzione col rischio di essere investita. O col rischio per noi che decida di non cambiare direzione e correre davanti a noi, costretti a seguirla. Un vitellino spaventato al passaggio della nostra vettura saltella in mezzo alle capre: sembra che si creda uno di loro, ed infatti è così! L’autista mi spiega che i vitellini vengono svezzati facendoli dormire con le capre, perché così la mattina la mucca avrà a disposizione latte a sufficienza per sfamare almeno un po’ la famiglia “umana”.
In un villaggio nel sud-est del paese colpito dall’epidemia di colera, durante una sessione di educazione igienica (non si puo’ chiamare promozione, visto che si deve partire da zero), mentre enfatizziamo il fatto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare, una signora secca alza la mano: “io non mi lavo le mani prima di mangiare, perche’ non ho nulla da mangiare”. Solita reazione africana, tutti scoppiano a ridere. Non so come le persone in Africa trovino sempre e comunque la forza di ironizzare sulla propria condizione.
Già, qui la gente ha fame e tra lo stomaco vuoto oggi e il colera domani, la loro priorità non è sicuramente la nostra (quella di prevenire il colera): tanti cercano di farsi ricoverare nei nostri centri di trattamento del colera, giusto per ottenere qualche pasto offerto gratuitamente. Ma per far ciò devono farsi svariate ore a piedi perché le cliniche sono perle rare.
Ricordo in particolare un incontro: una vecchierella attraversa un fiume dove sto facendo dei test su come purificare l’acqua con della semplice candeggina (ebbene sì, tanti anni di studi ingegneristici “matti e disperati” per finire a purificare acqua di fiume per persone che non parlano la mia lingua, cosa posso farci?!). La donna saltella per avvicinarsi a me evitando i posti più profondi. Mi urla “Magadi, magadi!” che significa “Come stai?” in shona, e al contempo batte una mano sull’altra come se stesse formando una palla: e’ il tradizionale segno di saluto. Poi inizia una lunga discussione e la mia faccia diventa un punto di domanda. L’autista che mi accompagna (e che uso come traduttore/collaboratore, visto che si annoia ad aspettarmi in macchina), mi dice che la donna mi sta ringraziando perché aveva il colera ma è arrivata in tempo in una delle nostre cliniche e ora sta bene! Davanti alle donne che ho incuriosito per i miei rudi esperimenti di potabilizzazione dell’acqua, le stringo la mano e l’abbraccio, per dimostrare loro che il contatto epidermico non trasmette il colera, e che una semplice prevenzione rende molto, ma molto difficile prendersi il colera!
Dall’inizio dell’epidemia, cioè a fine novembre scorso, ci sono stati quasi quattromila morti di colera. Quattromila morti, quattromila battaglie perse: sarebbe cosi’ semplice ed efficace essere curati, se per arrivare alla clinica non servissero 4 ore di trasporto in carretti trainati da asini. O se alla clinica non ci fosse una farmacia vuota.
…Mi dirigo in una località chiamata Chilongwe, durata 9 ore a causa di un ponte inondato che non giudichiamo sicuro per essere attraversato con le macchine. Aggiriamo l’ostacolo viaggiando per ore nel cuore delle piantagioni di canna da zucchero e non so come l’autista sappia decidere i bivi perché tutto appare molto uguale. Le coperte che stiamo trasportando per i pazienti non attutiscono abbastanza gli spigoli metallici della land cruiser, e più viaggiamo più li percepisco numerosi e pungenti. Almeno il classico pitstop per la pipi’ rende sempre, se non proprio felici, almeno un po’ più sereni.
Arriviamo verso le sei del pomeriggio, e per ragioni di sicurezza MSF impone (in tutte le sue missioni) di non viaggiare quando fa buio. Con l’antropologa decidiamo di andare a fare solo una breve ispezione nel villaggio da cui vengono molti casi di colera. Lasciamo il logista e l’infermiera a correre nell’area attorno alla clinica, che ben presto verra’ trasformata in un “campeggio colerico”. I nostri colleghi poveretti non hanno nemmeno il tempo di disperarsi per la situazione a cui ormai hanno fatto l’abitudine: pieno di gente seduta seminuda per terra che vomita acqua, uomini donne vecchi bambini, tutti con gli stessi sintomi, i più severamente deidratati con le flebo appese alle ringhiere delle finestre.
Vicino all’esistente clinica condotta dal locale Ministero della salute qualche settimana fa MSF aveva già installato una tenda e portato medicine, secchi e letti, ma l’esplosione di nuovi casi in altri villaggi vicini ha richiesto un intervento più massiccio di quello già incominciato.
L’antropologa e io ci spostiamo solo di qualche centinaia di metri, ma già tutti ci corrono dietro per dirci che, a causa della scarsezza di soluzione reidratante (praticamente la sola unica cura contro il colera!!), molti pazienti sono stati rifiutati alla clinica o sono stati mandati a casa dopo poche ore di ricovero. Il che vuol dire che già in un paio di case accanto a cui passiamo, troviamo persone che giacciono spossate sulle stuoie, coperte di mosche.
Va bene, abbiamo capito abbastanza e ho visto l’unico pozzo da cui la popolazione di 3 villaggi, circa 2000 persone, attinge l’acqua. Per me sarà facile l’indomani organizzare una clorinazione sistematica dell’acqua in tutti i secchi delle persone che arrivano lì. Basterà una sola persona, un po’ di cloro, una bottiglia per preparare la “soluzione madre” e una siringa. Gli ingegneri devono trovare soluzioni semplici ma di grande impatto e poco costose, no?!
Decidiamo di tornare indietro ma rimaniamo impantanate nel fango con la macchina. Chi spinge? L’autista deve guidare, l’antropologa ha le ciabatte…. mentre la watsan (io) ha gli stivali di gomma. Scendo ma da sola posso solo far retrocedere la macchina invece che superare la malefica pozza. Arriva gentilmente un signore ad aiutarmi, ma nulla da fare. Alla fine siamo in 3 quando le ruote scavalcano la melma e tutti rischiamo di finire a musata per l’improvvisa mancanza di appoggio delle mani.
Arriviamo giusto in tempo alla clinica, dove servono più braccia per spostare lo scheletro della tenda di quasi 50 metri quadri che sarà il nuovo reparto per i casi più gravi. Ancora installazione di recinti temporanei, montaggio dei letti, distribuzione di secchi, etc etc.
Verso le 22, logista, infermiera, antropologa, autisti e staff medico nazionale, tutti riusciamo a riunirci per la cena. Spaghetti cinesi liofilizzati cotti nell’acqua fatta bollire su un improvvisato falò. Il vento inizia a soffiare forte da tutte le direzioni, impossibile evitare il fumo del fuoco perché dove ci si sposta, lui arriva. Alle 22.05 inizia uno scroscio di pioggia che a me fa perdere totalmente l’interesse per il cibo. Alle 22.30 tutto passa, usciamo dalla nostra tenda (questa volta un semplice igloo!) montata per la notte vicino alla clinica.
La pioggia è passata, ma i conati di vomito dei pazienti a poche decine di metri da noi rende drammatico anche un cielo stellatissimo e fanno perdere l’interesse per contemplare Orione capovolto.
In queste circostanze epidemiche il nostro epidemiologo, un dottore australiano, viene usato come “cane da fiuto” per scovare posti particolarmente a rischio di contagio, che finora sono stati graziati dall’epidemia. Andiamo alla ricerca delle zone in cui possiamo prevedere e temere un maggior numero di casi, vuoi per la carenza di acqua e di igiene, vuoi per la distanza dalle strutture sanitarie, vuoi perche’ circondati da villaggi in cui la malattia ha gia’ fatto il suo decorso e molto probabilmente e’ stata introdotta da qualche portatore sano anche in zone rimaste per ora senza casi. Per la notte riusciamo sempre ad accamparci in vecchi lodge che evidentemente vantano una gloriosa storia di caccia grossa: ci sono ancora grossi ganci, sistemi di carrucole, ripari di paglia a protezione di mensole e rastrelliere, che non riesco a capire a cosa servano.
L’epidemiologo, 2 infermieri, la logista, una promotrice dell’igiene, l’autista ed io scorrazziamo nel sud est del paese per qualche giorno. La sera lo staff nazionale prepara molto gentilmente la cena. Democraticamente uomini e donne si aiutano in cucina. Per farmi piacere mi cucinano pure la pasta… peccato che altrettanto democraticamente adottino gli stessi tempi di cottura per riso e spaghetti, quindi la pasta risulta un soffice blocco compatto! Ma la stanchezza della giornata spesa a correre di qua e là, a fare test sulla qualità dell’acqua al bordo dei fiumi, a individuare i villaggi e a cercare i capi villaggio per chiedere quanti casi di colera hanno avuto e da dove attingono l’acqua per bere, ha il sopravvento su tutto, pure sul deisderio di una pasta al dente. Mi addormento sempre molto, troppo rapidamente, provando un sottile sadico piacere nel vedere che le zanzare se ne stanno a proboscide asciutta in inutile attesa del mio sangue sul lato esterno della mia zanzariera. La mattina partiamo presto. Scopriamo i babbuini in mezzo a un cespuglio, partiamo e zebre, cervi e antilopi se la danno a gambe levate al passaggio della nostra macchina.
Tutto ciò può suonare come una favola ben congetturata. Ma io davanti a queste realtà mi chiedo spesso: che farei io, se abitassi qui? Che fareste voi, se abitaste in Zimbabwe? Credo che faremmo esattamente come fanno loro: andremmo a cercar miglior fortuna in qualche altro paese. Come ad esempio il confinante e benestante Sud Africa.
Francesca
watsan
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale
