UN PRIMO PASSO PER OTTENERE VERITÀ E GIUSTIZIA Il prossimo 10 dicembre a Torino inizierà il processo contro i vertici della Eternit di Casale Monferrato, la cittadina piemontese dove sono morte almeno 1.600 persone per esposizione alla fibra killer. È un passo importantissimo nel percorso che speriamo conduca ad ottenere verità e giustizia per le vittime dell’amianto: simbolicamente, la condanna dello svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga De Cartier De Marchienne, accusati di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele, sarebbe un messaggio importantissimo per tutti coloro che - ieri, oggi e domani – subordinano la sicurezza dei lavoratori, e quindi la loro salute, alla logica del profitto. Sarà in ogni caso una battaglia difficile, lunga, e le offerte irrisorie di risarcimento da parte della multinazionale svizzera - già rifiutate dalle associazioni che si sono costituite parte civile - non dovranno impedire l’accertamento della verità. Come medico del lavoro conosco bene i rischi di queste fibre killer e so purtroppo che di amianto si muore anche oggi; per questo in qualità di eurodeputato, nel corso del mio mandato ho lottato strenuamente per l’estromissione di tutti i tipi di amianto dalla produzione industriale.
Ricorderete la battaglia contro l’amianto crisotilo: il Parlamento Europeo ha approvato, con la sola opposizione del nostro gruppo, il GUE, la relazione Sacconi (del PD) accettando la richieste della Commissione Europea di prorogare la deroga per l’uso di questo tipo di amianto in alcuni impianti industriali fino al 2015. Una decisione scandalosa se si considera che tutti gli Stati europei avrebbero dovuto mettere al bando l’amianto già con la direttiva del 1999 e in base alla direttiva del 2003 avrebbero dovuto chiudere gli stabilimenti, effettuare le bonifiche dei siti contaminati e indennizzare le vittime e le popolazioni. Ma se questa battaglia è stata certamente persa, almeno a livello istituzionale, c’è un altro progetto, al momento in attesa, che mi auguro possa essere portato avanti in Europa. Sto parlando dell’idea di istituire un fondo europeo per risarcire le persone esposte all’amianto. L’idea, maturata attraverso la lotta delle associazioni degli esposti all’amianto, e raccolta dal GUE a livello europeo, è quella di coinvolgere oltre alle istituzioni pubbliche nazionali, come l’Inail, anche le multinazionali che hanno tratto ingenti profitti dalla lavorazione dell’amianto e che senza alcun rispetto per la vita umana hanno mantenuto l’amianto nel ciclo produttivo anche quando la ricerca scientifica ne aveva ampiamente documentato la pericolosità. Questa proposta è stata sottoposta all’attenzione della Commisione europea ma per ora sembra essere finita su un binario morto. Attraverso il processo di Torino e il protagonismo delle associazioni, toccherà al nuovo gruppo parlamentare del Gue raccogliere la sfida e sollecitare nuovamente la Commissione a favore di questa causa. Inoltre, un altro aspetto importante di tale progetto sarebbe l’estensione dei beneficiari: tra costoro non andrebbero considerati solo coloro che hanno lavorato direttamente con l’amianto ma anche chi ne ha subìto un’esposizione ambientale. Tutte le indagini epidemiologiche certificano infatti che muoiono di tumori sicuramente causati dall’amianto (mesoteliomi) anche soggetti che non hanno lavorato a contatto con la sostanza. Proprio a Casale Monferrato, a vent’anni dalla chiusura dello stabilimento, sono ancora decine i casi di mesotelioma. Gran parte di questi sono persone che non hanno mai lavorato direttamente con la sostanza. Come deputato europeo, proposi inoltre l’istituzione in tutta l’Ue di registri degli esposti per poter studiare l’andamento epidemiologico. Oggi infatti in Italia c’é il registro di coloro che sono stati colpiti da mesotelioma ma mancano (fatta eccezione per poche regioni) quello degli esposti e quello delle persone colpite da altre patologie da amianto, come ad esempio l’asbestosi.
Non bisogna abbassare la guardia, perché l’amianto uccide ancora. E la vicenda giudiziaria legata alla Eternit sta proprio, fortunatamente, riportando l’attenzione dell’opinione pubblica verso un problema che è assolutamente attuale: si calcola che vi siano in Italia 32 milioni di tonnellate da smaltire tra eternit e amianto friabile, di cui due milioni e mezzo nella sola Lombardia. In questa regione, in particolare, il sito della ex Fibronit in comune di Broni (PV) è stato indicato come sito prioritario da bonificare perché nell’area c’è la più alta mortalità per mesotelioma: ma la giunta Formigoni ha reso disponibili solo 3,5 milioni di euro a fronte dei 20-25 milioni necessari.
A Broni, dove ho avuto occasione di incontrare i comitati locali che seguono questa vertenza, i cittadini chiedono a gran voce la discarica di servizio per l’ex Fibronit. Ma la Regione non ha intenzione di costruire l’impianto. Recentemente, sempre in Lombardia, si è aperto un altro caso che concerne i rischi legati all’amianto: nei due centri di Cappella Cantone e Cingia de’ Botti, in provincia di Cremona, sono infatti in via di approvazione due megadiscariche che sarebbero tra le più grandi in Europa. I cittadini ritengono che non si possa lasciare all’iniziativa privata la soluzione dello smaltimento dell’amianto. Tanti sono dunque i fronti ancora aperti per quanto concerne la lotta alla fibra killer. E la sensibilità del governo, su questo tema, è molto bassa, visto che sta facendo di tutto per modificare il decreto sulla sicurezza nel lavoro, per offrire scappatoie agli imprenditori che non tutelano la salute dei lavoratori. È evidente che i tanti morti per amianto, così come gli operai della Thyssen e le centinaia di lavoratori che si ammalano o perdono la vita ogni anno nel nostro Paese, per il centrodestra non sono una ragione sufficiente per responsabilizzare in maniera cogente i datori di lavoro. E scongiurare che drammi come quello della Eternit possano ripetersi. Vittorio Agnoletto
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale
